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«Costituzione ungherese? Riconosce il ruolo importante della Chiesa sotto il Comunismo»

aprile 24, 2012 Emmanuele Michela

La Chiesa nell’est europeo sotto il regime. Intervista a András Fejerdy: «Volevamo una nuova Costituzione già dagli anni Novanta».

«Si pensava a una nuova Costituzione già negli anni Novanta, ma nessun governo è mai riuscito ad avere una maggioranza di due terzi per fare questi cambiamenti. Una percentuale che ora invece abbiamo raggiunto». Il ricercatore ungherese András Fejerdy ha organizzato in Italia un seminario dedicato al ruolo della Chiesa cattolica nell’Europa Centro-orientale sovietica, che si apre oggi a Roma, con l’organizzazione dell’Accademia d’Ungheria. A tempi.it spiega perché è un «tema ancora attuale» e perché la nuova Costituzione ungherese, varata pochi mesi fa dal governo guidato dal premier Viktor Orban, che si rifà in modo esplicito all’identità cristiana, non è affatto “fascista” e “liberticida”, come tutti i media del mondo l’hanno bollata.

Professore, perché è stata approvata una Costituzione così esplicita nei suoi riferimenti al cristianesimo?
Ha inciso molto il ruolo della Chiesa cattolica durante il Comunismo. L’identità nazionale ungherese a inizio Novecento era legata molto di più al protestantesimo, in contrapposizione con la professione cattolica, che era invece il credo degli Asburgo. Ma dopo il primo dopoguerra ci fu già un cambiamento, perché crebbe l’importanza della Chiesa cattolica per tutto il paese.

E durante il Comunismo?
Con questo regime ostile a ogni forma di fede, tra il ’48 e il ’90, le chiese erano sempre simbolo di resistenza. Dopo il crollo del muro di Berlino è sorto il bisogno di riaffermare questi valori, che qualcuno voleva invece forzatamente dimenticare. Si pensava a una nuova Costituzione già negli anni Novanta.

Come viveva la Chiesa sotto il regime?
Cercava di salvaguardare sempre l’atteggiamento teorico di rifiuto al comunismo. Al tempo stesso nella prassi provava a salvaguardare la sua stessa esistenza. Fu grazie a queste strategie che la chiesa poté sopravvivere. Certo, in alcuni casi dovette subire dei ridimensionamenti e scendere a compromessi col regime. Ma i casi vanno analizzati uno a uno.

Ci faccia qualche esempio.
Ce ne sono diversi, tutti molto interessanti: dal vescovo cattolico rumeno Aaron Marton, ai tanti Preti di Pace… Prenderei per l’Ungheria due casi opposti: il laico Szekfu e il cardinal Mindszenty. Due figure diverse, che fanno vedere tutta la drammaticità della vita dei cattolici durante quegli anni. Il primo subito dopo il ’45 proponeva di aderire all’Unione Sovietica per salvaguardare la libertà dell’Ungheria e della Chiesa, mentre il secondo invece fu esempio di martirio e contrasto, sostenendo una via intransigente che rifiutava totalmente il regime.

Ci dia qualche anticipazione sul convegno di oggi.
La giornata è dedicata al ruolo della Chiesa durante il dominio del Comunismo: era l’ultimo elemento sociale ad essere irriducibile, a non entrare in maniera totale sotto il controllo del Regime. Per questo ha una storia molto interessante, che si fa ancor più appassionante se si guarda a tutto l’Est europeo, senza limitarsi ad un paese specifico. In più, vorremmo cercare di introdurre un punto di vista innovativo, dato che di solito si è trattato questo periodo soltanto guardando le politiche statali, senza analizzare invece quelle ecclesiastiche. Come questo ente universale reagiva di fronte al regime? Le strategie di lotta si univano a quelle di collaborazione, dato che era necessario trovare un modus vivendi per sostenere l’attività pastorale e non farla reprimere del tutto.

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