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Cile. La potente protesta delle “donne vestite di bianco” contro l’aborto: «È la violenza peggiore»

aprile 18, 2015 Benedetta Frigerio

Le Mujeres de Blanco invadono contro la nuova legge proposta dalla presidentessa Bachelet: «La verità non schiaccia né condanna, ma permette l’inizio di una nuova vita»

cile-aborto-protesta-screenshot

Salute materna da migliorare, operazioni clandestine rischiose da eliminare, privilegi dei ricchi da annullare. Esattamente con gli stessi argomenti usati 50 anni fa, il Cile è riuscito a portare in Parlamento un disegno di legge che prevede la legalizzazione dell’aborto. La maggioranza del paese è ancora antiabortista, così, visti i fallimenti dei passati tentativi, la presidentessa socialista Michelle Bachelet ha cercato di legalizzare la pratica presentando il testo come “soft”. L’aborto potrà essere praticato solo entro la dodicesima settimana, quando è a rischio la vita della madre, per gravidanze conseguite a stupri e in caso di malformazioni del nascituro.

«HO ABORTITO A 19 ANNI». L’ampio fronte del “no” è stato subito definito da Bachelet come quello dei cattolici reazionari. Ma l’opposizione si è mostrata lontanissima dal cliché progressista: «Ho abortito quando avevo 19 anni», ha dichiarato all’Aci María Zamorano Valenzuela, una delle centinaia di donne vestite di bianco che il mese scorso hanno cominciato a invadere le piazze di Santiago del Cile. Ferme, in silenzio, le “Mujeres de Blanco” hanno dato vita davanti alla residenza del presidente della Repubblica a una forma di protesta di grande impatto.

«LA VIOLENZA PEGGIORE». Tenevano in mano un scatola bianca con una croce e sopra scritto il nome del bambino abortito, mentre al centro della piazza tre ballerine vestite di rosso danzavano. «Si tratta di un’azione di luce. Il nostro obiettivo è la luce, che in ultima analisi è la verità, il suo splendore», ha spiegato Paz Vial, una delle ideatrici della manifestazione. «La verità deve emergere perché altrimenti appare tutto informe, torbido e oscuro (…). Secondo Bachelet un terzo delle donne sperimentano una qualche forma di violenza sessuale o psicologica. Beh, crediamo che non ci sia violenza peggiore di quella che subisce una donna quando è spinta a uccidere il figlio in grembo».

UNA NUOVA VITA. Anche per questo le donne hanno scelto di rappresentare con le scatole le bare, senza nascondere «la verità: che l’aborto è la morte di un innocente, una morte bianca. E ogni donna che ha abortito, ha il diritto alla verità e alla speranza. Ma non ci può essere alcuna speranza fondata su una menzogna». Come dimostra la partecipazione alla protesta di chi è pentito di aver abortito: «Stavo molto male e nessuno mi ha aiutata. Sono andata a cercare aiuto presso l’ufficio comunale e sono stata trattata molto male, così ho scelto quella che mi sembrava la via più facile. E ho pagato un caro prezzo, un dolore da cui non mi separerò mai», ha affermato Valenzuela.
Vial ha quindi aggiunto che «la verità non schiaccia né condanna, ma permette l’inizio di una nuova vita». Fra le donne vestite di rosso c’era invece Ana Maria Vela, che ha spiegato di aver ballato rappresentando un feto. Mentre una passante ha reagito così: «Se mia figlia fosse violentata e rimanesse incinta, vorrei sostenerla e chiederei il carcere per lo stupratore, non la morte per un bambino innocente».

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55 Commenti

  1. Emanuele scrive:

    Bellissima testimonianza di queste mamme. Coraggio! Il vento sta cambiando: queste donne, Manif pour Tous in Francia, Sentinelle inpiedi e molti altri movimenti spontanei apolitici. Non arrendiamoci!

    Comunque, chiederei se gli amici abortisti hanno notizie di equivalenti manifestazioni di donne pentite per non avere abortito…

  2. giovanna la papessa scrive:

    Fino al 1989, la legge cilena acconsentiva all’aborto terapeutico. La proibizione totale è avvenuta per mano del governo di Pinochet, durante gli ultimi mesi del regime. Le misure adottate oggi sono di diretta estrazione dittatoriale. L’attuale governo, presieduto da Michelle Bachelet, si è dichiarato favorevole ad intervenire in materia legislativa per depenalizzare l’aborto. Fra le promesse della presidente vi è un progetto di legge, che verrà presentato questo mese al Congresso del Cile. Le possibilità che l’aborto non sia più un reato sono limitate ai soli casi in cui la madre rischi la vita, abbia subito violenza o il feto non sia vivo. Recentemente hanno avuto riscontro mediatico le dichiarazioni della ministra della Salute, Helia Molina, che ha denunciato la frequenza con cui le famiglie conservatrici, che si oppongono all’aborto, ricorrono a cliniche private per interrompere le gravidanze indesiderate. “Le persone ricche non necessitano di leggi, perché hanno il denaro” ha commentato.
    Dall’inchiesta realizzata dalla Bbc Mundo, emerge che, a seguito dell’incarcerazione di donne e medici, il ricorso alla chirurgia è diminuito. Le denunce pubbliche sui giornali hanno messo fine ad una “consuetudine” diffusa fra le donne della classe alta e media, fino a circa vent’anni fa. È difficile incontrare cliniche ed ospedali dove abortire in modo sicuro. Per questo, le donne benestanti che superano le 12 settimane di gestazione si recano nei paesi, come l’Uruguay, Cuba e gli Stati Uniti, dove abortire è legale. La situazione è molto più critica per coloro che non dispongono di risorse economiche.
    Oggi in America Latina è diffuso l’uso del misoprostolo. Questo farmaco, utilizzato nel mondo soprattutto per uso ginecologico, in Cile è autorizzato solo in ambito ospedaliero per patologie gastroenterologiche. L’aborto “fai da te” ha incrementato la vendita del misoprostolo all’interno del mercato nero. Secondo l’inchiesta di Lidia Casas, il prezzo oscilla fra i 65 e i 200 dollari e il commercio è appannaggio di vere e proprie organizzazioni mafiose. Ci sono anche donne che lo comprano su internet o lo richiedono alle ONG internazionali. Molto spesso, però, le complicazioni da misoprostolo dipendono dal sovradosaggio. Non mancano, comunque, aborti eseguiti con metodi rudimentali, specialmente nelle zone rurali. In questi casi, l’interruzione della gravidanza avviene per mezzo di sonde, ramoscelli di sedano e disinfettanti. “È assurdo che per la povertà si finisca al macello” ha dichiarato una delle vittime.
    Ramiro Molina, professore dell’Università del Cile, sulla base dei dati del Ministero della Salute, ha calcolato che solo il 35% dei ricoveri ospedalieri per aborto viene catalogato come “altro aborto” o “non specificato”, qualora non si tratti di un’interruzione spontanea. Questa percentuale è ascrivibile solo alle donne che si recano in ospedale per complicazioni post-aborto. Il numero delle gravidanze interrotte clandestinamente oscilla fra i 134.000 e i 150.000. L’illegalità non consente un calcolo effettivo. Le cifre stimate, pertanto, sono dubbie. L’unica certezza è che l’aborto in Cile è considerato un delitto ed è punito con il carcere.

