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«Caro Duce, ti scrivo». Il lato servile degli antifascisti durante il Ventennio

giugno 24, 2012 Marco Respinti

Li fanno studiare a scuola e li incensano come i maître à penser della nazione, ma un saggio ne svela le ossequiose lettere ai tempi del Duce. E rivela un particolare inedito su “Il conformista” di Moravia

Ennio Flaiano poté ben dire che in Italia imperano due tipi di fascismo, il fascismo e l’antifascismo, per il semplice motivo che da noi è tutto un concentrato di “ex”. Gli “anti” compresi. Il passato fascista di mille antifascisti nostrani, soprattutto quelli di fama e qualità, riemerge spesso in questo nostro paese delle nebbie. Ma il grande pregio del nuovo libro di Roberto Festorazzi, «Caro Duce, ti scrivo». Il lato servile degli antifascisti durante il Ventennio (Ares, Milano 2012), non è tanto quello di tornare a stuzzicare uno dei casi freddi più clamorosi dell’intera indagine politico-culturale italiana, quanto quello di farne percepire efficacemente al lettore la “massa d’urto”.

Gli esempi di antifascisti doc dal passato scottante sono decine. E sono tutti nomi blasonati, persino adoperati come abbecedario in uno dei by-product più angoscianti del sontuoso castello di falsità su cui si regge buona parte della repubblica italiana: la scuola di Stato.

In questo paese di olimpionici del trasformismo è facile ripensare ai banchi del biennio delle superiori. Chi di noi è passato indenne da Gli indifferenti di Alberto Moravia o da Uomini e no di Elio Vittorini? Perché – ecco il punto – cosa c’è da imparare da quel Moravia che sguazzava nel fascismo come un topo nel formaggio? Quel Moravia che da giovane voltò le spalle ai propri cugini, i Rosselli, i due fratelli socialisti che l’antifascismo ha glorificato quali “martiri” della libertà, i quali finirono morti ammazzati da mano sicaria nel 1937 nella Parigi dove vivevano l’esilio? Gli assassini dei Rosselli erano estremisti del fascismo francese, ma Moravia lasciò volentieri che, pur avendo egli stesso sangue ebreo nelle vene, un suo racconto venisse tradotto, nel 1941, sulle pagine del settimanale Je suis partout, irrimediabilmente divenuto un organo antisemita del collaborazionismo più smaccato nella Francia occupata dai nazisti. Ma di più.

Pubblicando il racconto Il conformista nel 1951, cioè in tempi in cui non era nemmeno tanto di moda leccare il fascio, Moravia rincarò la dose, assumendo sulla vicenda Rosselli (è una scoperta nuova che si deve a Festorazzi) il punto di vista di tale Giacomo Antonini, confidente della polizia politica all’epoca del delitto nonché amico dello scrittore.

Il mio amico Mussolini
Né ha molto da insegnare pure Vittorini, «intellettuale impegnato, organico al fascismo» – scrive Festorazzi –, che «ancora nell’autunno del 1942, […] partecipa, con Giaime Pintor e altri, al convegno di Weimar degli scrittori europei, organizzato sotto l’egida del ministro della Propaganda di Hitler, Joseph Goebbels». Su pagine di regime aveva del resto esordito 23enne il 16 dicembre 1931, regalando stralci della sua opera prima, Piccola borghesia, a Il Tevere, quotidiano voluto e finanziato da Benito Mussolini in persona che, nelle mani di Telesio Interlandi, fascista, antisemita e massone, diventerà presto l’«inesorabile martellatore della nuova coscienza “razziale”».

«Caro Duce, ti scrivo» sembra l’elenco del telefono. Tra decine e decine di futuri antifascisti sdraiati come zerbini ai piedi del Duce, la lista annovera pure «i salamelecchi di Arturo Labriola, l’inconfessabile amicizia di Pietro Nenni con Mussolini», un insospettabile Luigi Einaudi che chiede venia al capo del fascismo per certe mattane antifasciste dei figli e, ovvio, Norberto Bobbio. L’8 luglio 1935 scrisse al capo del fascismo per chiedere «che venisse annullata un’ammonizione a suo carico dopo l’arresto subìto nello stesso anno, e la condanna al carcere per 15 giorni, con la motivazione di appartenenza al movimento antifascista di Giustizia e libertà».

Vietato domandare
Famosissimi poi l’Eugenio Scalfari prode fascista in gioventù; il Dario Fo già repubblichino di Salò (ne scrisse Michele Brambilla sul Giornale del 1° marzo 2007); l’Enzo Biagi ex giovane italiano del littorio (ne scrisse Angelo Crespi sul Domenicale del 27 gennaio e del 3 marzo 2007); e quel Giorgio Bocca che nel 1975 definì le Brigate Rosse una fiaba inventata dalla polizia per controllare gli italiani, ma che prima, il 4 agosto 1942, su La Provincia Grande, aveva firmato un articolo in cui addossava le colpe dello scoppio della Seconda guerra mondiale al “complotto ebraico”. E se l’editore Bompiani pubblicò al tempo il Mein Kampf e il Mein Leben di Adolf Hitler – c’è tutto in Il contratto. Mussolini editore di Hitler di Giorgio Fabre (Dedalo, Bari 2004) –, una ulteriore ottima lettura è Cancellare le tracce. Il caso Grass e il silenzio degli intellettuali italiani dopo il fascismo (Rizzoli, Milano 2007) di Pierluigi Battista.

