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«Dopo quasi due anni non si può più aspettare. Portiamo a casa i due marò»

gennaio 17, 2014 Matteo Rigamonti

Lunedì la Suprema Corte indiana dirà quando aprirà il fascicolo. Intervista al giornalista Fausto Biloslavo: «L’errore dell’Italia è stato di non aver mai fissato la “linea del Piave”»

Per salvare i due marò occorre fare presto. Sono trascorsi quasi due anni da quando Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, fucilieri del 2° reggimento San Marco della Marina Militare italiana, sono stati arrestati in India, a seguito di un incidente avvenuto nel Mare Arabico al largo delle coste indiane del Kerala, in circostanze mai del tutto chiarite. E non è chiaro nemmeno se Latorre e Girone rischiano la pena di morte oppure no. Dopo due anni, infatti, la Suprema Corte indiana ancora non ha presentato le accuse. L’unica certezza è che finora a indagare sul loro conto è stata la Nia, la polizia antiterrorismo indiana, la medesima che, per intenderci, ha indagato sugli attentati terroristici di Mumbai del novembre 2008, orchestrati da estremisti islamici, che causarono quasi duecento vittime. Quando, in realtà, i due marò non sono affatto terroristi, bensì ufficiali dello Stato italiano che meriterebbero ben altro trattamento e che, purtroppo, più il tempo passa invano e più rischiano di non rivedere casa.
Una «follia procedurale», oltre che un grave danno per l’immagine dell’India, nota Fausto Biloslavo, giornalista de Il Giornale e a lungo inviato di guerra, criticando l’operato dell’esecutivo nella gestione della vicenda. Il governo Letta, infatti, avrebbe commesso un grave «errore di fondo», secondo Biloslavo, accettando che il processo (che ancora deve cominciare) fosse aperto in India. Delegando così alla magistratura una decisione che spetterebbe in realtà alla diplomazia. E mentre il Paese attende con apprensione il responso della Suprema Corte indiana in merito alla petizione presentata da parte del governo italiano (il pronunciamento circa le tempistiche del processo è atteso per lunedì), il premier Enrico Letta ha riunito a Palazzo Chigi i ministri degli Esteri Emma Bonino e della Difesa Mario Mauro per concordare le prossime mosse affinché venga «rispettata la dignità dei nostri fucilieri di marina e garantita nel tempo la soluzione di questo caso».

Biloslavo, a che punto siamo arrivati?
L’Italia ha presentato una petizione alla Corte Suprema indiana, da cui dipende in ultima istanza il destino dei due marò, per chiedere che vengano formalizzate le accuse nei loro confronti senza che venga applicato il Sua act, ossia la legge che prevede la pena di morte per i terroristi. Nella petizione si chiede anche che Latorre e Girone vengano rimandati in patria, fino alla formulazione da parte della Suprema Corte dei capi d’accusa, in attesa del processo, anche se è difficile de realizzare. Personalmente non credo che i nostri marò finiranno al patibolo, ma non bisogna mai abbassare la guardia. Il 15 febbraio, infatti, saranno trascorsi due anni dall’arresto, e una via d’uscita non è ancora stata individuata. E quel che è peggio è che oggi ci troviamo in un pantano giudiziario che il nostro Paese ha contribuito in larga parte a determinare.

In che senso?
Il clamoroso errore iniziale è stato accettare di giocare la partita nel campo della giurisdizione indiana. Quando, in realtà, il governo Letta avrebbe fatto meglio a mantenere la “linea del Piave” e cioè ribadire che i due marò devono essere processati in Italia. Oppure, se ciò non è proprio possibile, almeno adire a un arbitrato internazionale, a una parte terza, insomma, come il Tribunale del Mare dell’Aja e quindi alle regole delle Nazioni Unite. Non dimentichiamoci che Latorre e Girone non sono terroristi, ma ufficiali in servizio antipirateria per conto dello Stato italiano. Proprio come lo è la nostra flotta che protegge dai pirati le navi mercantili al largo della Somalia, dove transitano anche molte navi indiane.