    • leo aletti scrive:

      Terapeutico o non terapeutico, mai uccidere con l’aborto.

    • To_Ni scrive:

      Questa è Filomena. Lo stile, l’enfasi, il grondante amore per l’aborto. E’ impossibile che resista a lungo lontano da qua. In questo articolo ha fatto pure il “solito” copia incolla di un articolo di Repubblica ( figurato, un giornalaccio, delle intercettazioni e della vignetta della vergogna…) a firma di MARIA CRISTINA FRADDOSIO. Non ha sentito il dovere di virgolettare
      Sempre lei ….falsa : ha scelto la “Papessa”…. un falso personaggio la cui esistenza è stata inventata per denigrare la Chiesa.

    • Cisco scrive:

      @Papessa Filomena
      Personalmente sono favorevole alla depenalizzazione dell’aborto, ma non alla sua legalizzazione, perché di fatto è un omicidio. Che i poveri non possano permettersi di andare all’estero per commettere omicidi non mi sembra quindi un argomento ragionevole per introdurrei nella legislazione. La Bachelet farebbe bene ad aiutare i poveri a crearsi una famiglia, non ad abortire.

  3. Da: Lookoutnews.it scrive:

    Qualche giorno fa, mentre la presidente del Cile, Michelle Bachelet, teneva un discorso in una cerimonia che riuniva medici e studenti di medicina, una studentessa si è alzata in piedi e l’ha interrotta approfittando della presenza dei media per leggere una lettera in cui esprimeva “il rifiuto assoluto dell’aborto”. Le parole della ragazza, sebbene non fossero condivise dalla Bachelet, hanno aperto nuovamente le porte al dibattito sull’interruzione volontaria della gravidanza e dimostrano quanto la società cilena sia tuttora ancorata a vecchi precetti ereditati dai tempi della dittatura.
    Il Cile, insieme a El Salvador, Honduras, Repubblica Dominicana e Nicaragua, è uno dei sette Paesi al mondo in cui l’aborto è un reato. Nemmeno i casi estremi, come violenze sessuali o gravi malformazioni fetali che mettono a rischio la vita stessa della madre oltre che del feto, lasciano uno spiraglio alla libertà di scelta.
    Quando è stata eletta presidente del Cile, la Bachelet ha promesso un’agenda piena di riforme, tra cui anche quella per la depenalizzazione dell’aborto. Il Congresso cileno si prepara adesso a discutere il progetto di legge proposto dalla presidente e si prevedono lunghi e intensi dibattiti in cui l’opposizione tenterà di frenare ogni tentativo di modifica. Anche se secondo alcuni istituti di ricerca l’80% dei cittadini cileni è favorevole alla riforma, un gran numero di parlamentari di destra, legati alla Chiesa e persino alcuni membri della coalizione di Bachelet, cercheranno di impedirla. L’imminente discussione prevede la depenalizzazione in tre casi specifici: quando il concepimento è avvenuto in seguito a una violenza sessuale e quando la gravidanza implica un rischio vitale per la madre o per il feto.
    Dal 1931 al 1989 in Cile esisteva il diritto all’aborto terapeutico. È stato Augusto Pinochet, prima di lasciar il governo del Paese, a derogare la legge che permetteva di interrompere la gravidanza qualora vi fossero stati dei seri rischi per la vita della madre. Dopo 26 anni un’intera generazione è cresciuta con la convinzione che l’aborto, in ogni circostanza, sia un’azione mossa dall’egoismo della donna e da praticare clandestinamente. In poche parole, in Cile l’aborto è un argomento tabù di cui, per la prima volta, un presidente adesso sta avendo il coraggio di parlarne.
    Nonostante i rischi a cui si espongono le donne cilene (quelle che non possono pagarsi un viaggio all’estero, per intenderci), ogni anno nel Paese si registrano circa 140mila interruzioni clandestine. L’aborto è anche un reato e nel 2012 ci sono state 221 donne condannate per aver abortito o per averlo praticato. Chi dispone di maggiori risorse economiche, invece, può andare in quelle cliniche in cui il medico amico di famiglia pratica l’intervento, oppure può prendere un aereo per l’Argentina, Cuba o Miami.
    Qualche mese fa il dibattito era talmente acceso che l’ex ministro della Sanità, Helia Molina, ha rilasciato delle dichiarazioni che gettarono luce su quei segreti che in molti conoscono ma di cui nessuno parla. “Molte famiglie conservatrici hanno fatto abortire le proprie figlie in costose cliniche private”, ha affermato l’ex ministro. Resasi conto dell’effetto delle sue affermazioni, poco dopo la Molina ha dato le dimissioni.
    Pillole vendute al mercato nero o raschiamenti realizzati in appartamenti e senza cure igieniche, sono alcuni dei metodi con cui si interrompono le gravidanze in Cile. Sempre secondo l’ex ministro Molina, l’aborto è la terza causa di morte materna nel Paese. È chiaro, dunque, che si tratta di una questione legata alla sanità ma che riguarda principalmente i diritti delle donne cilene.

    • giovanna scrive:

      Filomena, si vede proprio la tua sofferenza per il fatto che i bambini malati ( tanti ) e concepiti in seguito a violenza sessuale ( pochissimi ) non possano essere uccisi in ben 7 paesi del mondo !
      Ti capisco, capisco la tua sofferenza per ogni bambino che nasce al mondo, perché tu soffri di vivere, ma anche penso che questi bambini innocenti abbiano diritto un milione di volte più di te di vivere.
      Più diritto di te, che, benché falsa e imbrogliona quant’altri mai, con tutte le frottole che hai raccontato, nonostante tutto hai diritto di vivere. E loro più di te, perché sono innocenti e forse, quasi sicuramente, meno malati di te.

      • rameto scrive:

        Limitandoci solo ai casi citati (aborto e pericolo per nascituro e madre), non trovi che sia di una violenza inaudita obbligare una persona a tenere un bambino/a che sicuramente al momento odia, in futuro nn si sa, ma facciamo conto che il sentimento di odio perduri, e sia oltre che violenza anche irresponsabilità costringere una persona a rischiare la propria vita, e non solo, esclusivamente per arrivare a fine parto?

