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Don Giussani. La sua presenza cercatela tra i vivi

febbraio 24, 2012 Emanuele Boffi e Daniele Ciacci

Come scrisse Giancarlo Cesana nei giorni del funerale in una lettera a Tempi, «la sua presenza non va cercata tra i morti, ma tra i vivi», perché don Giussani «per vivere da cristiano, ha fatto un movimento, cioè ha esposto a verifica pubblica la sua fede». Per questo sul nostro sito abbiamo raccolto testimonianze e ripubblicato articoli che narrassero il singolare carisma del sacerdote brianzolo.

Il 22 febbraio di sette anni fa moriva don Luigi Giussani, prete, uomo, maestro, semplice battezzato – «per essere cristiani basta essere battezzati», diceva ai suoi – che fece assaporare l’osso della vita a tanti che oggi sono insegnanti, medici, professionisti, operai, persone rispettabili ed ex farabutti (i ciellini hanno un debole per i briganti redenti). Sette anni fa nel parcheggio di una scuola di periferia gente di ogni risma s’incolonnava triste ma composta per un ultimo saluto davanti al corpo del “capo”. Una fila paziente e orante, che colpì anche l’immaginazione di Giuliano Ferrara per quel suo modo così “silenziosamente fisico” di rendere l’estremo addio a un padre. Saluto che trovò poi magnificenza qualche giorno appresso in un Duomo (e una piazza) di Milano stracolmi come un dì di festa, per le esequie celebrate dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, futuro Papa e amico del fondatore di Comunione e Liberazione. E oggi? Sette anni dopo, dove si può trovare un’orma di quella storia iniziata in un liceo milanese? Come scrisse Giancarlo Cesana nei giorni del funerale in una lettera a Tempi, «la sua presenza non va cercata tra i morti, ma tra i vivi», perché don Giussani «per vivere da cristiano, ha fatto un movimento, cioè ha esposto a verifica pubblica la sua fede».

Per questo sul nostro sito abbiamo raccolto testimonianze e ripubblicato articoli che narrassero il singolare carisma del sacerdote brianzolo, «un genio dell’educazione», come lo ha definito don Massimo Camisasca, superiore generale della Fraternità sacerdotale dei missionari di san Carlo Borromeo e fra i primi discepoli del fondatore di Cl. «Giussani – ha detto Camisasca – ha preso per mano migliaia di ragazzi, portandoli a scoprire la convenienza umana di quella fede che molti davano per scontata e molti non conoscevano più. Il suo metodo era mostrarne la ragionevolezza attraverso un coinvolgimento personale: ci portava in montagna, ci raccontava le letture che lo avevano segnato di più, ci faceva ascoltare la musica che lo aveva affascinato durante gli anni di seminario… Tutto diventava per noi strada a Dio perché lo era stato e lo era anzitutto per lui». C’era qualcosa di nuovo nella voce roca di quell’insegnante di religione. «Quando l’ho incontrato – ha narrato Adriana Mascagni, voce storica di Cl – è stato per me un rivolgimento. Non aveva niente di schematico. Era una persona viva, che interloquiva in maniera diversa e seria. Non capivo molto il suo discorso, ma intuivo che era molto diverso da quelli che avevo ascoltato fino ad allora. Non sembrava che parlasse di religione. Parlava dell’umano, dell’uomo, delle sue problematiche vive».

Ne rimase colpito, qualche anno fa, anche un uomo assai lontano da Cl, Adriano Sofri, che in un’intervista a Tempi riconobbe al sacerdote «un’estrema fluidità e prontezza a cogliere qualunque occasione per dire delle cose mai rilegate, mai dogmatizzate, impossibili da trasmettere in una scuola di partito, mettendo al primo posto l’incontro, e poi addirittura la bellezza».

La bellezza, il fascino, una certa inconsueta dose d’allegria (o di «baldanza ingenua», come la chiamava lui) sono parole che hanno sempre trovato agio nel discorso giussaniano. Lo ha rilevato di recente anche il cardinale Julien Ries, tra i maggiori antropologi viventi: «Per riscoprire la Chiesa è necessario trasmettere un entusiasmo per Cristo, che la nostra generazione ha quasi perso. Ma ai giovani è possibile. Si tratta di ritrovarlo nel Vangelo: ci vogliono profeti per la nostra epoca. Ce ne sono stati di recente, come don Giussani, Chiara Lubich e altri». E anche don Antonio Villa, fondatore di una scuola a Tarcento, ha ricordato a tempi.it che il prete di Desio – «che noi chiamavamo “il mungitore” perché si metteva tutto nella spiegazione, gesticolava, stringeva i pugni» – è stato un uomo «per cui valeva la pena vivere. Mi chiamava “il Vilìn”. Questo soprannome è l’asso di briscola che mi salverà nel Giorno del Giudizio».

Salvezza. Come è possibile la salvezza? Solo attraverso “un’esperienza”, avrebbe detto il prete di Desio ripetendo una delle parole che più hanno contraddistinto il suo insegnamento. Per questo c’è bisogno di una comunità, di un popolo, di una Chiesa che corregga, indirizzi, sostenga. Altrimenti la fede è uno svolazzo da azzeccagarbugli di sacrestia o l’ultimo buon proposito prima delle ninne nanne equosolidali. «Don Giussani – ha spiegato don Camisasca – è stato il creatore di un popolo: non possiamo mai disgiungere la sua persona da ciò che è nato intorno a lui. Chi guarda la storia d’Italia degli anni Settanta e Ottanta, non può non riconoscere che egli ha letteralmente salvato dalla morte o da una vita disastrata un’intera generazione di giovani. Potevano essere dei terroristi, dei drogati o alcolizzati, dei borghesi… attraverso di lui sono stati e sono uomini felici di vivere, drammatici, capaci di affrontare le difficoltà della vita, fecondi e creativi». Cercatelo tra i vivi, si diceva. «Don Giussani – ha ripetuto ancora don Camisasca – è vivo e continua dal cielo ad assistere ciò che è nato attraverso di lui. Rimane il movimento da lui fondato, guidato da don Julian Carrón, che don Giussani ha scelto come suo successore. Rimangono le persone che sono state a lungo a fianco di don Giussani e quelle nuove che verranno. Rimangono le sue parole, scritte e nei nostri cuori. Rimane tutta la storia che è nata da lui e che è di fondamentale importanza per capire il presente».

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