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Cavalieri e principesse. Perché è bello che donne e uomini siano davvero differenti

aprile 8, 2017 Caterina Giojelli

Il nuovo libro del sociologo Giuliano Guzzo è un passo gigantesco oltre la sociologia ed è pieno di domande elementari e di buon senso

cavalieri-principesseCavalieri e principesse. Donne e uomini sono davvero differenti, ed è bello così: provocazione vera all’uomo di oggi e agli uomini che verranno, il libro del sociologo Giuliano Guzzo fresco di stampa per Cantagalli (254 pagine, 17 euro) è un passo gigantesco oltre la sociologia. Ed è davvero un bel sentire in questi tempi in cui il buon senso è assediato da una mondanità che sguazza senza scrupoli nel pantano delle disforie di genere e dell’allarme discriminazione come fosse il sol dell’avvenire. Solo qualche mese fa il National Geographic sbatteva in copertina Avery Jackson, di anni nove, con lo strillo «la cosa migliore di essere una ragazza è che ora non devo più fingere di essere un ragazzo», trasformando il suo e altri casi assai rari di transgender in simboli di una battaglia culturale contro una società che non li comprende e li mostrifica. Oggi la tranquilla copertina del libro di Guzzo, ricchissimo nella narrazione, nelle ambientazioni, nel numero di studi e casi citati, racconta una storia diversa. Nonostante ci abbiano provato tutte le dispute accademiche e intellettuali a liberarci dalle cosiddette tenebre, le cose sono inondate di luce, e per quanto gli uomini ci vedano poco, «la differenza tra i sessi, anziché apprestarsi al congedo della storia iniziando a sbiadirsi, si rifiuta ostinatamente di sparire, lasciandoci tutti – spiega Guzzo citando lo scrittore Dietrich Schwanitz – imbambolati come davanti a un enigma arcaico». Un mistero che si rifiuta ostinatamente di piegarsi all’arte magica di tutti gli incantatori, gli ideologi e i virtuosi del pensiero positivo che mira alla decostruzione delle differenze. Ed è bello così.

Non è facile passare in rassegna centinaia di studi scientifici sul tema: occuparsene è sconveniente quando è mainstream ridurre il maschile e il femminile a funzione delle idee, interpretare la differenza come disuguaglianza, accostare e impiegare i due termini come sinonimi. Non lo è quando la bocciatura preventiva di ogni approfondimento sul tema è divenuta talmente abituale da giungere, pur di negare il fondamento della disparità, a teorizzare «una parità fra i sessi che è ormai sconfinata nella supposta identità fra questi». Per spiegare come si è arrivati dal contrasto della discriminazione al contrasto della differenza, Guzzo riavvolge con pazienza il filo delle opere e degli eventi che nei secoli hanno dato limpida dimostrazione di questo pericoloso scivolamento: dalle teorie di Simone de Beauvoir o Cordelia Fine a quelle recenti del famoso ginecologo Robert Winston, secondo cui sarebbe già possibile una gravidanza in un maschio, fino alle proposte di legge svedesi che mirano a sostituire alla dizione “donna incinta” quella più politicamente corretta di persona incinta.

Il sociologo lo fa ponendosi semplici domande che spingono il riesame della letteratura scientifica nelle case di tutti, a portata dell’esperienza quotidiana, sede naturale di un attrezzato buon senso: fiocco azzurro o fiocco rosa? Bambole o camioncini? Il cervello di uomini e donne è identico? E i contenuti dei sogni? Come mai è così diffusa l’idea che le donne parlino, sorridano e piangano più (e guidino peggio) degli uomini? Si può sostenere che uomini e donne abbiano attitudini professionali diverse senza passare per sessista? E come si innamorano? Domande così, elementari e di buon senso. Quelle che non ci facciamo quando più del dato naturale abbiamo a cuore l’ingiustizia culturale.

Sulla base di diverse centinaia di studi scientifici, condotti confrontando culture radicalmente difformi (quale altra via percorribile, se non quella della ricerca scientifica, in questi tempi di roghi alle streghe e tribunali dell’amore?), Guzzo documenta e rintraccia la differenza fra maschi e femmine su infiniti versanti, ritrovandone indizi già nei primi mesi di vita, in qualche caso addirittura a poche ore dal parto o perfino in fase prenatale. Liberi dalla prigione intellettuale in cui erano stati confinati da chi sostiene che se maschi e femmine si comportano diversamente è perché educati a interiorizzare il ruolo prescritto dalla cultura del loro gruppo e ad immergersi negli schemi perpetuando stereotipi, si scopre che i sessi divergono in maniera del tutto analoga in paesi e culture diversissime, per non dire agli antipodi, nei registri comunicativi, nel modo di vivere l’amore. Che le differenze si confermano negli stessi studi e nei tentativi nati per eliminarle: si pensi all’esperienza dei kibbutz israeliani, nati con l’ambizione di infrangere i ruoli storici e stereotipati, davanti alla quale gli stessi studiosi furono costretti a prendere atto che la sospirata eguaglianza tra i sessi era qualcosa di assai remoto. O all’esperienza della società samoana o dell’isola di Vanatinai, solo per citare due tra le centinaia di esempi ben raccontati dall’autore. O ancora ai paradossi dei paesi del Nord, regni europei dell’uguaglianza fra i sessi, dove si sconta una diffusione dei reati di violenza sessuali superiore a tutti gli altri. O alla demistificazione dell’occupazione femminile da sempre vista come garanzia di progresso diffuso. Perché allora si attribuisce tanto peso all’educazione, alla scuola e alle tradizioni di una cultura? «Quale le ragioni di cotanta, rocciosa ostinazione nel ritenere uomini e donne solo apparentemente diversi?».