        • Cisco scrive:

          @Rameto
          Cioè fammi capire: secondo te odiare una persona e impedirle di nascere sarebbe una violenza meno inaudita di assumersi la responsabilità di accoglierlo?

          • rameto scrive:

            No non ho detto questo. ho semplicemente fatto una domanda sul perchè una violenza sarebbe preferibile ad un’altra, soprattutto nel secondo caso, quando vi è un pericolo di vita concreto per entrambi (madre e figlio). Non credo che per te è giusto costringere qualcuno a rischiare la propria vita per accoglierne un’altra.

            • To_Ni scrive:

              Redazione,
              potete pubblicare il mio post a commento di Rameto?

            • Cisco scrive:

              @Rameto
              Infatti se la madre e’ in pericolo di vita occorre aiutarla anche a rischio di compromettere la vita del nascituro, ma questo non ha nulla a che fare con l’aborto direttamente procurato, che è’ la violenza più grande che esista al mondo: uccidere un innocente.

              • rameto scrive:

                Thx per la risposta. Ma aiutarla come? Mi sembra di capire che in questo caso si potrebbe mettere a rischio anche la vita del nascituro. quindi si può considerare l’aborto?

                • Cisco.. scrive:

                  @Rameto

                  Se una donna incinta è malata di tumore può sottoporsi a chemioterapia se questa è la sua unica speranza di vita, anche se ciò può comportare, come effetto indesiderato, la morte del feto. Questo non è aborto procurato, che non è MAI accettabile.

                  • rameto scrive:

                    Cioè, prima la donna si sottopone a cicli di chemioterapia, la chemiterapia uccide il feto, e non è aborto procurato? E in caso di fibromi che all’atto della nascita potrebbero uccidere entrambi che facciamo?

                    • giovanna scrive:

                      Scusa, Rameto, ma non credo che qui si stia parlando di casi-limite e quelli di cui parli tu , con molta approssimazione, sono casi limite.
                      Ma la faccenda è semplicissima : in tutti i rarissimi casi in cui la madre, se non abortisse, morirebbe , l’aborto è permesso, dato che si tratta di scegliere quale vita salvare: vite di uguale valore, tanto è vero che ci sono casi di mamme che sono morte per il figlio, comunque sempre con possibilità di scelta.
                      In vita mia non ho mai conosciuto personalmente una donna che se non avesse abortito, sarebbe morta e nella mia vita ho conosciuto migliaia e migliaia di donne, dunque, fortunatamente, sono casi rarissimi, non so se tu hai altre fonti che dicano il contrario.
                      In tutti gli altri miliardi di casi in cui c’è in gioco la vita del figlio e qualsiasi problema della mamma o di terze persone, prevale il diritto del figlio a vivere.
                      Si tratta del caso assolutamente preponderante di ricorso all’aborto : non c’è da scegliere chi debba vivere, ma c’è la vita del figlio contro un problema , non medico, della madre e/o della società ( parliamo infatti dei nostri figli ).
                      Madre che non è sostenuta nel dare alla luce suo figlio, un figlio che sta crescendo dentro di lei, non una carota, né un gattino, né una cistifellea , ma un bambino.

                    • Cisco scrive:

                      @Rameto
                      Non si tratta affatto di aborto procurato VOLONTARIAMENTE.
                      Nell’altro caso non saprei, non sono un medico e non conosco quel tipo di situazione. Ma il principio resta: non si può uccidere un innocente volontariamente.

        • To_NI scrive:

          Rameto

          Io credo che il tuo argomento, cosi come è posto, rappresenta la solita semplificazione e strumentalizzazione del reale. Considera gli elementi di comodo camuffati da una presunta “attenzione” verso chi (la donna) altrimenti subisce una “violenza”. Una bella razionalizzazione. Il punto di partenza regolarmente “omesso” è che la donna ha come “regola” (dato che le violenze sessuali sono rare eccezioni) “consapevolmente” accettato un rapporto che portava al concepimento. Questa omissione tradisce le vere intenzioni che mobilitano tant’è che sa da un lato proponete aborti a go-go dall’altro rifiutate ogni processo educativo che porti ad una vita responsabile della propria sessualità adagiandovi supinamente ad un principio di non frustrazione di ogni desiderio. Non avete neppure l’attenuante della buona fede perché quando chiamate in causa un “progetto educativo” non sapete fare di meglio che proporre una “educazione sessuale”, svincolata da ogni umanizzazione, ma “ridotta” a tecnica – morbosa, che invece di costituire una soluzione amplifica i problemi (in Inghilterra di pari passo all’educazione sessuale aumentano le gravidanze indesiderate). E su questa cosa non battete ciglio.
          Ho volutamente omesso il fatto che l’aborto è un omicidio (razionalizzato sul fatto che “avete stabilito” che l’essere umano è tale solo quando lo stabilite voi).

          Detto in parole povere, sintetizzate all’estremo, ripulendo dagli infarcimenti ideologici tutta la vostra questione si riduce, nella sua semplice bestialità, alla seguente preposizione: “vogliamo copulare* ed abortire quando vogliamo”.

          PS * (sul copulare) uso questa parola per tentare di sfuggire alla moderazione ma la parola “idonea” è altra.

          • rameto scrive:

            Ammettiamo pure la semplificazione, mi va bene. Però anche nella sola accezione semplificata il problema resta anche se fosse un solo caso su mille. cioè si obbliga una persona, dopo aver subito una violenza, ad avere lo stesso un figlio che al momento non vuole, e si obbliga una persona a portare a termine una gravidanza sapendo che potrebbe portare alla morta entrambi. Quindi la domanda resta sempre quella, e cioè perchè una violenza è preferibile ad un’altra. Cisco mi sembrava più possibilistà sulla seconda ipotesi proposta. Hai ragione sui dati inglesi, ma teniamo conto che loro nn parlamo mai di anticoncezionali etc. prendiamo invece come riferimento i dati olandesi dove l’educazione sessuale viene fatta nelle scuole e le gravidanze indesiderate etc (che poi non è argomento della mia domanda), sono le più basse d’europa.

            • To_Ni scrive:

              Rameto

              Il caso “uno su mille “pone la questione fondamentale: se vale per uno vale per tutti. Perché la questione non diventa imperniata sulla violenza subita dalla donna ma su fatto se questa diventa legittimata ad uccidere o meno un essere umano. Naturalmente nessuno di voi può ammettere che si tratta di un essere umano (sarebbe come ammettere il farsi giustizia da soli) e questo garantisce legittimità all’azione di soppressione. Ma se è consentito in questo caso estremo, la donna violentata che spappola del “semplice materiale organico”, la questione di porre dei limiti ad altre persone diventa solo una imposizione priva di fondamento. E’ in fondo materiale organico, perché imporlo? Per la stirpe? Perché dovere?
              Quindi il caso estremo è grimaldello per scassinare altre porte. Conferma per me la malafede del vs modo operandi: infatti tu non sei contro l’aborto ad eccezione dei casi di violenza sessuale. Tu sei a favore dell’aborto sempre (ricordo le discussioni passate).

