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Don Luigi Giussani, Giovanni Testori. Impetuoso dialogo tra due uomini innamorati della verità

febbraio 24, 2013 Luigi Giussani - Giovanni Testori

Dialogo senza rete tra un testimone commosso di Gesù e un artista mendicante di Grazia fino allo spasmo. Così don Giussani e Testori si opposero al dominio dell’astrazione che sradica l’esperienza.

In occasione dell’anniversario della morte di monsignor Luigi Giussani (Desio, 15 ottobre 1922 – Milano, 22 febbraio 2005) e del drammaturgo Giovanni Testori (Novate Milanese, 12 maggio 1923 – Milano, 16 marzo 1993), pubblichiamo uno stralcio dell’impetuoso dialogo raccolto nel libro Il senso della nascita. Primo titolo della collana “I libri della speranza”, diretta da Testori per la Biblioteca Universale Rizzoli e inaugurata nel 1980, Il senso della nascita prese avvio da una meditazione sulla collana stessa e sarà rieditato da Bur a fine mese.

Don Giussani: Se la colpa è dell’astrazione, è soltanto il concreto che può minacciare il dominio dell’astrazione. E il concreto è una presenza diversa. Ma una presenza diversa si esprime in parole, in parole che però lasciano intravvedere una continuità; non parole che «definiscono», nel senso che questo mondo «definisce tutto», vale a dire mette nella tomba tutto, rende cadavere tutto. Perciò devono essere parole che esprimono un contenuto vivo, cioè una presenza. Io non riesco a trovare un altro indice di speranza se non il moltiplicarsi di queste persone che siano presenze. Il moltiplicarsi di queste persone; e una inevitabile simpatia o, starei per dire una cosa brutale, una «sindacalità» nuova fra queste persone; così come la esprime il termine che noi usiamo: riconoscimento. Al di fuori di questo, la traiettoria è così povera, l’umano è così relegato; è come se i mendicanti di una città dovessero combattere col potere che domina la città. Bisogna avere il coraggio della verità di se stessi. Il piccolo coraggio della verità di sé. Vale a dire la coscienza che il motivo della disperazione è una menzogna, una menzogna che si può vincere in se stessi, che non si può pretendere che sia vinta dalla società, da un esercito armato o da un esercito di obiettori di coscienza; ma che deve essere inizialmente vinta in se stessi, che può essere vinta in se stessi. E ciò è solo da questa rinascita di sé. E quando dico: «Guarda che se t’ammazzi non risolvi niente, perché tu resti; non eviti un domani; non puoi evitare il destino; il destino ti supera; e, infatti, non c’eri e sei nato; perciò sei dentro in una cosa più grande di quello che ti fa male, di quello che ti perseguita, che ti inaridisce. E ciò che ti costituisce, il tuo destino, ha una capacità di resurrezione in te purché tu lo voglia, purché tu l’accetti». In questo senso, io, a tutta questa gente dico che la prima cosa da fare è quella che sembrerebbe la più lontana: la preghiera. Cito sempre l’Innominato: «Dio, se ci sei rivelati a me». Perché il punto è quello. E questo non vale solo per il disperato, ma per chiunque; questa è la cosa che dico a tutti i ragazzi.

Testori: È possibile anche suggerire che un modo per dirsi «se ci sei, rivelati a me» sia odiarsi un po’ meno, intendo come creature di Dio; volersi, ecco, un po’ più di bene. Che l’uomo si voglia più bene, non in quanto uomo irriferito, ma in quanto creatura di Dio, cioè in quanto uomo riferito, voluto e, quindi, eterno.

Don Giussani: Certo.

Testori: «Amati di più, perché amandoti di più riconoscerai che sei stato voluto per amore». Forse è l’amore che ci ha voluti che ci spinge ad amarci come sul cratere d’un vulcano; come su di un precipizio.

Don Giussani: Certo, il problema è proprio qui. E altresì come arrivarci. Una volta arrivati a questo frutto, uno ricomincia a mangiare.

Testori: «Stimati di più del niente a cui t’hanno ridotto. Sei più grande, sei più importante, sei più ineliminabile».

Don Giussani: O come ha proclamato un manifestino di giovani universitari: «La vita è più grande». Ecco.

Testori: Ogni uomo partecipa di questa grandezza. Quindi, la maggior grandezza della vita è la maggior grandezza dell’uomo. Sono indivisibili, le due maggiori grandezze; una fa maggiore l’altra.

Don Giussani: Sì, ma la vita non esiste se la vita sei tu. Per me il punto è il riaccendere l’evidenza che la propria vita non nasce da sé, non ha sé come destino, ma appartiene a qualcosa di più grande, ed è questo qualcosa di più grande che ci costituisce.

Testori: Che non è separabile dalla tua vita; che è il viscere determinante della tua vita.

