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Da oggi l’Europa non può più comprare petrolio dall’Iran. Ecco cosa cambia (soprattutto per l’Italia)

luglio 2, 2012 Leone Grotti

Le sanzioni sono entrate in vigore l’1 luglio. L’Iran accusa il colpo, minaccia Israele ma assicura che non verrà danneggiata. Secondo gli esperti, venderà un milione di barili di petrolio in meno al giorno.

Ieri Teheran ha annunciato che la prossima settimana condurrà test missilistici, dichiarando: «Spazzeremo via dalla faccia della terra Israele se oserà attaccarci». Il rinnovato odio verso Tel Aviv e la messa in mostra dei muscoli missilistici ha un’origine precisa: giovedì scorso sono entrate in vigore le sanzioni decise dagli Stati Uniti contro l’Iran e ieri l’Unione Europea ha cominciato ad applicare le sue sanzioni che prevedono il divieto di comprare greggio, cioè petrolio non raffinato, dalla Repubblica islamica. Lo scopo è quello di privare l’Iran dei proventi che derivano dalla vendita del greggio con cui il regime degli Ayatollah regge un’economia allo sfascio e tiene a bada la popolazione vendendo beni di consumo a prezzi ampiamente calmierati.

In molti hanno gridato al pericolo di un innalzamento del prezzo del petrolio e l’Iran ha minacciato di chiudere lo stretto di Hormuz, da cui transita il 40 per cento del traffico petrolifero mondiale. Ma gli esperti dicono che tutto questo non succederà, vediamo quindi nel dettaglio che cosa prevedono le sanzioni e quali effetti potrebbero avere.

Negli ultimi anni l’Iran, terzo esportatore mondiale di greggio, ha esportato circa 2,5 milioni di barili al giorno, che corrisponde al tre per cento del fabbisogno energetico mondiale. Circa 500 mila barili sono destinati al mercato europeo, il resto principalmente a Cina, India, Giappone e Corea del sud. Secondo gli Stati Uniti, grazie alle sanzioni degli ultimi anni, l’Iran ha venduto 700 mila barili di petrolio in meno al giorno e la sua esportazione si è abbassata così a 1,8 milioni di barili per una perdita di 63 milioni di dollari al giorno. Le nuove sanzioni potrebbero togliere dal mercato un altro milione di barili al giorno, lasciando così l’Iran con una vendita di soli 800 mila barili al giorno.

Le sanzioni degli Stati Uniti, che non comprano petrolio dall’Iran, sono state annunciate in dicembre, sono entrate in vigore giovedì scorso e vietano alle banche di tutto il mondo di firmare “contratti petroliferi” con l’Iran. Così la Repubblica islamica farà molta più fatica a vendere sul mercato il suo petrolio, visto che una petroliera carica di oro nero costa almeno 100 milioni di dollari ed è difficile condurre in porto una simile transizione senza l’aiuto di una banca. L’Europa invece aveva annunciato le sanzioni a gennaio, sottolineando che sarebbero entrate in vigore solo l’1 luglio, per dare tempo ai membri dell’Ue di firmare contratti con nuovi paesi. Le sanzioni europee prevedono il divieto di importare petrolio dall’Iran, il divieto per le aziende di trasportare il petrolio iraniano e per le compagnie assicurative di assicurare le navi che lo trasportano.

Le regole non valgono però per tutti: gli Stati Uniti hanno già annunciato però che Cina, India, Giappone, Malesia, Repubblica coreana, Singapore, Sudafrica, Sri Lanka, Turchia e Taiwan potranno continuare a comprare petrolio dall’Iran a patto che riducano in modo significativo le loro importazioni. L’Europa invece avrà l’obbligo di obbedire alle sanzioni. Senza contare che i paesi potrebbero continuare a comprare petrolio dall’Iran, a patto che non passino attraverso le banche, pagandolo quindi in oro, ad esempio, anche se la soluzione sarebbe molto complessa.

La speranza è che la sanzioni pesino tanto sull’economia iraniana, da costringerla a mostrarsi meno arrogante al prossimo round di colloqui internazionali (il famoso 5+1) che mirano a impedire alla Repubblica islamica di costruire la bomba atomica. Secondo lo stesso capo della banca centrale iraniana, le sanzioni colpiranno duramente Teheran ma non abbastanza per piegarla, perché «in questi anni abbiamo messo da parte più di 150 miliardi di dollari in valuta straniera». Il ministro per il Petrolio ha aggiunto che se l’Europa ha davvero intenzione di rispettare le sanzioni annunciate, sarà lei a rimetterci.

Secondo gli esperti, però, non è così: il prezzo del petrolio non aumenterà. Da una parte, infatti, afferma Amrita Sen, consulente petrolifero per Barclays, la crisi ha causato l’abbassamento della domanda europea di barili di petrolio; dall’altra, dichiara Greg Priddy, consulente energetico per Eurasia Group, «il prezzo del petrolio è ormai sceso da 105 dollari al barile a 80» e l’Arabia Saudita, come affermato da Khalid Al-Falih, direttore esecutivo della Saudi Aramco Mobil Refinery Co, impresa statale che estrae il petrolio del Regno, in previsione delle sanzioni ha aumentato la sua produzione a 10 milioni di barili al giorno per andare incontro all’aumento degli acquirenti.

Infine, per quanto riguarda l’Italia, la situazione non è ancora chiara. Nel 2011 il 13,3 per cento dell’import nostrano era occupato dal petrolio iraniano. Solo in marzo l’Italia importava da Teheran 421 mila tonnellate di petrolio. Ad aprile c’è stato un aumento, e l’importazione è salita a 548 mila tonnellate. Secondo Pietro De Simone, direttore generale dell’Upi (Unione petrolifera italiana), «la situazione è sotto controllo. Gli acquisti di petrolio iraniano proseguiranno fino a che non saranno poste in essere le alternative. Ma l’embargo sarà rispettato. Non ci sono problemi di approvvigionamento. Le raffinerie stanno acquistando più greggio da Arabia, Russia e Iraq».

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