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Carron: “Chi sa risvegliare il punto infiammato dell’animo? Solo una proposta vivente”

gennaio 26, 2013 Giovanni Ferrari

In occasione della presentazione del libro “Contro i papà”, Antonio Polito, Ferruccio De Bortoli e Julián Carrón sono andati a fondo del problema educativo.

“Questo libro parla di genitori pronti ad eliminare ogni ostacolo che si pone nella via al successo dei figli, mettendosi nei panni dei loro sindacalisti”. Così Letizia Bardazzi, Presidente dell’Associazione Italiana Centri Culturali, ha introdotto l’incontro, organizzato dal Centro Culturale di Milano (in collaborazione con Rizzoli), che ha avuto come protagonisti Antonio Polito, autore del libro ed editorialista de Il Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, direttore de Il Corriere della Sera e Julián Carrón, Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione.
Contro i papà. Come noi italiani abbiamo rovinato i nostri figli nasce dopo la pubblicazione (in prima pagina) di un editoriale dello stesso Polito che, affrontando temi analoghi a quello poi approfondito nello stesso libro, ha suscitato “una grande reazione di proteste e consensi”. Un feedback inaspettato, conferma della grande attualità e urgenza di alcuni temi, in primis di quello educativo. Il grande lavoro dell’autore inizia con il voler andare a fondo di quale fosse l’origine di comportamenti e attitudini caratteristici dei papà: “La prima responsabilità che abbiamo è quella di avere separato la società dagli individui, come se fossero due campi totalmente diversi. La soluzione dei nostri problemi collettivi richiede senza dubbio uno sforzo individuale, ma bisogna capire che questi stessi problemi nascono da comportamenti individuali e dai piccoli nuclei della società”. L’origine di questi problemi italiani è quindi culturale. Cosciente della necessità di doversi sottrarre alla soluzione dei falsi miti nei quali stiamo spesso tranquillamente adagiati, Polito afferma che “se si vogliono affrontare i problemi culturali del nostro Paese è necessario rimettere l’accento su una parola ora in disuso: educazione”.
In effetti ci troviamo ora di fronte ad abitudini completamente differenti da quelle del passato, come spiega il direttore de Il Corriere della Sera, raccontando la sua esperienza di figlio: “Vengo da una famiglia povera e ricordo che, pur nella nostra dignitosa condizione, ho sempre pranzato con mio padre e ho sempre cenato con entrambi i miei genitori”. In questi ultimi decenni si sono quindi verificati “da una parte un’ipertrofia dell’individuo e dall’altra un progressivo degrado delle istituzioni e dei nuclei familiari”. Un fil rouge che, tra singolo e comunità, non lascia scampo a nessuno: “Ci siamo disabituati a considerare che per giungere a un risultato sono necessari sacrificio, tempo e dedizione; non riusciamo a comprendere che tutto deve essere oggetto di conquista”.
Dove stiamo portando i nostri figli? É questa la domanda che secondo Julián Carrón riassume l’intero volume di Polito, che è arrivato a identificare non solo la sfida ma anche l’origine di essa. Secondo il Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, questa origine ha sede negli adulti e negli educatori “che non sono stati in grado di offrire un’ipotesi di risposta al bisogno dei figli”. “I genitori hanno voluto risparmiare la fatica che implica il vivere – continua Carrón -. Invece di lanciarli verso una meta ambiziosa, corrispondente al loro bisogno e al loro cuore, si è voluto spianargli e risparmiargli la strada”.
Il riferimento a quello che disse Giussani in un’intervista del lontano (ma forse non troppo) ottobre 1992 viene spontaneo; rispondendo alle incalzanti domande di Gianluigi Da Rold, il fondatore di Cl disse “Mi spaventa la situazione dell’Italia […] dove non c’è un ideale adeguato, dove non c’è nulla che ecceda l’aspetto utilitaristico. […] Chissà se chi ha questo desiderio capisca che, per poterlo realizzare, ha bisogno di un ideale, di una speranza”.
E’ proprio qui che secondo Carrón sta il punto di svolta nell’approccio al problema educativo: “Si deve partire da quello che Pavese chiamava il punto infiammato dell’animo, da quel cuore che non può essere ridotto a fattori antecedenti”. Continua: “La questione è chi è in grado di risvegliare questo punto infiammato: tutte le istituzioni (la famiglia, lo Stato, la Chiesa, i partiti) sono di fronte a questa sfida. Non basta un richiamo etico: occorre un adulto che sia in grado di fare interessare l’uomo alla sua vita”. Occorre quindi una “proposta vivente”, usando le parole di Papa Paolo VI. Concludendo il proprio intervento, davanti a una platea piena di giovani (e quindi di figli) Julián Carrón spiega: “L’educazione non è un’operazione che ha lo scopo di convincere l’altro di quello in cui crediamo, ma è la libertà di una persona che si rapporta alla libertà di un’altra, perché il cuore dell’uomo é sete di verità”.

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7 Commenti

  1. Anonimo scrive:

    avrei citato, negativamente, anche le tante persone che vanno da amici politici e sindacalisti per “chiedere consiglio”. Altro che le “tre i” consigliate ai giovani dal PDL qualche anno fa: inglese, informatica, impresa.

  2. franco scrive:

    Grande Carron. Che lucidità e chiarezza di analisi… Grazie.

  3. pikassopablo scrive:

    il problema educativo….eehhhssiiii…perchè Gesù venne a fare il Grande Educatore….eh si si…

  4. erpuzzone scrive:

    La generazione del 68 (non a caso ora casta e al comando a bruxelles) e’ stata una delle generazioni piu narcisiste dell intera epoca moderna. Prima ha combattuto i propri padri e poi ha totalmente infragilito i suoi figli. Si sono sentiti in competizione con i padri e si credono superiori ai propri figli. Il grande benessere ha incendiato ancor di piu tale narcisismo. Una sorta di dna generazionale che non ha risparmiato nemmeno una parte di ferventi credenti.

  5. erpuzzone scrive:

    La strada indicata da carron e’ davvero l unica possibile l unica che puo rendere affascinante guardare un anziano genitore o accompagnare un giovane figlio in erba.

  6. Grazia scrive:

    Ero tra il pubblico e ho trovato l’incontro interessante e stimolante per continuare a tenere vivo il dibattito.

    Vorrei solo evidenziare un dettaglio, piccolo ma significativo: insieme a una forte componente giovane, ricordata nell’articolo, ce n’era un’altra, altrettanto forte, di sessanta, settantenni.

    Insomma, chi mancava era proprio la fetta di popolazione chiamata a riflettere sull’importante ruolo di educatori. E’ vero, stiamo parlando di una parte attiva, quella che lavora. Ma la nota stonata si sentiva.

    Spero che il libro di Polito arrivi in molte case, tra le mani di padri, madri ed educatori.
    Si può essere più o meno d’accordo sul suo approccio, sulle soluzioni segnalate, sul punto di vista proposto anche nell’incontro di venerdì scorso, ma su una cosa è difficile non concordare: si tratta di un tema che va affrontato quanto prima.

    Grazia

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