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Crepaldi: «Cattolici, abbiate un pensiero forte»

novembre 29, 2011 Emanuele Boffi

Non ci si può accontentare che Mario Monti vada a Messa. «C’è bisogno di proposte che vadano oltre anche le richieste, giuste ma insufficienti, dell’equità degli interventi». Pubblichiamo l’intervista a monsignor Giampaolo Crepaldi, apparsa su Tempi 47/2011, in edicola questa settimana.

Pubblichiamo l’intervista a monsignor Giampaolo Crepaldi, apparsa su Tempi 47/2011, in edicola questa settimana.

Monsignor Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste, ha fama di uomo poco incline alle fumisterie lessicali. Non ama girare troppo intorno alle questioni. Per dire: quando ha visto tanti cattolici accodarsi comodamente al trend che voleva “evangelizzare” la battaglia sull’acqua all’ultimo referendum, è intervenuto, anche se non era comodo esporsi. E in tempi di inchieste sulla casta, l’anno scorso ha dato alle stampe il libro Il cattolico in politica (Cantagalli), che è un manuale prezioso per qualsiasi laico che voglia occuparsi della res publica a partire da un posizione di ragionevole fede. Insomma, non è solito adagiarsi nella bambagia, nemmeno in quella che profuma d’incenso. Ora che in Italia si è in un momento di procelloso passaggio, in cui a farla da padroni sono indici borsistici e fluttuazioni di titoli, Crepaldi non rinuncia a chiedere al laicato cattolico un impegno ancor più vigoroso. Perché ci si può accontentare di sapere che Mario Monti va a Messa alla domenica, oppure si può comodamente aspettare che passi la buriana, intrattenendosi in chissà quali giochi di ruolo nelle segreterie dei partiti, oppure si può cercare di giocare la partita. Senza aver paura di sporcarsi le mani pulite. 

Monsignor Crepaldi, la crisi finanziaria ha minato molto certezze e, in generale, “messo in crisi” molte posizioni consolidate. Che fare? 
È vero che la crisi ha scosso alcune certezze, però il mio parere è che le posizioni consolidate lavorino per rimanere tali. Credo che non sia stato fatto tutto quello che si poteva fare per analizzare in profondità la crisi finanziaria ed economica. Si è detto in molte occasioni che non si trattava solo di una crisi finanziaria, ma che bisognava rivedere molti altri atteggiamenti e assetti istituzionali. Mi riferisco all’importanza della dimensione etica, di cultura sociale e perfino spirituale. Non si può pensare di intervenire sull’assetto finanziario, o riformare il welfare, oppure i rapporti sindacali e di lavoro, oppure  i trattati europei senza una forte tensione morale e una spinta progettuale da parte di una cultura della persona e della società adatta ai gravi tempi che stiamo vivendo. Non sempre si è avuto il coraggio di andare alle radici dei problemi, e le radici non sono certo di tipo finanziario.  

Da questo punto di vista, quale può essere lo “specifico” che i politici cattolici possono mettere in campo? Possono forse accontentarsi di un’etichetta (“cattolico”) che serva da biglietto da visita per indicarne le idee moderate e i comportamenti educati? Che cosa li dovrebbe “infiammare”, soprattutto in questo momento in cui, pensiamo soprattutto ai parlamentari, il loro contributo sembra più laterale?
I cattolici dovrebbero essere portatori in questo momento di un pensiero forte. D’accordo, ci sono i problemi di intervento finanziario, ci sono anche i riposizionamenti politici come spesso accade in frangenti di questo tipo. I politici cattolici guarderanno, come tutti gli altri, anche a queste cose, ma non solo a queste cose. C’è bisogno di proposte che vadano oltre anche le richieste, giuste ma insufficienti, dell’equità degli interventi. Il grande discorso del cardinale Angelo Bagnasco a Todi indicava mete molto alte. Per esempio, non è possibile togliere dall’attuale confronto su “cosa fare” i grandi temi della vita e della famiglia, quello della moralità personale e pubblica, quello dello sviluppo della società civile e della parità scolastica, temi che intercettano sì i bisogni del momento, ma li affrontano partendo dalle grandi proposte di un umanesimo cristiano e in coerenza con le urgenze che il magistero indica ormai da tempo.