              Io sono contro l’aborto sempre, anche nel caso di violenza, perché si sopprime un essere umano. Credo che dovere delle persone in queste circostanze è la solidarietà, non la complicità in un assassinio. La legge dovrebbe impedirlo così come si impedisce il furto anche se motivato dall’indigenza. Chi pratica l’aborto in queste circostanze compie un atto disperato, e proprio perché si comprende la disperazione dell’altro si deve essere umanamente vicini, soprattutto “dopo” un aborto maturato in tali situazioni. Ma non con il plauso della legge.

              Messo da parte il caso estremo (in quanto usato strumentalmente) voglio essere estremamente chiaro: io sono convinto che ad eccezione di rischio di vita per la madre (vero e non improvvisato) la donna deve vedersi imposto di portare avanti la gravidanza e poi se vuole rinuncia ai figli. Tutto questo perché non è difficile avere la consapevolezza che “copulando” si “concepisce”. La responsabilità delle proprie azioni è una qualità che ci rende umani (se questa parola significa qualcosa). Sono inoltre contrario che si disconosca il diritto del padre di dire la propria.
              La donna verrebbe sottratta del diritto al proprio corpo? Succede, ….. è un principio che già abbiamo visto imposto. Se scoppiasse una guerra (ed in passato sono scoppiate) uomini dovranno andare loro malgrado a combattere. Se si rifiutano vengono imprigionati e/o fucilati per alto tradimento. Se vanno in campo di battaglia vengono uccisi, o il loro corpo mutilato (e sono sempre molto più dei morti i mutilati). Nessuno si porrà il “perché” devono farlo e certamente i principi di libertà ed autodeterminazione non troverebbero applicazione.

              • rameto scrive:

                mi spiace ma sei prevenuto, io nn ho mai discusso di aborto in passato, inoltre non voglio usare nessun grimaldello. personalmente trovo assurdo, e quindi concordo con te sul fatto della copula e delle sue conseguenze, quello che nn mi piace e che nn approvo è l’imposizione come tu stesso dici (la donna deve vedersi imposto di portare avanti la gravidanza e poi se vuole rinuncia ai figli.) ritengo sia un atto (l’imporre un qualcosa, mentre invece sono favorevole al convincimento e quindi ad essere vicino ad una persona e cercare di aiutarla) assolutamente da condannare. Le regole ci debbono essere e nessuno lo mette in dubbio ma credo che ti ribelleresti senza pensarci due volte se qualcuno ti obbligasse a fare qualcosa che nn senti e che nn credi, ma lasciamo stare. Vedo che c’è un accordo sul caso limite (uno su un milione) in caso di pericolo per la madre, solo che in questo caso la legge non lo permette lo stesso. Visto che ci siamo, un ulteriore domanda, in un altro post è stata citata la proposta di un pò di tempo fa in cui si chiedeva di inserire nel codice civile la possibilità di considerare il feto come una persona umana con i suoi diritti. che ne pensi?

                • Giannino Stoppani scrive:

                  Alla donna non è imposto di andare avanti con una gravidanza, è imposto di non uccidere una persona, anche se essa potrebbe pure rompere le balle.
                  La stessa cosa, se non sbaglio, è imposta anche a te e a me e io da tempo me ne sono fatta una ragione, coltivando l’ambizione a vivere in un consesso umano.

        • To_Ni scrive:

          Rameto … riprovo
          Io credo che il tuo argomento, cosi come è posto, rappresenta la solita semplificazione e strumentalizzazione del reale. Considera gli elementi di comodo camuffati da una presunta “attenzione” verso chi (la donna) altrimenti subisce una “violenza”. Una bella razionalizzazione. Il punto di partenza regolarmente “omesso” è che la donna ha come “regola” (dato che le violenze sessuali sono rare eccezioni) “consapevolmente” accettato un rapporto che portava al concepimento. Questa omissione tradisce le vere intenzioni che mobilitano tant’è che sa da un lato proponete aborti a go-go dall’altro rifiutate ogni processo educativo che porti ad una vita responsabile della propria sessualità adagiandovi supinamente ad un principio di non frustrazione di ogni desiderio. Non avete neppure l’attenuante della buona fede perché quando chiamate in causa un “progetto educativo” non sapete fare di meglio che proporre una “educazione sessuale”, svincolata da ogni umanizzazione, ma “ridotta” a tecnica – morbosa, che invece di costituire una soluzione amplifica i problemi (in Inghilterra di pari passo all’educazione sessuale aumentano le gravidanze indesiderate). E su questa cosa non battete ciglio.
          Ho volutamente omesso il fatto che l’aborto è un omicidio (razionalizzato sul fatto che “avete stabilito” che l’essere umano è tale solo quando lo stabilite voi).

          Detto in parole povere, sintetizzate all’estremo, ripulendo dagli infarcimenti ideologici tutta la vostra questione si riduce, nella sua semplice bestialità, alla seguente preposizione: “vogliamo f….. (parola non elegante ma pertinente) ed abortire quando vogliamo”.

        • To_Ni scrive:

          Redazione, ma che avrò scritto mai per tutta “sta” moderazione.

  4. Quercia scrive:

    Sarebbe molto utile un ampio reportage di giornalismo investigativo sul tema dell’attività di lobbing delle multinazionali abortiste

  5. yoyo scrive:

    Bene che le prime a combattere siano donne. Sono più autorevoli in materia.

  6. Emanuele scrive:

    @papessa

    …stando a quello che dici, l’elevato ricorso all’aborto clandestino, al mercato nero dei farmaci, alle pratiche fai da te, dovrebbe peggiorare molto la salute perinatale delle mamme: infezioni, emorragie, setticemie, etc.

    Ma invece avviene il contrario, la salute delle donne per problemi legati alla gravidanza è molto migliore in Cile che nei paesi abortisti della stessa area geografica (lo stesso avviene in Irlanda nei confronti dell’UK)… Dati da OMS. Come è possibile se c’è un così ampio ricorso a pratiche mediche improvvisate?

    Peraltro, la legalizzazione dell’aborto incide in misura ridotta contro le pratiche clandestine. In Italia si stimano circa 30000 aborti clandestini l’anno, nonostante l’aborto sia legale e gratuito. Si tratta di 1/4 degli aborti legali…

    Infine, il legame con la dittatura, cosa dovrebbe certificare? In Italia le pensioni sono state introdotte dal fascismo. .. che facciamo, aboliamo questo retaggio della dittatura?