Don Giussani: Qualcosa di più grande che ci costituisce. Vale a dire la scoperta del paradosso che io sono un Altro. Non posso dire «io» se non dico «tu», se non dico «tu che mi fai». Come affermo quando cerco di spiegare cos’è la preghiera. Quello con cui volevo rispondere all’apertura di questo nuovo aspetto del dialogo, è che la vicenda della menzogna domina, sì, il mondo, come ha detto Gesù: «Tutto il mondo è sottoposto alla menzogna», e, adesso, la menzogna è giunta al suo parossismo completo perché il concreto della vita è cancellato; ma la vicenda della menzogna si gioca nella persona. Infatti uno s’ammazza o uno vive come un morto, accettando d’essere morto; ed è questo, poi, il vero suicidio. Quindi è ancora nella persona che si gioca la ripresa, il risorgimento, la rivoluzione. E, tuttavia, come fa adesso ad accadere questa ripresa? È questo il punto da affrontare. Esteriormente, l’unica risposta è che s’incontri una presenza diversa; che ci si imbatta in una presenza diversa; questa presenza può fare allora da reagente, da catalizzatore delle energie ormai latitanti.

Testori: Deve risvegliare il senso della nascita.

Don Giussani: Esattamente. E il risveglio della memoria avviene in compagnia di uno che vive già questa memoria. Non ci sono altre soluzioni. È il moltiplicarsi di queste presenze. Dice la Bibbia: «Ad ogni uomo Dio ha dato responsabilità del fratello»: uno che ha una fede anche in modo semplicemente implicito non può non conservare la fiducia nell’umano; deve perciò preoccuparsi della gente che lo circonda e diventare presenza per chiunque gli stia vicino; e, innanzitutto, per il marito, la moglie, i figli, gli amici di scuola, i compagni d’università e di lavoro. Ma se questo si verifica, è impossibile che poi queste persone non si riconoscano tra di loro, che non stabiliscano una solidarietà; che non sentano nascere tra di loro un bisogno, come dicevo prima, «sindacale». È dal moltiplicarsi di questi atomi che sorge un movimento; e un movimento allora contesta il meccanismo del potere. Però il tipo di inaridimento, il tipo di complesso nichilistico che la società ingenera, in cui la società cresce oggi la gente, questo complesso nichilistico rende stentata la ripresa di coscienza della responsabilità che si ha anche in chi conserva la fede, anche in chi conserva la fede naturale nel valore della vita; e perciò rende quasi impossibile la nascita del movimento. Comunque, secondo me, questo è l’aspetto fondamentale di un contrattacco nella società di oggi. Che la verità, che ha come suo luogo la mia persona, il mio stesso «io», si rianimi, abbia veramente il coraggio del suo essere, del suo vivere; che si renda conto di se stessa.

Testori: E che si renda conto della necessità di comunicare…

Don Giussani: … della forza umana che ha, della responsabilità di contagiare la creazione nel rapporto con gli altri. Quindi la necessità che questa ripresa di coscienza della persona non rifiuti la solidarietà con gli altri che hanno la stessa fortuna, che hanno la stessa grazia; vale a dire, non rifiuti di sentirsi parte del movimento divino nel mondo.

Testori: Se rifiutasse non vorrebbe dire che non lo è già più? Insomma che sta già perdendo il senso della memoria? In effetti, è proprio della memoria l’impossibilità di rifiutare di riconoscere altri che vivono dentro la stessa memoria dell’origine, della nascita.

Don Giussani: Sono d’accordo, tant’è vero che proprio questa è la tragedia dei cristiani. Oggi sono un po’ come lucignoli fumiganti di quella memoria. La riprova è nel mostrarsi incapaci di riconoscere l’unità che esiste tra di loro, cioè la comunionalità che è imminente alla loro vita.

Testori: E sono incapaci di riconoscere anche i segnali che la Grazia manda con straordinaria abbondanza. Per cui io credo che, tornando al discorso che facevi prima, dell’uomo cioè che incontra chi ha già riconosciuto in sé questa memoria e crea con lui un’alleanza, ecco, io credo che l’uomo possa recuperare la possibilità di questa memoria anche nell’incontro con la natura; insomma il segno della creazione vige e s’illumina anche lì, nella natura.

Don Giussani: Alcune settimane fa ho incontrato un ragazzo che m’aveva scritto, e poi detto, di sentirsi veramente uomo solo quando andava nella natura, tra i campi.

