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Don Giussani è sempre stato un uomo libero, mai ribelle (anche quando la Chiesa lo emarginava)

settembre 18, 2013 Gianfranco Morra

La ripetuta accusa di «integralismo» sarà una fotografia sfuocata, Gius ha proposto solo l’«integralità», cioè identità e coerenza: «Una fede che non c’entri con la vita è inutile»

Pubblichiamo un articolo apparso su ItaliaOggi, e intitolato “Don Gius: libero, mai ribelle” (G. Morra) 

L’ultimo sgarbo a Rimini. Cinque ex sindaci, tutti comunisti o post, hanno chiesto di intitolare a Luigi Giussani una rotonda. Il sindaco in carica (stessa parrocchia) non l’ha voluto. Eppure Rimini è sui media di tutto il mondo non solo per le vacanze balneari, ma anche per il Meeting della Amicizia tra i popoli, da lui voluto, che dal 1980 porta a una città cultura (ne ha bisogno!) e anche soldi.

Ma Giussani, agli sgarri, c’era abituato, tanti ne ha avuti in vita. Non se n’è mai preoccupato, tanto meno risentito.

Ora possiamo conoscerlo meglio da un ampia documentatissima ricerca, che ne ripercorre la vita, dalla nascita a Desio alla sua Milano, dove operò e si spense (Vita di don Giussani, Rizzoli, pp. 1350, euro 25). Molto sapevamo di lui. Ora Alberto Savorana vi aggiunge, con «intelletto d’amore», nuovi elementi, tratti da documenti interviste, lettere, carteggi, testimonianze. La mole del volume può impensierire, ma lo stile, agile e vivace, è un gradevole misto di rispetto e familiarità. Le tappe di una vita si succedono come limpidi fotogrammi: la famiglia col padre socialista e la madre devota; gli studi in seminario sino alla ordinazione da parte del card. Schuster; l’insegnamento in Cattolica e a Venegono; i rapporti non sempre facili con gli arcivescovi Montini, Colombo e Martini. Ma la sua vocazione fu l’educazione dei giovani, prima come insegnante nel Liceo Berchet di Milano, poi come assistente della Gioventù Studentesca dell’Ac, infine come fondatore di Comunione e liberazione (1969). Un movimento estesosi dai giovani a tutte le età, da Milano all’Italia e al mondo. E divenuto anche Compagnia delle Opere e Fraternità «Memores Domini».

Eppure non sempre compreso o appoggiato dalla Chiesa ufficiale, troppo preoccupata nella difesa del vecchio associazionismo, un tempo luogo di formazione della futura classe dirigente, anche sul piano politico (Dc). Accuse e denunce non mancarono e il card. Colombo spedì Giussani negli Stati Uniti, per un periodo di studio. Impegnato nel rendere difficile la presenza di CL nella Cattolica fu il rettore Lazzati. Egli aveva assunto posizioni di apertura alla proposta cattocomunista, sostenuta dai «cattolici del no» (favorevoli al divorzio) e dalle Acli, allora su posizioni di estrema sinistra. Gli avversari di don Gius furono soprattutto nella Chiesa: particolarmente duri i padri Turoldo e Fabbretti.

Nessuno ignora che la resistenza cattolica contro la contestazione nella scuola e nell’università fu fatta soprattutto da CL, mentre le altre presenze cristiane si spegnevano o si ponevano a rimorchio: «fanalini di coda dei treni altrui». Così sul divorzio, sull’aborto, sulle scelte politiche: CL era, anche nella sigla, l’antitesi di Lotta Continua (LC). L’impegno, insieme fermo e dialogico di Giussani fu rivolto al superamento del gap tra cristianesimo di stato civile e indifferentismo nella vita. La proposta da lui enunciata, centro unificatore di mille iniziative, fu di procedere nel rinnovamento proposto dal Concilio, senza incrinare i principi della religione tradizionale. Indipendente sempre, ribelle mai. Necessario ascoltare la provocazione della modernità, ma insieme dare ad essa una risposta oltre le sue conclusioni nichilistiche. Ma ciò appare a Giussani possibile solo sul fondamento della fede, che costituisce il punto di partenza dell’esperienza religiosa.

Una fede che è, in primo luogo, un incontro con una Persona: con colui che si è incarnato nella storia, Cristo come contemporaneo di ogni uomo («Non fu ieri, è oggi»), che lo trasforma interiormente e gli dà quella «liberazione», che si traduce in «comunione» con i fratelli. Non una idea, ma un «fatto». La fede è sempre «prima», ma non primaria o esclusiva. L’attività di Giussani (1922-2005) si è svolta, anche cronologicamente, parallela a quella di Giovanni Paolo II (1920-2005; morto 43 giorni più tardi). Tanto che il libro è anche un affresco di tutta la Chiesa di quel periodo.

Di papa Wojtyla Don Gius ha precorso e realizzato i due supremi imperativi. Anzitutto l’armonia di «fides et ratio». La religione non è un semplice catechismo o un compendio di dogmi, è una realtà vivente che parte dall’io, ma si realizza nella comunità ecclesiale, che non è una istituzione, ma un perenne movimento.

Il primato della fede non esclude, anzi impone la sua traduzione a livello di razionalità. Inoltre il «fare della fede cultura»: la religione nasce nel «dentro» più profondo, ma non può restare intimismo o narcisismo, deve tradursi in un «con» che unisce gli uomini e produce la civiltà. Non è un hobby per il tempo libero, ma un mutamento radicale. La ripetuta accusa di «integralismo» sarà una fotografia sfuocata, Gius ha proposto solo l’«integralità», cioè identità e coerenza: «Una fede che non c’entri con la vita è inutile».

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4 Commenti

  1. marco scrive:

    si certo il problema è che voi non siete uomini liberi voi di cl e lo stesso cl non fa uomini liberi se poi ribelli significa liberi allora ribelli va bene purchè significhi liberi, ma il punto vero è che cl non è da persone libere ma solo condizionate e coercite mentalmente e questo non è degno di uomini

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