Il ministro degli Esteri indiano Salman Khurshid si è detto «imbarazzato» per il ritardo e ha dichiarato che i due marò possono anche «avere ecceduto nelle loro funzioni, ma non sono terroristi». È un segnale positivo?
Il ministro degli Esteri indiano si è limitato a scaricare la responsabilità sul ministero degli Interni, che non sa più quali pesci pigliare. Ma se non interveniamo presto, rischiamo di finire comunque dalla padella alla brace. C’è il rischio, infatti, che, se il governo di Nuova Delhi dovesse alzare bandiera bianca, tutto possa tornare in mano alla corte del Kerala, come ha scritto uno dei maggiori quotidiani nazionali, il The Hindu. Non ci sarebbe più il rischio della pena di morte, ma il massimo delle pane è l’ergastolo. Ed in Kerala non sarebbero teneri con i marò. Oltretutto, il clima politico nel Paese si sta scaldando in vista delle elezioni e gli ultranazionalisti indù, che i sondaggi danno come favoriti contro Sonia Gandhi, vorrebbero la testa dei due marò.

Cosa si può fare?
Quello che avremmo dovuto fare fin dall’inizio e che proprio gli indiani ci insegnano. E cioè riportare a casa Latorre e Girone, così come il governo di Nuova Delhi ha fatto con la vice console indiana a New York Devyani Khobragade. Quando a dicembre la Khobragade è stata fermata, arrestata per poche ore e incriminata, giuste o sbagliate che fossero le accuse, gli indiani si sono scatenati: l’hanno riportata indietro in poche settimane e hanno fatto rappresaglie durissime nei confronti dell’ambasciata statunitense a Nuova Delhi. Hanno persino rimosso i blocchi di sicurezza in cemento davanti all’ambasciata, che erano stati voluti dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre.

L’inviato del governo a Nuova Delhi Staffan de Mistura è al lavoro per riportare a casa i due marò. Ma se non dovesse cambiare nulla nei prossimi giorni, cosa succederà?
Il ministro degli Esteri italiano Emma Bonino solleverà la questione lunedì al Consiglio esteri Ue a Bruxelles e si è detto pronto a bloccare il negoziato tra Unione Europea e India sul libero scambio, se non si dovesse trovare una soluzione. Una posizione condivisa anche dal vice presidente della Commissione europea e commissario all’industria Antonio Tajani. Meno male che, alla fine, si è mosso qualcuno anche all’Unione europea, visto che la baronessa Ashton, che rappresenta la politica estera europea, di tutti i paesi europei, all’inizio della vicenda aveva addirittura scambiato i marò per due contractors. Cioè non aveva neanche capito che erano militari al servizio dello Stato italiano.

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7 Commenti

  1. mike scrive:

    purtroppo ora sono là e l’india è un paese potente. a natale erano rientrati in italia e non dovevano tornare in india.

    • domenico b. scrive:

      “….visto che la baronessa Ashton, che rappresenta la politica estera europea….non aveva neanche capito che erano militari al servizio dello stato italiano.” ma ci rendiamo conto? Non ci resta che pregare per loro e per le loro famiglie, perché se confidiamo in chi ci “governa”….poveri noi

  2. luca scrive:

    è vero hanno solo ammazzato degli indiani che neanche sono dei cristiani, cosa volte che sia, anzi diamogli un bel premio!

    • ftax scrive:

      O forse invece sei stato tu. Prova a dimostrare il contrario…

    • domenico b. scrive:

      Luca, i due pescatori che sono morti in questo incidente erano cristiani. Te l’ho già detto, parli solo per slogan

  3. domenico b. scrive:

    Luca ma che dici? Come si fa a prenderti sul serio? Da quando gli indiani sono nostri nemici? Era un’operazione di contrasto alla pirateria,e i pirati si, sono nostri nemici

  4. luca scrive:

    appunto domenico,
    quelli hanno ammazzato due poveracci, due pescatori che in nessun modo potevano essere scambiati per pirati (vedi tipo dell’imbarcazione etc). quelli per me stanno benissimo nelle galere indiane, se li riportano qui gli danno un nuovo lavoro super pagato e una pacca sulle spalle.

    in questo gli indiani si stanno facendo rispettare molto più di noi quando l’aereo americano tranciò i cavi della funivia ammazzando tutta quella gente. permettemmo agli americani di tornare in patria ed essere giudicati li, risultato? nuovo incarico molti più soldi e una pacca sulle spalle

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