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Che cosa ci insegna il triste epilogo degli “eroi di Manchester”

gennaio 8, 2018 Leone Grotti

La storia dei senzatetto Chris e Steve, ribattezzati “eroi” dalla stampa dopo l’attentato a Manchester e scaricati malamente ora che si è scoperta la verità

«Disgustoso, il peggio del peggio, sciacallo». Non l’ha passata liscia Chris Parker, senzatetto di 33 anni di Manchester, elevato a “eroe” dai giornali di tutto il mondo per l’aiuto che sembrava avere offerto alle vittime dell’attentato di maggio alla Manchester Arena, durante il concerto di Ariana Grande, e poi scaricato rapidamente dopo che i filmati delle telecamere hanno rivelato che non stava aiutando le vittime, ma era piuttosto intento a rubare telefonini e portafogli.

SCHEMA PRECOSTITUITO. La reazione di sdegno è comprensibile, ma Parker non avrebbe mai dovuto essere definito “eroe” in ogni caso. La storia ad alto tasso emotivo, il barbone buono e povero che aiuta le vittime mentre tanti egoisti e indifferenti (magari benestanti) se la danno a gambe per mettersi in salvo, era un piatto troppo succulento perché i giornali non ci si buttassero sopra a pesce. Ma se nessuno si è preoccupato di verificare che cosa stesse facendo l’uomo sopra le vittime stese a terra è perché, come accaduto spesso negli ultimi due anni, si è preferito applicare uno schema precostituito alla realtà.

IL BISOGNO DELL’EROE. Il canovaccio che si ripete sempre uguale dopo ogni attentato, da Charlie Hebdo in poi, concluso il periodo dello sgomento, della rabbia, della commozione, della reazione verbosa e inconsistente all’insegna del “non avrete il nostro odio”, prevede prima dell’oblio la ricerca e l’identificazione di un eroe, di qualcuno che dimostri con buone azioni che la civiltà europea è superiore all’ideologia degli attentatori. E siccome a volte non se ne trovano, c’è bisogno di gabellare come eroismo qualsiasi atto di umanissima pietà o compassione. E di appiccicare l’etichetta eroica su un prodotto senza prima verificare se lo stesso non sia per caso avariato. Parker non era un eroe, era un povero diavolo che andrà in carcere per quello che ha fatto, come prevede la legge e come è giusto che sia. Ora insultarlo è naturale e facile, ma l’errore forse sta a monte.

IL SENZATETTO SCOMPARSO. Ma questa non è l’unica lezione che ci insegna il triste epilogo della vicenda degli “eroi” di Manchester. Sull’onda emotiva, infatti, per l’imbroglione erano stati raccolti dal sito di crowdfunding GoFundMe 60 mila euro, che ora verranno restituiti ai donatori. Anche gli 85 mila euro raggranellati dalla piattaforma JustGiving per aiutare il secondo senzatetto intervenuto sul luogo dell’attentato, Steve Jones, non arriveranno a destinazione. Questa volta non perché Jones si sia rivelato un finto eroe come Parker, ma perché Jones è scomparso nel nulla. Il cofondatore del club di calcio inglese West Ham United, David Sullivan, gli aveva anche offerto di andare a vivere in un super appartamento pagato per sei mesi. Ma Jones non si è più fatto trovare e ogni tentativo di contattarlo è andato a vuoto.

NON BASTANO I SOLDI. I soldi raccolti non verranno restituiti ai donatori ma girati all’organizzazione caritativa Barnabus, che aveva già aiutato Jones in precedenza insieme a molti altri senzatetto. Ed è la stessa charity che ha svelato l’arcano: Jones non è soltanto uno sbandato, ha anche gravissimi problemi di tossicodipendenza. Per questo, paradossalmente, potrebbe essere un bene che non si sia mai presentato per ritirare i soldi a lui destinati da una platea di generosi donatori: «Noi capiamo le buone intenzioni di tutte le persone che volevano aiutare – hanno spiegato in un comunicato i responsabili di Barnabus – ma dare soldi in questo modo a singoli individui rischia di avere conseguenze disastrose, soprattutto se la persona in questione ha un problema di dipendenza. Lo mette anche a rischio di essere preso di mira da gente senza scrupoli, rendendolo ancora più vulnerabile».

LA VERA LEZIONE. Per aiutare un senzatetto come Jones, conclude l’organizzazione di beneficenza, non serve regalargli dei soldi, bisogna piuttosto finanziare le associazioni che si prendono cura delle persone come lui e che stanno ogni giorno «a contatto con loro». Per aiutare un uomo in difficoltà non basta quindi cliccare un anonimo sito di crowdfunding, gesto più utile a sentirsi bene che a fare del bene, bisogna stargli vicino e piuttosto aiutare chi spende il proprio tempo per toccare la sua carne sventurata giorno dopo giorno. Queste sì sono lezioni per cui vale la pena ringraziare gli “eroi di Manchester”.

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