    P.S.

    …aspetto ancora notizie di una manifestazione di donne pentite di non aver abortito. ..

    • rameto scrive:

      In Italia la previdenza sociale nasce nel 1898 con la fondazione della Cassa
      nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai ,
      un’assicurazione volontaria integrata da un contributo di incoraggiamento dello
      Stato e dal contributo anch’esso libero degli imprenditori. Mussolini aveva in
      quella data l’età 15 anni…,l’iscrizione a tale istituto diventa obbligatoria
      solo nel 1919, anno in cui l’istituto cambia nome in “Cassa Nazionale per le
      Assicurazioni Sociali”. Tutta la storia della nostra previdenza sociale è
      peraltro verificabile sul sito de l‘Inps. La pensione sociale viene introdotta
      solo nel 1969.

      • To_Ni scrive:

        Durante il fascismo la previdenza è stata ampliata e capillare, nulla a che vedere con quanto esisteva prima (tutela economica e assistenziale alla maternità operaia, l’istituzione della Cassa per gli assegni famigliari agli operai dell’industria, gli aumenti di pensione per i figli a carico, la più vasta assistenza igienica e sanitaria accordata ai lavoratori …e molto altro.)
        Faccio pure mia la domanda: “Che facciamo, aboliamo questo retaggio della dittatura? “

        • fascismo e stato sociale scrive:

          A tal proposito, sulla vita quotidiana durante il fascismo consiglio un testo molto interessante “Pane amaro” di Miriam Maffai.

          • To_Ni scrive:

            Il fascismo è partito nel 22 , “pane amaro” dal 40 (all’indomani della dichiarazione di guerra). Quindi non è la “vita quotidiana”.

            • Fascismo e Stato Sociale scrive:

              Sembra di tutta evidenza che nel 1940 l’Italia era una dittatura ad opera del fascismo e la decisione di entrare in guerra fu presa da Mussolini, quindi sia pure per ancora solo qualche anno, la vita quotidiana descritta dalla Maffai è quella del fascismo. Inoltre racconta della vita vissuta dalle donne e delle leggi prodotte dal delirio di un dittatore che le voleva confinate al solo ruolo di macchine sforna figli per la Patria e questo tipo di stato sociale finalizzato a ciò non nasceva certo nel 1940 ma molto prima.

              • To_Ni scrive:

                Bisogna contestualizzare, non basta vedere nell’ottica della dittatura (che non ho messo in discussione come fatto negativo). In un periodo di “guerra”, come in tutti i periodo eccezionali, i criteri sono diversi da un quotidiano “senza guerra” (quindi l’esempio della Maffai lascia il tempo che trova). La donna, prima del fascismo non è che stava meglio o che avesse maggiori diritti. La condizione della donna, per tante donne, è stato un passo avanti e non indietro. . Cosa vera se tieni conto di quello che ho scritto sopra sulla previdenza.

                • fascismo e stato sociale scrive:

                  Ribadisco, leggi bene quel libro e vedrai che parla molto del periodo precedente la guerra e le condizioni di vita delle donne, le quali semmai dopo il “biennio rosso”, con l’avvento dell’ideologia fascista, hanno fatto tanti passi indietro specialmente se non madri di famiglia!
                  E questo in misura minore vale anche per gli uomini che se scapoli dovevano perfino pagare una tassa!!!

                  • To_Ni scrive:

                    Giusto una puntualizzazione : La Maffai non è che è la bocca della verità. Era una comunista, che per me è peggio che fascista. La mia libertà nelle sue mani, se le cose fossero andate in un certo modo in certe elezioni (Attuando il programma PC del congresso di Salerno), sarebbero state peggiori che rispetto al “testa pelata” . In ogni caso la mia incursione nel fascismo non è stata per dimostrare la bontà di questo. ma per il motivo sotto puntualizzato con Rameto.

        • rameto scrive:

          resta il fatto che le pensioni nn sono state introdotte da Mussolini, in quanto l’obbligatorietà e della pensione venne introdotta nel 1919 (pensioni vecchiaia e invalidità) Mussolini nel 24 introdusse l’antenato del tfr ma solo per il lavoratore licenziato. Nel 33 cambiò il nome della cassa nazionale per le assicurazioni sociali in istituto nazionale fascista per la previdenza sociale (attuale INPS) e nel 1935 tutte le varie leggi inerenti la pensione vennero unificate in una sola legge. Nel 39 istituì la pensione di reversibilità al coniuge (causa guerra e morti annessi) e il limite pensionistico dei 60 anni per l’uomo e i 55 per le donne, dato che prima era 65 uomini 60 donne o valeva per inabilità al lavoro.

          • To_Ni scrive:

            Se ti fa essere soddisfatto che le pensioni sono state introdotte nel 19 non c’è problema. Ma la ragione della domanda è un’altra. Il resto è girargli intorno.

            • rameto scrive:

              personalmente quando e chi ha introdotto le pensioni, e come e perchè, nn me ne pò fregà de meno, sta di fatto che dire Mussolini ha introdotto le pensioni è un falso. C’è una cosa che si chiama storia, val bene leggerla e ricordarsela prima di dire cose nn vere, e comunque ribadiscono, il sistema pensionistico nasce nel 1898. Quindi nn c’è, non esiste nessun retaggio della dittura, la domanda non ha nessun senso logico, è come chiedere “perchè gli asini volano?” ti sembra una domanda logica, tutti sanno che gli asini nn volano, così come tutti dovrebbero conoscere la storia, quantomeno quella italiana, soprattutto quella sulle pensioni, considerando anche che qualcuno nn la prenderà mai.

              • To_Ni scrive:

                Hai, semplicemente, l’approccio sbagliato, anche se sostieni che non può fregartene di meno. L’obbiezione di Emanuele (alla Papessa Filomena) nasce dalla constatazione che non basta buttarla sulla dittatura, per chiosare sulla bontà o meno di una cosa. L’intelligenza deve portare ad ammettere che nella dittatura (sempre sbagliata) possono succedere cose giuste.
                Usando lo stesso argomento, ma rigirato, dobbiamo concludere che l’aborto è una sozzura dato che l’URSS (l’atroce dittatura , peggio del fascismo) dal 1920 fornì aborto legale e gratuito.

