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«Don Giussani è stato il “mungitore”. Un uomo per cui vale la pena vivere»

febbraio 20, 2012 Daniele Ciacci

Don Antonio Villa, fondatore di una scuola a Tarcento, 9 mila abitanti nel Friuli terremotato, racconta del suo rapporto con don Luigi Giussani, a sette anni dalla morte: «Mi chiamava “il Vilìn”. Questo soprannome è l’asso di briscola che mi salverà nel Giorno del Giudizio».

Don Villa, parliamo di don Giussani? «No, ti prego, non farmi un’intervista, ché sembra una cosa seria. Chiamiamola “una chiacchierata”». Ma è per umiltà che don Antonio Villa si ritrae perché, in realtà, ha tanto da dire. «Ma facciamo in fretta, che devo preparare la pastasciutta ai miei bimbi». Era il 1976. Don Villa e uno sparuto gruppo di giovani andò in Friuli per aiutare i terremotati. Da allora non si è più staccato dalla piccola comunità di Tarcento – 9 mila abitanti – e ha fondato pure una scuola. È intitolata a “Camillo di Gasparo” ed è completamente gratuita, perché «l’educazione non può avere prezzo». A sette anni dalla morte di don Luigi Giussani, gli chiediamo di raccontarci di lui. Ed è commosso: «Per quel prete vale la pena vivere. Ti valorizzava solo per il fatto che c’eri. Mi chiamava “il Vilìn”. Questo soprannome è l’asso di briscola che mi salverà nel Giorno del Giudizio».

Quando ha incontrato don Giussani?
Nel 1954 insegnava Teologia orientale in seminario. Una materia che a noi studenti non interessava per niente. Lui, pora stella, si metteva tutto nella spiegazione, gesticolava, stringeva i pugni. Ispirato, un mio compagno lo ha soprannominato “il mungitore”. A lezione eravamo sempre distratti, e Giussani si arrabbiava. Ci paragonava ai suoi ragazzi del Berchet che invece stavano attenti. Ci considerava peggio dei ragazzini. Poi, nel 1962, facevo il vicedirettore al Collegio di Saronno. Mi chiesero di prendere l’abilitazione per insegnare religione nelle scuole. Sono prete ma ho dovuto farlo lo stesso. Mah. Non la presi molto seriamente. Infatti mi bocciarono. Allora ho dovuto seguire i corsi. Chi li tiene? Il “mungitore”. Mi sono nascosto all’ultimo banco, perché non volevo che mi riconoscesse. Eppure, rimasi stupito. Diceva delle cose sulla Chiesa che mai avevo sentito. Mi sono trascinato al primo banco, con gli occhi sbarrati e le orecchie aperte. Era eccezionale.

Così, si è stretto un rapporto?
Sì. Nel 1963 mi propongono di dirigere il Centro sportivo Fenaroli. Il progetto di fondo era istituire l’Isef in Cattolica. Dovevo pulire le piste invece che le aule. Avevano il problema di darmi un sostentamento, ad esempio l’insegnamento di religione. Il monsignore, allora, mi ha proposto di incontrarlo in un pensionato per decidere in quale scuola andare. Lì chi mi trovo? Don Giussani. “Vieni a trovarmi in via Statuto, Vilìn”. Sono andato. C’erano tantissimi ragazzi, e al centro il Giuss. “Vìlin, che bravo che sei venuto a trovarmi. Giacomo – chiama un ragazzo dal gruppo – lui è don Villa, fallo lavorare con te al giornale”. Era il “Milano studenti”. Io scrivevo robette sulla liturgia, ed era bellissimo. Era una meraviglia continua. Non ho mai avuto una buona considerazione di me, ma loro mi pungolavano, mi davano cose da fare, mi stimavano. Sono stati anni di un godimento estremo.

Ma anche anni difficili. Erano i tempi della contestazione giovanile…
Sì, ma Giussani non era mai preoccupato. Viveva della certezza assoluta dell’incarnazione. Gesù continuava nei suoi vicari, nei suoi vescovi. L’arcivescovo Colombo ha fatto soffrire tanto il Gius. Tra i due c’era un’incomprensione totale. Mi ricordo che lo accompagnavo in Curia ogni lunedì, per convincere il vescovo della bontà del Movimento. E spesso usciva in lacrime, per non esserci riuscito. Ma non l’ho mai sentito parlar male di lui una sola volta. Era il ’68. I preti mandavano tutti alla malora, ma io non ho mai sentito don Giussani dire qualcosa contro la Chiesa. Lui aveva queste certezze semplici, intangibili e vere. Erano degli assunti che viveva con naturalezza. E lo si percepiva. Ti dava sicurezza perché viveva di sicurezza. Spesso non capivo tutto quel che diceva, ma non ne avevo bisogno. Mi bastava lui.

Cosa ti è rimasto nel cuore, di don Giussani?
Di certo l’umiltà, la sua totale mancanza di vergogna nel domandare. Per qualunque necessità, chiedeva. Una mattina mi telefona e mi chiede un favore. Io avevo la macchina e tanto tempo libero. Mi chiede se sono disponibile il giorno seguente. Rispondo di sì. “Devo andare a fare un ritiro dalle suore di clausura di Piacenza, ma non ce la faccio. Vai tu”. Rispondo: “Gius, ma cosa diavolo stai dicendo?”. “Villa – mi fa lui – hai detto che puoi? Allora ti do l’indirizzo”. Così sono andato. Vedi, non stava a discutere sui contenuti, Giussani. Chiedeva solo la tua disponibilità. Una volta, durante un ritiro a Salice d’Ulzio, mi chiede se sapevo dei passi particolari della Bibbia. “No Gius, non li conosco”. “Ma puoi cercare, no?”. Fatto sta che sono rimasto in piedi la notte intera per mettergli giù dei brani che poteva utilizzare. Il mattino li guarda, e ne salva due o tre. Che, tra l’altro, già conosceva. “Gius, ma li sapevi già a memoria” mi lamento. “Sì, ma se li trovi tu è diverso”. Giussani mi dava come un senso di sicurezza. Io non credo in me, ma lui sì. E diventava uno per cui valeva la pena vivere. Mi interessava solo aiutarlo in tutto quello che chiedeva.
twitter: @DanieleCiacci

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1 Commenti

  1. scricchi scrive:

    In un intervista al glorioso “Il Sabato” di fine ’86 – in occasione del decennio di presenza a Tarcento -, don Villa ha detto: «Sono venuto e rimasto perché non avevo scelta. Nella fedeltà vissuta alla Chiesa reale c’è la sorgente di un’intelligenza capace di discernere nell’umano le ragioni dell’eterno, e di attivare in tal senso la libertà. La mia libertà mi impediva di andarmene». Da allora, mi fa ancora compagnia.

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