Il 22 agosto 1965 nacquero a Winnipeg, Canada, due gemelli: Bruce e Brian Reimer. Entrambi presentavano una fimosi piuttosto marcata così papà Ron e mamma Janet optarono per un intervento di circoncisione. Un banale intervento che avrebbe segnato per sempre la vita di uno dei due fratellini, Bruce. Operando con un cauterizzatore dal voltaggio eccessivo, il medico bruciò infatti il pene del piccolo di appena sette mesi, un errore fatale che sconvolse i genitori che si blindarono in un doloroso isolamento. Fino a quella maledetta sera di metà febbraio del 1967.

Nel caso di Bruce, raccontato dal giornalista americano John Colapinto nel suo As Nature Made Him e ripreso in Cavalieri e Principesse, c’è tutta l’urgenza della domanda posta da Guzzo. Una domanda che nel caso del bimbo canadese portò a una sola tragica risposta. Una vittoria del grido della realtà sul capriccio, il piagnisteo e le fantasie paranoidi di onnipotenza al creatore della famigerata teoria del gender. Quella sera del 1967, infatti, guardando un programma televisivo i Reimer vennero rapiti dal carisma di un medico di fama, John William Money, psicologo e sessuologo nonché indiscusso pilastro del Johns Hopkins Hospital di Baltimora, pionieristica clinica per la chirurgia transessuale. «In realtà Money era anche molto altro», spiega Guzzo, «essendo da un lato il primo teorizzatore anche concettualmente del gender, di un’identità sessuale non per forza coincidente con l’identità biologica, e dall’altro un campione della sessualità libera, del matrimonio aperto, del nudismo, uno che sulla rivista Time del 1980 si disse possibilista su “un’esperienza sessuale nell’infanzia”, che giunse a presenziare in tribunale come perito in diesa di film pornografici». A lui i coniugi Reimer affidarono il loro “caso”: due gemelli omozigoti con lo stesso patrimonio genetico, l’esperimento perfetto per provare la prevalenza del fattore culturale su quello biologico. Money castrò Bruce, iniziandolo a un percorso di riassegnazione sessuale con tanto di costruzione chirurgica della vagina idonea ad avere rapporti sessuali. Bruce divenne Brenda e i suoi genitori si gettarono a capofitto nell’impresa di educarla, vestirla e crescerla come una femmina. Money ne fece il suo pezzo forte nei suo interventi pubblici: «Non è un sogno di fantascienza», «i medici e i genitori hanno creato una donna». Il sogno si infranse subito. Brenda impazzì presto, orinava in piedi, voleva giocare come i maschi, difendeva il fratello alzando le mani, andava male a scuola. Costretto da Money a incontrare una transessuale, mimare atti sessuali col fratello, frequentare campi nudisti, si nascondeva nel seminterrato appena il medico metteva piede in casa e nutriva istinti suicidi. Finì che i genitori gli raccontarono la sua vera storia. Bruce smise immediatamente i panni di Brenda, tornò al suo sesso biologico col nome di David, «improvvisamente diventava comprensibile perché mi sentissi come mi sentivo. Non ero pazzo», racconterà. David si sposò. Ma i demoni non lo abbandonarono mai. Quando suo fratello si tolse la vita, si separò dalla moglie, perse il lavoro e il 4 maggio 2004 guidò fino a un parcheggio desolato e puntò il fucile alla testa. Aveva 38 anni.

Ecco perché leggere Guzzo, ecco perché riprendere in mano la storia del mistero della differenza dal lato in cui cavalieri e principesse, differenti in tutto, sono dono l’uno all’altro, testimoni di una differenza sessuale data e mai scelta come parte inscindibile del miracolo dell’esistenza. È il passo oltre il proprio io solitario e la tentazione delle idee, è un abbraccio alla vita che non pensa mai a una separazione (dif-ferre, “portare altrove l’identico”, cambiandone la collocazione) senza pensare l’unità. È la partita antropologica decisiva dell’uomo di oggi e degli uomini che verranno. Perché è questa l’unica cosa che dimostra la scienza. Che la differenza non può essere rifiutata senza pagare un prezzo altissimo. Che è necessaria per realizzare l’individuo in un rapporto di unione con l’altro da sé. Che per quanto possa evolversi la natura non arriverà mai a contraddire se stessa. Il resto è vivaddio un mistero che resiste alla storia, alle dispute degli accademici e agli orrori dei biofaustiani, ed è davvero bello così.

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