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Don Villa da Tarcento: Te Deum laudamus perché sono un Tuo problema

gennaio 3, 2015 Antonio Villa

Io so di avere un “dossier” pauroso, da tempo mi preoccupo di impostare una buona difesa per il giorno del Giudizio. Ho provato a immaginare il viso terreo del Giudice che brontola: «Come fa questo ad essere qui?»

te-deum-2014-tempi-copertina-asia-bibiCome da tradizione, anche nel 2014 l’ultimo numero del settimanale Tempi è interamente dedicato ai “Te Deum”, i ringraziamenti per l’anno appena trascorso firmati da diverse personalità del panorama sociale, culturale e civile italiano e non solo. Nella rivista che resterà in edicola per due settimane a partire dal 31 dicembre, troverete, tra gli altri, i contributi di Angelo Scola, Asia Bibi, Louis Raphaël I Sako, Fausto Bertinotti, Luigi Amicone, Renato Farina, Mattia Feltri, Fred Perri, Aldo Trento, Pippo Corigliano, Annalisa Teggi, Alessandra Kustermann, Mario Tuti.

Pubblichiamo qui il “Te Deum” di don Antonio Villa (foto sotto a destra), milanese, direttore dell’istituto “Monsignor Camillo di Gaspero”, la scuola paritaria da lui fondata a Tarcento (Ud), dove arrivò nel 1976 con un gruppo di studenti universitari di Cl per aiutare la popolazione colpita dal devastante terremoto del Friuli.

Un conto è cantare il Te Deum con i fedeli l’ultimo dell’anno. Un coro un po’ confuso, di voci assuefatte, alcune rassegnate, altre nostalgiche perché rivivono i tempi del “Noi vogliam Dio” cantato a squarciagola come si addiceva «all’esercito all’altar». Adesso io, piccolissimo parroco di montagna, ho l’impressione di guidare un coro di reduci e se non sto attento provo disagio perché qualche bocca si muove a sfidare il prete che non ha avuto disgrazie, non ha avuto malattie, ha un buon stipendio, non ha famiglia da mantenere… Un altro conto è mettersi a tavolino a proclamare un Te Deum davanti a una platea invisibile di lettori attenti e smaliziati perché capaci di cogliere al volo segnali di parole fasulle o logore bugie.

Si accetta di farlo perché l’invito coincide con un momento in cui si ha perfino bisogno di dire a se stessi la verità. Le circostanze della vita, come un martellante interrogatorio, ti sfidano acutamente: “Ma cosa cerchi? Cosa difendi? Cosa ti credi?”. Se non le eviti diventano liberanti. Una sensazione bellissima, e devo dire grazie al direttore che, senza saperlo, me la procura. Per cosa dunque dico grazie al Signore? Perché mi ha liberato dalla paura di vivere e di morire (… alla data del presente scritto!).

Mi pare giusto dirlo perché è una grazia facile da ottenere. Ascoltate. Il punto è che non si può in nessun modo evitare l’esame finale davanti all’Eterno. Si può non crederci, riderci sopra o tentare di non pensarci. Troppo rischioso perché di là comunque devi andare e non ti può seguire neanche quel tesoro di medico che ti ha condotto alla dolce morte. Sei solo, disorientato, senza possibilità di ricupero.

don-antonio-villa-tarcento-udineLiberato dalla paura di vivere perché «io sono TU che mi fai». Cioè sono un SUO problema. Questa scoperta non mi rende un becero qualunquista, anzi mi rende intensamente curioso di vedere come faccia a cavare qualcosa di buono da uno come me. Se riesco a spiegarmi capirete perché devo anche ringraziare di essere liberato dalla paura della morte. Devi individuare punti di assoluta certezza sul destino. La Fede è un aiuto formidabile perché ti accompagna ad ascoltre parole che vengono dall’aldilà. Stia tranquillo chi si preoccupasse di cadere nel peccato di “presunzione di salvarsi senza merito”, che essendo un peccato contro lo Spirito porterebbe dritto all’inferno!

L’asso nella manica
Io so di avere un “dossier” pauroso e perciò da tempo mi preoccupo di impostare una buona difesa per il giorno del Giudizio. Cercavo un asso nella manica. Ho provato a immaginare la faccia terrea del Giudice che brontola qualcosa del tipo: «Come fa questo ad essere qui?». Mi si avvicina il difensore (è d’ufficio ma è il Paraclito, il principe del foro!). Domando se posso avvalermi della facoltà di non rispondere. Una smorfia mi dice che si tratta di una colossale ingenuità retaggio di terrestri telefilm. Con amabile discrezione sussurra all’orecchio: «Senti, la situazione è veramente grave. Ti posso salvare con una sola carta, ma per giocarla devo essere certo che tu non ti offendi». Trovo la forza di dirgli che per la Salvezza Eterna accetto tutto. «Tutto?», mi chiede. «Tutto», gli dico. Il suo sguardo si fa stranamente luminoso, intenso, penetrante ma dolce: «Infermità mentale. Mi tocca ripetere per te quello che ho detto sulla croce: “Perdonali perché non sanno quello che fanno”. È da allora che ti tengo d’occhio e non voglio rinfacciartelo, ma mi sei costato davvero tanto».

Certo, è immaginazione. Ma ho la certezza di aver indovinato la difesa. E adesso grido: Tu Rex Gloriae, Christe.

È nella tua Chiesa che dall’infanzia conosco la rivelazione della tua misericordia ed è da quasi sessanta anni che dall’altare mi abitui a dire senza vergogna davanti a tutti: «Signore, pietà perché ho peccato molto in pensieri parole, opere e omissioni». E un giorno mi hai fatto immaginare che uno si alzasse nell’assemblea a gridare: «È vero, io sono testimone, è tutto vero!». E io non l’ho zittito ribeccando: «Te poi chissà come sei pulito!». No, no, anzi, gli ho detto: «Per questo ti supplico di pregare tanto per me!». Il Giudice dirà: «Se è così non stiamo a perdere tempo!».

Quaggiù è dunque possibile il coro di stupore scandalizzato, ma di là il coro è abituato a osannare il Cristo della pecorella smarrita.

Non è un sogno. Il canto del Te Deum ci lascia nel finale il grido più necessario della vita: «Miserere nostri Domine, miserere nostri».

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