                • To_NI scrive:

                  Preciso: l’aborto per me è sozzura sempre. Dittatura o meno

                • rameto scrive:

                  che non basta buttarla sulla dittatura sono d’accordo con te, tanto è vero che il nostro codice penale è del 31, e ancora oggi, a parte nuovi articoli aggiunti e vecchi articoli cancellati, è pienamente funzionante. Anche se a dire il vero una bella revisione non ci starebbe poi tanto male, anzi sarebbe necessaria. semplicemente il paragone proposto era sbagliato

  7. Giovanna la papessa scrive:

    Nell’uomo si designa come embrione il prodotto del concepimento nella fase prenatale compresa entro la fine del secondo secondo mese di gravidanza, in cui si formano gli abbozzi dei vari organi. A partire dal terzo mese l’embrione, che misura circa 10 cm, prende il nome di feto e la sua forma generale presenta caratteristiche umane. Anni or sono, in Parlamento, era stato depositato di un disegno di legge del presidente per il Movimento per la vita, Carlo Casini, con cui si intendeva modificare l’articolo 1 del Codice Civile, in modo che venisse considerato persona vivente, e quindi titolare di diritti, anche l’ovulo fecondato. Dal momento peró che oggi la persona acquista la titolarità dei diritti fondamentali al momento della nascita, se si spostasse la loro acquisizione al momento della fecondazione, ciò creerebbe molti nuovi problemi. Si tratterebbe di due persone da tutelare, i cui interessi potrebbero anche venire in contrasto fra di loro, come nel caso di una donna che decida di abortire. A quale dei due titolari si dovrebbe allora affidare la preferenza? Quale diritto alla vita sarebbe considerato preminente: quello dell’embrione o quello della donna? D’altra parte, se l’embrione è vivo non è certo capace d’intendere e di volere, per cui sarà opportuno nominargli un giudice tutelare? Ma la donna, così, non vede eliminata qualunque sua libera volontà, e non viene ridotta al ruolo di semplice “fattrice” controllata da “superiori autorità”? Qualcuno ritiene che la presentazione di questa legge sia stata un modo equivoco e mascherato di discutere la legge sull’aborto senza nominarla. Questa proposta di legge infatti, con il semplice ma rivoluzionario cambiamento di una parola dell’articolo 1 del nostro Codice Civile, si rivelerebbe l’arma per riaccendere una controversia politica, etica e culturale che cova da tempo sotto la cenere. Recita oggi quell’articolo al primo comma: “La capacità giuridica si acquista al momento della nascita”, mentre la proposta di legge si proponeva di modificare la formulazione così: “Ogni essere umano ha la capacità giuridica fin dal momento del concepimento”. A tal proposito si riportano di seguito alcuni pareri di appartenenti a diverso schieramento, all’epoca della presentazione del disegno di legge:
    C. Matranga, parlamentare di Forza Italia, cattolica, liberale: “bisogna lasciare alle donne il diritto di decidere sulle proprie sofferenze”.
    M.Taradash, deputato del Polo: “introducendo questa riforma come legge dello Stato si arriverebbe all’equivalenza fra aborto e infanticidio”.
    A. Bocchetti, filosofa del “Pensiero della differenza”: “La comparsa del cittadino embrione significherebbe mettere immediatamente sotto padrone la madre”, “mettere al mondo un figlio è un lavoro complesso di mediazione. La madre media di continuo il mondo per il figlio, quindi ci vuole il suo desiderio. L’embrione è vita (non persona) che si sviluppa nel corpo di una donna, cioè di una persona. Introdurre la nozione di diritto per regolare i conflitti tra madre ed embrione significa che lei perde il suo corpo, diventa nulla, si cancella. La legge interverrebbe a regolare la relazione strettissima e irripetibile tra la madre e il figlio dentro di lei”.
    F. Chiaravante, parlamentare del P.d.S.: “Non si può mettere una legge fra una donna e il progetto di un figlio”.
    B. Sarasini, direttrice di “Noi donne”, intravede una forma di estremismo ideologico che rischia di separare l’embrione dal corpo materno e ne fa un’entità a sè stante che acquista una vita autonoma, fino al punto di configurare uno scenario inquietante in cui “donna ed embrione diventano due soggetti in conflitto. Un modo per cancellare la donna e la madre. E per mettere un argine a quello che da alcuni viene considerato un eccesso di potere della donna”.
    S. Rodotà, giurista di area P.d.S.: “La soggettività giuridica dell’embrione potrebbe creare situazioni di conflitto fra la madre e il feto. L’embrione non ha vita indipendente dalla madre e dipende in tutto da lei (…) ma quando l’embrione è titolare di diritti come si può evitare che essi entrino in competizione con quelli della madre?”.
    A fronte di questi pareri viene spontaneo chiedersi dunque quando nasca la vita. Dove si situa esattamente il momento in cui una cellula diventa individuo e poi persona, visto che nemmeno la scienza riesce a dare una risposta precisa risolvendo la questione? Non esiste nella comunità laica una risposta unanime. Per la Chiesa invece la questione non è soggetta a controversie in quanto l’anima dell’uomo è immediatamente creata da Dio e i pareri sono unanimi a partire da Papa Giovanni Paolo II: “La vita umana è sacra e va difesa sempre, dal suo sbocciare nel seno materno al suo tramonto”. “L’essere umano va rispettato e trattato come persona fin dal concepimento”. Giovanni Paolo II ha sempre considerato infatti l’aborto un delitto, un crimine aberrante, e nell’enciclica Evangelium Vitae ha messo addirittura in questione, suscitando forti polemiche, il diritto dei parlamenti di legiferare in proposito, cioè di varare leggi che autorizzino l’interruzione di gravidanza.
    In conclusione, probabilmente la sola cosa sensata da fare è lasciare in vigore la legge 194, visto che l’embrione è soggetto solo alla madre in quanto è appunto in questo che consiste la gravidanza, e la scelta dell’aborto deve essere affidata alla coscienza della donna, senza che poi nessuno si permetta di giudicare la sua decisione.

    • To_Ni scrive:

      Si Filomena, io ho letto la prima frase del tuo post …. la solita caccona mortifera. Poi non ho letto perché sommerso da sbadigli.

      L’aborto è’ un obbrobrio che tu ami solo perché odi , l’essere umano (indifferentemente se è maschio o femmina). Qualsiasi argomento che usi, qualsiasi copia incolla, qualsiasi Nik usi, non farà venire meno questa realtà. E’ incisa dentro di te e non c’è trucchetto che tenga.

      PS:Ma non ti vergogni dopo quella colossale cattiva figura multi nik di essere ancora qua.

      • giovanna scrive:

        Filomena, altrimenti papessa, altrimenti fascismo e stato sociale, altrimenti carlo, altrimenti ecc ecc ecc, stai diventando sempre più ossessiva.
        Lo dico per te : ma possibile che tu non abbia nessuno, ma proprio nessuno, accanto, che ti possa aiutare ?
        Io sono sempre più preoccupata, se potessi fare qualcosa per te, come contattare un parente o un operatore, lo farei.
        E mi trattengo molto dal dirti tutto, perché temo che tu possa compiere atti inconsulti.
        Ma fai qualcosa !
        Che dramma, la solitudine, più della povertà, più della malattia, più di qualsiasi dolore.
        Dai, apriti con qualcuno in carne e ossa ! Non puoi continuare così !

