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De Magistris, Genchi e 5 milioni di telefoni

aprile 10, 2012 Peppe Rinaldi

Tante sono state le utenze controllate in cinque anni. È il dato spaventoso che emerge dalle carte del processo contro De Magistris e Genchi. Anticipazione della quinta puntata dell’inchiesta di Tempi.

Quinta e ultima puntata della nostra inchiesta sui fatti che hanno portato al rinvio a giudizio dell’ex sostituto procuratore di Catanzaro Luigi De Magistris, oggi sindaco di Napoli, e del suo consulente Gioacchino Genchi, che dal 17 aprile dovranno difendersi davanti al tribunale di Roma (qui la prima puntataqui la seconda, qui la terza e qui la quarta). 

Di seguito pubblichiamo alcuni stralci dell’articolo che apparirà giovedì su Tempi in edicola.

«Sono disposto a scusarmi con l’onorevole Sandro Gozi, l’unico parlamentare di cui, accidentalmente, abbiamo acquisito il tabulato telefonico». In sintesi, è quel che disse Gioacchino Genchi, l’ex consulente di Luigi De Magistris, durante l’audizione al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) del 30 gennaio 2009. Chiedere scusa è sì un atto di coraggio e di intelligenza. Che però non cancella le eventuali responsabilità penali derivanti dall’accusa, qualora fosse provata, di aver “spiato” le comunicazioni di otto membri del Parlamento (Gozi e altri sette). È per questo abuso d’ufficio, infatti, che l’ex coppia di Catanzaro si ritrova imputata a Roma nel processo che comincerà il prossimo 17 aprile.
 

«Attenzione, Gozi è un deputato»
Dalla relazione prodotta dalla procura capitolina, affidata nel dicembre 2009 al consulente tecnico Massimo Bernaschi, docente all’Istituto per le Applicazioni del calcolo “M. Picone” del Cnr, emergono a carico di De Magistris e Genchi alcune incongruenze che rafforzerebbero l’ipotesi accusatoria. Il professor Bernaschi aveva ricevuto incarico dai procuratori Achille Toro e Nello Rossi affinché «presa visione delle relazioni a suo tempo redatte da Gioacchino Genchi per il sostituto procuratore dr. Luigi De Magistris nell’ambito dei procedimenti penali nn.1217/05 (c.d. procedimento “Poseidone”) e 2057/06 (c.d. procedimento “Why Not”) che gli vengono consegnate in copia dall’Ufficio ai fini dello svolgimento dell’incarico, rappresenti le modalità di acquisizione, trattazione e susseguente utilizzazione dei dati dei tabulati telefonici contenuti nel database dell’archivio del Genchi relativo alle utenze (…) riconducibili a parlamentari della Repubblica». Si tratta, insomma, di una sorta di ripetizione delle analisi già compiute dai carabinieri del Reparto indagini tecniche del Ros. Ebbene, la relazione dello specialista del Cnr è una fonte interessante per comprendere la “particolarità” del metodo di indagine seguito in Calabria dai due giustizieri che promettevano di scoperchiare «una nuova Tangentopoli».

Nell’affaire Gozi si osserva un particolare che, se sarà confermato nel corso del dibattimento, creerà qualche imbarazzo difensivo a De Magistris e Genchi. Lo sviluppo del traffico telefonico del deputato del Pd (all’epoca Ulivo) fu richiesto al gestore il 25 giugno 2007, insieme a quello dell’Udc Lorenzo Cesa, ma non c’è traccia di richiesta di autorizzazione al Parlamento da parte dei segugi di Catanzaro, come negli altri sette casi contestati. Distrazione? Leggerezza? Ignoranza? Forse no, visto che, ricostruendo il tragitto delle comunicazioni tra consulente e pm, è saltata fuori un’e-mail spedita da De Magistris a Genchi il 22 maggio 2007, un mese e tre giorni prima dell’acquisizione del tabulato del parlamentare: «Attenzione, Gozi è un deputato», scrisse l’allora magistrato fattosi politico indagando sulla politica. Ma l’e-mail, a quanto pare, non fu sufficiente a bloccare Genchi.

