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Charlie Gard. Dov’è finita la prudenza dei cattolici?

luglio 10, 2017 Mattia Baldini

È moralmente lecito sospendere la ventilazione a Charlie? È giusto che un tribunale decida del migliore interesse di un bambino prevaricando la patria potestà?

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Gentilissimo Direttore, da genitore e medico cattolico che lavora in Regno Unito, mi sento particolarmente provocato dalla vicenda di Charlie Gard. Il dibattito gravita attorno a due domande.

1. È moralmente lecito sospendere la ventilazione a Charlie?
La Chiesa è contraria tanto all’eutanasia quanto all’accanimento terapeutico. Fatto salvo l’obbligo di idratare e nutrire sempre fino all’ultimo, non afferma altrettanto per la ventilazione invasiva o altre forme di supporto d’organo. Infatti “la medicina odierna dispone di mezzi in grado di ritardare artificialmente la morte, senza che il paziente riceva un reale beneficio (…). C’è radicale differenza tra «dare la morte» e «consentire il morire»: il primo è atto soppressivo della vita, il secondo è accettarla fino alla morte” (Carta degli Operatori Sanitari, 1995)
La declinazione nel caso specifico è affidata alla valutazione in scienza e coscienza da parte dei medici coinvolti, che dovranno innanzitutto stabilire prognosi, opzioni terapeutiche e proporzionalità dell’atto medico al beneficio atteso.

Sono rimasto molto perplesso leggendo come molti commentatori in Italia neghino la terminalità o l’incurabilità di Charlie e classifichino il caso come eutanasia di un bambino gravemente malato. I medici ed esperti interpellati dal tribunale (incluso il medico USA che procurerebbe la terapia sperimentale) concordano infatti che Charlie è un malato terminale e che la terapia proposta ha scarse possibilità di successo.

2. È giusto che un tribunale decida del migliore interesse di un bambino prevaricando la patria potestà?
La legislazione inglese tutela il diritto del paziente o del genitore a rifiutare un trattamento proposto o a chiedere un secondo parere. I medici dal canto loro possono rifiutarsi di somministrare (o continuare) un trattamento richiesto quando non ritenuto opportuno in scienza e coscienza. Qualora non si riesca a raggiungere un accordo, trattandosi di uno scontro di diritti (il diritto dei genitori alla patria potestà contro quello dei medici ad agire in scienza e coscienza) si rende necessario l’intervento di una Corte, la quale deciderà, con l’aiuto di una figura indipendente (il “guardian”), quale diritto deve prevalere nel migliore interesse del bambino.

Di fronte alla grave denuncia – mossa da alcuni – di un caso di sequestro di persona ad opera dell’ospedale o dello Stato, vorrei far notare come talvolta diritti sacrosanti collidono e per questo sono necessarie le sentenze dei tribunali. Pur essendo medico, e nonostante mi sia documentato sul caso, riconosco di non avere tutti gli elementi e le competenze per rispondere con certezza alle domande che esso pone. Trovo però allarmante leggere da più parti giudizi certi di condanna non supportati da evidenze adeguate. Mi chiedo, e chiedo a Lei: dove è finita la prudenza dei cattolici?

Non voglio qui incitare a un cristianesimo tiepido che finisce per essere insipido (contro cui recentemente Luigi Amicone ammoniva dalle vostre pagine), docile a un potere ansioso di legiferare contro la vita. Condivido la preoccupazione che si cerchi di sfruttare la vicenda a sostegno di nuove leggi (sull’accanimento terapeutico, sulle direttive anticipate, sull’autodeterminazione anche contro l’obiezione di coscienza) come necessarie a “sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno di essere buono”, per dirla con Eliot.

Non c’è bisogno di nuove leggi né dell’esasperazione dei toni, ma che ognuno a partire da noi medici sappia fare un atto di coscienza rispetto al proprio operare quotidiano. Mentre la vicenda è tutt’altro che conclusa, condivido inoltre l’appello di Austen Ivereigh alla “preghiera per Charlie, per i suoi magnifici genitori, e per i dottori e giudici che si sono presi cura di lui e che hanno dovuto prendere decisioni moralmente angoscianti sul suo destino”.

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