Il suo libro Il cattolico in politica aveva un sottotitolo significativo: “Manuale per la ripresa”. Lei scriveva che, dopo il periodo dell’attesa, sono ormai maturi i tempi «per una nuova ripresa di un impegno politico dei cattolici fondato sull’incontro tra la fede e la ragione». Perché usava la parola “ripresa”? È mancato qualcosa finora?
Nel libro spiegavo a lungo cosa era secondo me mancato e cosa io intenda per ripresa. Lo farò ancora più largamente nella seconda edizione del libro che è in preparazione. Qui voglio dire solo una cosa. Agli appuntamenti si arriva partendo da lontano. Questa è l’analisi che dobbiamo fare. Il corpo ecclesiale, le comunità cristiane, i movimenti, i centri di formazione… stanno lavorando secondo alcuni criteri comuni perché quanto lei ricorda possa essere attuato? Vorrei anticiparle una notizia. Il prossimo 3 dicembre a Trieste ci sarà un convegno di presentazione del Terzo Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa, redatto come ogni anno dall’Osservatorio Cardinale Van Thuân di cui sono presidente. In quella occasione farò una proposta nuova, illustrerò un progetto di formazione dei cattolici all’impegno sociale e politico che tenga conto delle indicazioni del magistero e delle necessità del momento. 

Anche Benedetto XVI, nel suo ormai famoso discorso a Cagliari nel 2007, aveva auspicato che sorgesse in seno alla società una nuova generazione di cattolici impegnati in politica. Lei sa meglio di noi che spesso questi appelli sono stati letti come un invito a “rifare la Democrazia Cristiana” o qualcosa di simile. 
Queste cose vengono dette o per dabbenaggine o per finalità inconfessate. Credo che sia arrivato il momento di invertire i termini del percorso. Non si tratta di partire dall’esistente, dall’attuale lavoro politico che cattolici singoli o associati fanno, qualsiasi esso sia. In questo caso si accosterebbero le diversità, ma le diversità rimarrebbero tali e la rotta da seguire sarebbe confusa. Credo, invece, che occorra prima precisare un quadro comune di riferimento, utilizzando gli insegnamenti recenti del magistero, e da lì, con quei criteri comuni alle spalle ed esplicitati in via prioritaria, iniziare un cammino di confronto comune. Altrimenti ognuno continua a fare quello che ha sempre fatto. Su questo verterà la mia proposta che illustrerò il 3 dicembre al convegno. 

Da più parti si sottolinea il fatto che il futuro ci obbligherà a qualche sacrificio. Tutti d’accordo, a patto che siano altri a farli. Finora il dibattito pubblico italiano si è concentrato molto nell’indicare le “colpe” di qualcuno (pensiamo alla battaglia anti-casta, soprattutto), mentre nessuno si è preoccupato mai di spiegare “perché” bisogna accettare questi sacrifici. Che ne pensa?
Come dicevo già prima c’è una carenza di approfondimento sulle cause della crisi. L’impegno delle persone è sempre un fatto morale e non tecnico. L’adesione ai sacrifici è un atto morale, che deve avere delle valide motivazioni morali. Spesso sono stati indicati dei “colpevoli” con criteri populistici.

Avrà visto molte delle piazze italiane invase dai cosiddetti “indignados”. Fra i loro slogan più conosciuti vi sono “io il debito non lo pago” e “siamo il 99 per cento”. Cosa dire a questi giovani?
Mi sono posto il problema se questi giovani siano conservatori o riformisti. Ossia se chiedano protezione e garanzie o se invece chiedano assunzione di responsabilità e rischio. Ho trovato molti elementi a favore della prima ipotesi.

Nel suo libro lei dedicava un capitolo all’Europa e la sua identità. È un fatto che se, da un lato, questa Europa è «un orizzonte obbligato per chiunque si occupi di politica e quindi anche per il cattolico» come lei scriveva, dall’altro, essa è oggi sempre più recepita come un’entità lontana e astratta. Ne abbiamo una riprova anche in questi ultimi anni, soprattutto per quanto riguarda la gestione della crisi. Perché? Cosa manca a questa Europa?
Nel Rapporto che presenteremo esaminiamo anche l’Europa, il cui grave problema consiste nella correlazione sempre maggiore tra l’erosione del tessuto morale dei popoli e un aumento degli apparati tecnici e burocratici. Alla deriva negativa di tanti paesi europei dal punto di vista della tenuta morale della società nel suo complesso, con l’avanzare di un preoccupante relativismo, si accompagna uno stallo di legittimazione delle élite dell’Unione Europea. Non si potrà sostituire una unità di intenti sui valori da difendere e promuovere da parte dell’Europa con un aumento delle procedure i cui tutori sono i funzionari dell’Unione. Questo apre le porte al perseguimento di interessi nazionali di parte.

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