        • rameto scrive:

          thx per la risposta di cui sopra, rispondo qua perchè su nn mi da la possibilità di risposta. Quindi nei casi limite che io ho proposto, nel caso di eventuale pericolo di morte della madre l’aborto sarebbe concesso. solo che la legge nn lo permette. mentre nel caso (sempre caso limite di una violenza sessuale con rifiuto del figlio anche a seguito di supporto psicologico ) nn se ne discute nemmeno perchè il diritto del nascituro è primario a quello della madre. giusto? Pongo altra domanda. In un post della persona che citi sempre si parlava dell’introduzione nel codice civile la possibilità che il feto abbia dei diritti riconosciuti, per l’esattezza il riconoscimento di persona vivente, come la vedi?

          • To_Ni scrive:

            Rameto
            Usare la parola imposizione non piace neanche a me ma non trovo un termine idoneo che lo sostituisca. Anche se ammetto che ho anche un altro ordine di difficoltà : come imporre “sic et simpliciter” una disposizione penale in una situazione che ha visto per decenni una totalizzante imposizioni culturale unilaterale con tanto di meccanismi di rimozione (divieto di proposizione di filmati, di poster ecc)? E’ chiaro che come punto di partenza che le voci devono trovare un equilibrio.
            L’aborto non verrà mai eliminato, come non verrà mai eliminato il furto, l’omicidio e via dicendo. Ma c’è un abisso tra chiamare una cosa sbagliata invece che giusta. Poi chi lo fa si pone di fronte alla propria coscienza (c’è differenza tra chi abortisce in condizione di estremo bisogno e chi ha trasformato il sesso in una attività ludica), ci saranno sempre pessimi medici che abortiranno (sono convinto che è facile fare abortire, ad una politica di rango bastava la pompa di bicicletta, mentre è impegnativo curare donne e bambini malati)

            La madre in pericolo di vita riconosco che può scegliere l’aborto.

            Sono favorevole ad ogni riconoscimento giuridico a favore del feto.

            Mi dispiace averti confuso con altri interlocutori attribuendoti cose non dette. Ma l’aborto è una discussione che mi ha impegnato molto con decine di discussioni con tanti nik diversi sentendo di tutto , compreso il chiamare il feto un parassita che si alimenta a sbafo e l’equivalente di una suola di scarpa. Ho fatto confusione.

            • Emanuele scrive:

              …concordo in buona parte, ma una cosa mi lascia perplesso.

              Tu sostieni che una madre in pericolo di vita può optare per l’aborto…. ma purtroppo questa è l’impostazione della 194 dove “pericolo di vita” può avere un accezione più o meno ampia.

              Quello che si può e si deve praticare nei casi di rischio della vita non è una scelta della madre, ma un obbligo medico (a meno che la madre non decida liberamente di evitare le cure per evitare che il bambino muoia).

              Si tratta di fatto dell’aborto indiretto, ossia di quelle pratiche che, nel tentativo di salvare la madre producono involontariamente ed inevitabilmente la morte del nascituro. Non si vuol sopprimere il bambino, ma purtroppo riconoscendo i limiti della medicina, si accetta che avvenga l’inevitabile.

              Il principio è che senza madre il feto non può sopravvivere (almeno fino alla 22-23° settimana). Se la madre muore, certamente muore anche il feto, allora è giusto cercare di salvare la madre ed il feto, accettando che l’individuo più debole e fragile (il feto) possa non superare l’operazione o la cura.

              Faccio un esempio: l’eclampsia (o gestosi) è una grave patologia che comporta danni gravi a tutti gli organi della madre. L’unica cura è anticipare il parto (cesareo elettivo o d’urgenza), se non si interviene la donna rischia di morire e certamente con lei morirà il feto. Se durante l’intervento il bambino muore, tecnicamente si tratta di aborto, ma è appunto un aborto indiretto poiché il fine dell’intervento era salvare la madre e cercare di salvare anche il bambino. La morte del feto è non voluta. Se il bambino è molto prematuro è facile che muoia dopo l’intervento (gli attuali limiti sono 22/23 settimane di gestazione), ma nessuno ha soppresso il bambino per tutelare la madre.

              Lo stesso principio si può applicare a tutte le patologie: tumori, incidenti, infarti, etc.

              • To_Ni scrive:

                Emanuele

                Io non ho difficoltà a dire che sono d’accordo con quello che scrivi ( “salvare la madre producono involontariamente ed inevitabilmente la morte del nascituro”.)
                Tutti i miei argomenti contro l’aborto hanno un vizio di base (se così si può dire). Il mio punto di partenza è che dal concepimento c’è un essere umano. Non avrei nulla di argomentare, o arzigogolare. Le mie discussioni, per quel poco di ragioni che espongo, nascono dalla contrapposizione con chi nega una evidenza (come ”l’erba è verde” di Chesterton) , ma io sull’argomento non ho bisogno di nulla (meditare su gameti o processi di sviluppo con nomi strani). Semplicemente “è”. La cellula di un giorno vale quanto me.

                Per questo non ho i dubbi processuali di Rameto.

                Per questo avvolte non ritengo di approfondire sul “rischio della vita della madre”, perchè certamente non intendo la parodia che si legittima con la 194 .

          • giovanna scrive:

            Caro Rameto, il “feto” di cui tu parli, da tutte le mamme del mondo è chiamato “figlio” o “bambino” , e anche da tutte le persone del mondo, compresi i medici e qualsiasi operatore si incontri. Tranne nel caso in cui si parla di aborto.
            Allora quel bambino di cui parlava il ginecologo ( mai sentito un ginecologo parlare delle condizioni del “feto” durante le mie gravidanze, ma solo delle condizioni del bambino ! ), diventa “feto”, un essere umano senza diritto assoluto alla vita.
            Ancora, per esempio, se è sano è un bambino, se è malato diventa “feto”.
            Ma , in realtà, è sempre un figlio: il fatto che lo si voglia uccidere non lo fa diventare un oggetto o una specie di animale, è sempre un figlio.
            Con questo, credo di averti risposto e puoi riformulare dunque la tua domanda : come vedi la possibilità che il bambino, il figlio, quando si trova ancora nel ventre materno, abbia dei diritti riconosciuti ?
            p.s.: la persona che citerei sempre, la mitica Filomena, è onnipresente con nick multipli in qualsiasi discussione , raccontando un sacco di frottole per sostenere le sue idee, che evidentemente non si reggono da sole , dunque non direi che “la cito”, ma che le rispondo, o , meglio, le rispondevo, ora direi la compiango, soprattutto dopo questo:
            http://www.tempi.it/wsj-e-nyt-indiana-gay-liberali-religione#.VTS7VGccTow