Testori: L’incontro con la natura, appunto. Essendo anche la natura sede della memoria, quell’incontro può avvenire anche in lei. Una memoria che cresce su se stessa e che noi forse non sappiamo percepire con quale intensità esista; una memoria in cui, tuttavia, la memoria dell’uomo si può specchiare e riconoscere. Non so se hai mai pensato al perché quando si vive ovvero si passa attraverso certi momenti della giornata che possono situarsi nel mattino, nel pomeriggio, nella sera, nella notte; ecco, perché in quei momenti si sente con una sottigliezza ancor più acuta questa memoria d’essere creati; questa presenza d’essere creati; fin quasi ad avvertire una sorta di lacerazione, di ferita; infatti, la memoria, come abbiam detto, è anche dolorosa. Ti sei mai chiesto perché quando tu ti trovi dentro un momento così miracoloso della vita della natura e tremi in lei, senti risvegliarsi come in un allargamento il segno di Dio, il segno della creazione; e lo senti allargarsi in modo totale come se a una voce si sovrapponesse un organo? Perché questo se non per il fatto che in quei momenti si verifica la memoria d’una unità totale in cui entra anche lei, la natura? Io credo ugualmente che questo incontro con la memoria possa avvenire anche attraverso i segni della cultura, attraverso le opere che l’uomo ha lasciato dentro la sua storia, i libri intendo, la musica, le forme dell’arte. Anche da lì può venire un recupero del segno d’essere figli, d’essere voluti. Il campo delle possibilità è quindi infinito. Solo che noi cristiani siamo soliti stringerlo, fin quasi a non saper leggere nessuno dei segnali che in quel campo infinito ci vengono mandati dalla Grazia; segnali che possono essere felici o dolorosi; che possono essere, ad esempio, queste luci che si stanno formando proprio adesso nell’aria, là, oltre la finestra; o possono essere, invece, una malattia. È questo nostro non essere più aperti, questo nostro essere arroccati. Per difender cosa, poi? L’aridità, ecco. Quando invece il cristiano dovrebbe offrirsi interamente all’abbondanza di Dio. Credo che l’abbondanza della Grazia sia infinita, soprattutto oggi. Ma noi non sappiamo più leggerla per noi stessi e così non sappiamo più aprirla agli altri. Quando poi crediamo d’averla letta e la facciamo leggere, è quasi sempre con nome, sensi e significati sostitutivi, parziali, incompleti. Mentre potremmo e dovremmo adoperare anche i termini della scienza, della letteratura, della filosofia, e risalire attraverso di loro all’origine di quei segnali, all’origine cioè della memoria; insomma, alla nascita; e così afferrarne il senso e, insieme, lasciarci afferrare da lei.

Don Giussani: Quello che dici va tutto bene, però io insisto che la catalizzazione di una presenza umana sia quasi inevitabile, altrimenti può emergere un senso di dipendenza in cui non si ricostruisce la scoperta della propria figura. Senza la catalizzazione della presenza umana tutto si risfoca; come accade del senso dell’individuo che si disfa dentro il senso panico della realtà. Invece il contatto coi documenti della storia dell’uomo, l’arte, la musica, la letteratura, determina certamente una presenza. Soltanto che viene, comunque e sempre, il momento in cui deve esserci un’altra persona. Io volevo semplicemente dire che la speranza che io vivo e che tanti altri con me vivono, non è una dabbenaggine, e neppure una sottovalutazione del cinismo in cui tutto è sommerso; ma è l’esempio di una vita che comincia a far muovere il ghiaccio, che comincia a render caldo un corpo, un corpo congelato. E questo si deve moltiplicare, diventando fenomeno socialmente rilevante, come riconoscimento vicendevole, come compagnia vicendevole; questo è il processo istituito da Cristo. C’è stata gente che a contatto con la Sua persona ha riscoperto la sua origine, il suo destino; si sono sentiti fratelli tra di loro, compagnia e regola gli uni per gli altri; perché il concetto di regola nella storia della Chiesa si significa, prima che nella codificazione dei suoi articoli, nella compagnia verso il destino. Questo è il fenomeno che deve avvenire, senza domandare etichette, tessere; e deve avvenire da qualunque parte uno si muova. Da questo punto di vista la Chiesa è mirabile, perché nonostante il tradimento dei chierici e la grande dimenticanza dei suoi figli, rimane la vera presenza di persone in connessione amichevole come compagnia al destino; dove la ricchezza della compagnia è la memoria; dove la compagnia diventa scuola della memoria. E il luogo della memoria è proprio quando uno dice «io».

Testori: Io in Te.

Don Giussani: Il luogo è quando uno dice «io», scoprendo che questo io è un altro, che questo io è costituito dalla presenza di qualcosa d’altro. Sant’Agostino dice che la preghiera è elevatio mentis in Deum, la presa di coscienza di sé sino al suo punto originario. Io in Te; perché nella storia si dice che sei diventato uno di noi, per farTi sentire, per farTi vedere…

Testori: Per fare in modo che io potessi dire «io». E io lo pronuncio solo in quanto Tu ti sei fatto uomo.

Don Giussani: «Venite a me voi tutti che siete stanchi, logorati e oppressi e io vi ristorerò». I cristiani devono ridiventare questo luogo di memoria.

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