(…) I rapporti con Wind, poi, pare che fossero pessimi. Con la società ci furono incidenti di percorso. Addirittura tra Genchi e il responsabile della Corporate governance di Wind, Salvatore Cirafici (ex ufficiale dei carabinieri, già impegnato in attività di intelligence), era finita a carte bollate per via di alcune spericolate dichiarazioni stampa di quei giorni. Wind, però ritenne di mandare lo stesso il suo alto dirigente a riferire al Copasir. E, al di là della querelle personale con il consulente della procura calabrese, colpiscono alcune dichiarazioni rese da Cirafici ai commissari. Come questa: «I contatti ricevuti da Genchi si estrinsecavano in continue lettere che sollecitavano l’urgenza delle risposte altrimenti, ci veniva detto, avremmo intralciato le indagini e sarebbe stata fatta un’informativa all’autorità giudiziaria per favoreggiamento». Il che, se risultasse verificato, sarebbe indicativo di un approccio alle indagini obiettivamente poco elegante, per usare un eufemismo. Può essere pure che un certo modo di esprimersi facesse parte del personaggio. Sta di fatto che agli atti del processo, oltre che nei resoconti stenografici delle audizioni al Copasir, c’è una e-mail inviata da Genchi il 20 luglio 2007 a uno dei capi di Wind che dà l’idea di cosa intendesse Cirafici. Eccola: «Gentile dottore, intanto grazie della sollecita risposta. Su sollecitazione del pm, avevo pure inviato la richiesta alle competenti strutture. Si muova pure come ritiene e come è necessario, per la sollecita evasione della richiesta. La mia personale fiducia nella sua persona e nella vostra struttura è totale ed incondizionata (tanto in senso verticale che orizzontale). Mi dispiacerebbe molto se alcune distorte indiscrezioni di stampa o se doverose verifiche di indagine (che stiamo eseguendo in tutte le direzioni possibili) possano ingenerare equivoci di fondo, che potrebbero intaccare il leale rapporto collaborativo negli anni intrattenuto con la vostra azienda. Noi (come voi) svolgiamo un lavoro per l’autorità giudiziaria e come tale non possiamo esimerci (ed anzi siamo tenuti) dallo svolgere ogni tipo di attività necessaria. Per quel poco che può valere la fiducia che lei e la sua struttura possiate avere della mia modesta professionalità, le riferisco una frase che mi fu detta da un grande magistrato, che ho molto stimato, dopo la lettura di una mia relazione: “Caro dottore, leggendo la sua riflessione ho riflettuto a lungo. Ebbene le dico che l’unica cosa che vorrei augurarmi nella vita è che, se un giorno dovessi essere per qualche ragione indagato, sia una persona come lei a svolgere le indagini sul mio conto”. Non è autopiaggeria ma solo un modo per dirle che gli “esami del sangue” a volte sono fastidiosi ma spesso si rivelano utili se non altro per correggere la dieta! Intelligenti pauca! Per il resto posso anche confermarle che come tutti gli uomini siamo soggetti ad errore». 

I numeri di Telecom
Quanto al responsabile Tim del settore, Damiano Toselli, dinanzi al Copasir snocciolò numeri da capogiro. Un commissario gli chiese: «A noi risulta possibile, anche da altre inchieste, che una sola persona sia riuscita a formare un archivio contenente 5 milioni di anagrafiche (…) sostanzialmente mi riferisco all’ipotesi che ci sia una serie storica che viene formando un archivio molto grande, per cui le richieste di definizione dell’anagrafica vengono fatte “a sanatoria” (cioè prima prendo il dato e poi chiedo il permesso, ndr) per certificare un’acquisizione corretta?». Toselli rispose: «Questa è una verifica che noi non facciamo. Noi stiamo alle richieste. Potrebbero pure essere richieste di magistrati e non un’elaborazione di Genchi». Replicò il commissario: «Intendo dire, si tratta di 5 milioni di richieste oppure 5 milioni di cellulari e di intestatari? Ce ne possono essere parecchie ripetute?». Toselli: «No, è proprio il numero degli intestatari richiesti». Commissario: «Cinque milioni di numeri?». Toselli: «(…) I dati che vi abbiamo portato sono disponibili e indicano chiaramente ciò che vi ho riferito. Sicuramente c’è una richiesta abnorme di anagrafiche, se non altro rispetto a noi come Telecom. Soprattutto con il fisso e mobile sicuramente copriamo gran parte di queste. Il 10 per cento di queste (cioè quelle riferibili a Genchi, ndr) da solo è tanto. Cinque milioni di persone in 5 anni – ha ragione l’onorevole – sono il 10 per cento della popolazione italiana (…)».

Genchi o non Genchi, cinque milioni di richieste di anagrafica sono potenzialmente un pozzo senza fine di dati. Si capisce perché questo numero abominevole ha acceso, tra i parlamentari del Copasir e non solo, l’allarme in merito alla possibilità che qualcuno, nei dintorni delle procure, sfruttando i punti deboli delle procedure si costruisca banche dati “parallele” stracariche di informazioni sensibili. Che magari un giorno torneranno utili a qualche pm per costruirsi una bella carriera politica.

(5. fine)

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