            • rameto scrive:

              Sia per To_Ni che per Giovanna
              ancora grazie per avermi risposto, Giovanna scusa se ho detto e scritto feto, ma la distinzione è anche nella lingua italiana, non volevo sminuirlo e non ho problemi a chiamarlo figlio, per To_Ni credo che paragonare aborto con furto ed omicidi sia azzardato in quanto hanno cause e motivazioni diversi, ma l’idea che volevi esprimere è chiara. Vedo che avete certezze e sicurezze, come molte altre persone che pensano cose diametralmente opposte, io no, le mie idee e convinzioni sono anni che rotolano in cerca di un posto dove fermarsi, forse perchè un conto è parlare del caso in generale e un conto del caso in particolare. Io vivo di dubbi, sempre e comunque, anche se poi magari agisco d’istinto. Ho pusto l’ultima domando anche perchè proprio pochi giorni fa su questo sito veniva raccontata la storia di una donna francese che avendo subito un incidente ha perso il bambino e il conducente dell’auto non è stato condannato per omicidio. Pensate un pò, si potrebbe condannare per omicidio (colposo per la maggior parte dei casi) chi procura la morte del bambino ancora all’interno del ventre meterno, e ciò è un bene almeno in parte, ma si dovrebbe anche condannare per omicidio (colposo) qualsiasi donna che magari cade dalle scale e perde il bambino, e anche per tutti gli aborti spontanei, quantomeno si dovrebbe aprire un bel processo per dimostrare che l’aborto è stato proprio spontaneo, per cause naturali, e che nessuna azione fatta dalla madre è stata fatale al bambino. sarebbe interessante.

              • To_Ni scrive:

                Rameto
                Sarebbe interessante anche scoprire, in un ipotetico domani che vede l’aborto abolito, quante donne cadono dalle scale. Le leggi si moltiplicano a fronte dell’illegalità diffusa che le rende necessarie. Se in troppe cadessero dalle scale evidentemente ci sarebbe qualcosa che non funziona
                A parte questa considerazione sai benissimo che il “colposo” come reato commina pene lievi (non voglio sbagliare ma credo siamo ai limiti del penalmente irrilevante) se non quando si dimostra la colpa grave, quindi le aggravanti. Io un tossicomane o un alcolista che travolge una persona, uomo o donna che sia, gravida o meno che sia, le aggravanti li darei volentieri (compreso in considerazione del bambino che doveva nascere).
                A volte si rimprovera le “certezze” (tu non lo fai ed apprezzo il modo garbato in cui argomenti) ma a me basterebbero i “dubbi” sul cosa è o meno un essere umano (dato che l’errore significherebbe uccidere) per non prendere certe decisioni.

                Alla prossima

                • rameto scrive:

                  da sei mesi a cinque anni. se poi ci sono le aggravanti si può arrivare fino a 10. comunque ogni decesso un processo. sembra più un deterrente a fare figli che un incentivo. non rimprevero le certezze, ci mancherebbe, un punto di partenza e uno di arrivo ci vogliono per porre un metro di azione almeno sulle questioni pratiche. Io semplicemente nn riesco a fissare nel il punto di partenza ne quello di arrivo. mi pongo e pongo agli altri 1000 domande, e le risposte poi mi impongono di continuare con altre 1000 domande…e così via. Assolutamente dispersivo nel pratico, decisamente stimolante per la conoscenza. Tanti saluti.

                  • Emanuele scrive:

                    Caro Rameto,

                    già con le leggi attuali che puniscono gravemente l’aborto clandestino, tutte le donne che hanno subito aborti spontanei potrebbero essere indagate… siamo sicuri che non abbiano assunto farmaci abortivi o droghe? Siamo sicuri che non siano cadute apposta, magari per nascondere pugni o calci del compagno? etc.

                    Perché non avviene? Semplice, perché i medici sanno fare il loro lavoro, cioè distinguere un aborto per cause naturali da uno indotto, le cadute accidentali dalle percosse…. In caso di sospetto, allertano l’autorità giudiziaria.

                    Quindi, come quando muore una persona per cause naturali nessuno si sogna di aprire un fascicolo per omicidio, ma basta un medico legale, non si capisce perché estendendo i diritti ai nascituri ci dovrebbe essere un boom di indagini di omicidio.

                    Quello però che vorrei sottolineare è che mentre tu ti poni 1000 domande, avengono solo in Italia oltre 100.000 aborti l’anno. Visto che non sappiamo esattamente come e quando inizia la vita (su questo potrei concordare), sarebbe opportuno applicare il principio di prudenza perché, se hanno ragione gli scienziati che sostengono che la vita umana inizia con il concepimento, ogni anno tolleriamo migliaia di omicidi, i più aggravati da futili motivi.

                    Visto che si può continuare a porsi domande senza rischiare di condannare a morte nessuno, non sarebbe il caso, per il principio di prudenza, di essere contrari all’aborto? …almeno fino a che non hai finito di rotolare…

  8. Emanuele scrive:

    @papessa

    Già adesso la legge ammette soggetti con diritti concorrenti. Una madre non potrà mai abbandonare il proprio figlio (se non immediatamente dopo la nascita ). Fino alla maggiore età non potrà evitare di accudirlo, nutrirlo, mantenerlo, etc. Non conteranno più malattie del figlio, problemi di lavoro, problemi psicologici, etc. La madre non può nè sopprimere nè abbandonare i propri figli.

    Come gli interessi concorrenti tra madre e figlio sono stati gestiti dopo la nascita, si possono gestire anche prima con buone leggi.

    Riguardo ai tutori legali. Neppure i bimbi piccoli sono capaci di intendere e volere, ma non mi risulta che abbiano tutori legali. Essi sono sotto la patria potestà dei genitori… non vedo perché non dovrebbero esserlo gli embrioni. Comunque, la potestà dei genitori non dà loro diritto di vita e morte sui figli.

    …tralascio i commenti citati, ne potremmo citare altrettanti in senso contrario. Quelle che emerge è la dipendenza totale del nascituro dalla madre. Ma tale dipendenza si estende ben oltre la nascita: se una madre non si prende cura di un neonato ed impedisce ad altri di farlo (cosa fattibilissima con le attuali leggi) il bambino è destinato ha morire in meno di due giorni. Quindi, ammettiamo l’infanticidio perinatale come sostegno Giubilini e Minerva?

    Inoltre, tutta questa attenzione all’esclusività del rapporto madre – nascituro mi pare vada a cadere quando si parla di fecondazione eterologa, utero in affitto, etc. Cose che già ora trasformano la donna in fattrice o incubatrice. Cioè ci si preoccupa di una legge ancora da scrivere e si lasciano correre quelle modificate a colpi di sentenze…

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