Ovvio: molti di coloro che si appiattirono al fascismo tenevano famiglia, ma ciò li allontana mille miglia dai Sacharov e dai Solzenicyn (e comunque una dignità maggiore non avrebbe certo guastato). Poi però ci sono gli altri, quelli che dall’infatuazione per la dittatura nera sono passati all’amore per i liberticidi rossi e al “divieto di fare domande”. Perfetti yes men del pensiero unico, di qualsiasi colore sia. Tristissimo dunque farne dei monumenti nazionali.

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18 Commenti

  1. alessandra piccinini scrive:

    uhu che argomento!!!!
    Ricordo che papa Ratzinger faceva parte della “Hitler Jugend”. Certo anche la sua famiglia era stata costretta ad arroluoralo “ma ciò li allontana mille miglia dai Sacharov e dai Solzenicyn (e comunque una dignità maggiore non avrebbe certo guastato)”.
    Anche Sophie Scholl d’altra parte aveva fatto parte forzatamente della stessa organizzazione. Lei però poi con l’età della ragione è passata all’antinazismo ed è per questo che non è arrivata ad 85 anni. Un po’ di dignità e di coraggio non ha guastato, soprattutto il suo paese. Ma il coraggio si sa se non ce l’ha non se lo può dare.
    ap

    • gmtubini scrive:

      Sicché, a parer Suo, cara Alessandra, l’essere inquadrati nella “Hitler Jungend”, come da noi dalle elementari si era annoverati tra i ranghi dei “figli della lupa” o “balilla”, sarebbe la stessa cosa che scrivere articoli antisemiti sui giornali del partito?! Che dire, questo sì che è un paragone calzante! Comunque, cara signora, sappia, per inciso, che i cristiani non disprezzano affatto chi si pente delle proprie scelte sbagliate del passato (se ne ricorda della storiella del “figlio spendaccione”?), tuttavia, essi sono portati a diffidare (e, se permette, certe volte anche a sghignazzare) degli ierofanti moralisti a gettone che rinnegano il loro passato per poter apparire totalmente “integerrimi” agli occhi, sempre arrossati da un’ira astiosa e rancorosa, delle “tricoteuses” loro acritiche seguaci, che, per scarsa cultura e ingegno, si sono votate anima e corpo alla nobile causa dell’indignazione permanente effettiva.

      • alessandra piccinini scrive:

        Scusi non ho capito che cosa voleva dirmi,
        Ma ho capito che Sophie Scholl e Joseph Ratzinger erano quasi coetanei, vivevano nella stessa città negli stessi tragici anni ed erano entrambi cristiani. Ho capito che Sophie si è ribellata al regime, che ha fatto propaganda antinazista nel momento in cui Hitler era all’apice del successo rischiando il tutto e per tutto e sacrificando la propria giovane vita per amore della sua gente. Non ho capito invece che cosa stava facendo Ratzinger in quel momento. Ma si sa non tutti possono essere “dei Sacharov e dei Solzenicyn”…. e nemmeno papi.
        Legga i volantini della Rosa Bianca: il pensiero è incredibilmente lucido e visionario e il linguaggio altissimo. Erano giovani coraggiosi cristiani, forse è da loro che la Chiesa potrebbe ripartire piuttosto che difendere vecchie gerarchie ormai improponibili

      • alessandra piccinini scrive:

        Scusi ma non ho capito cosa voleva dirmi.
        Ma ho capito che Sophie Scholl e Joseph Ratzinger erano quasi coetani, vivevano nella stessa città negli stessi tragici anni ed erano entrambi cristiani. Ho capito anche che Sophie si è ribellata al regime e ha fatto propaganda antinazista nel periodo in cui Hitler era all’apice della popolarità rischiando il tutto per tutto e sacrificando la propria giovane vita per amore della sua gente. Non ho capito invece che cosa faceva Ratzinger in quel momento. Ma si sa, non tutti possono essere dei Sacharov e dei Solzenicyn “- E nemmeno dei papi…
        Legga i volantini della Rosa Bianca: il pensiero è incredibilmente lucido e visionario e il linguaggio altissimo. Erano giovani coraggiosi e cristiani: forse la Chiesa dovrebbe ripartire da loro piuttosto che difendere vecchie gerarchie improponibili.

        • PAOLO DELFINI scrive:

          MI SCUSI SIGNORA, MA COSA C’ENTRANO GLI EX FASCISTI DIVENTATI POI ANTIFASCISTI SIN DALLA NASCITA, DEI QUALI PARLA L’ARTICOLO, CON LE “IMPROPONIBILI GERARCHIE DELLA CHIESA”?SE APPLICHIAMO IL SUO CRITERIO ,COME FANNO TANTI, SI ARRIVA SEMPE ALLE SOLITE CONCLUSIONI DEL TIPO AD ESEMPIO: MI CADE UNA TEGOLA IN TESTA? LA COLPA E’ DEL PAPA PERCHE’ NON VIGILA SULL’ OPERATO DELLE IMPRESE EDILI.
          DISTINTI SALUTI

          • gmtubini scrive:

            Quello che la signora Piccinini non ha colto nel mio intervento è il richiamo alla valutazione della sostanziale differenza che passa tra chi rinnega il proprio passato e chi no. Al cristiano, come insegnano le vicende di San Paolo o Sant’Agostino, il pentimento per gli errori del passato non fa paura, perché, riconoscendosi peccatore, è abituato a fare i conti con le proprie debolezze ogni giorno, viceversa il moderno alfiere del moralismo politico e mediatico ha la presunzione e, più che altro, la necessità di apparire “integerrimo” agli occhi dei propri seguaci, e, pertanto, non è disposto ad ammettere (a volte neanche a se stesso) nessuna macchia nel suo presente o nel suo passato, pena la perdita del diritto autoreferenziale di pretendere la perfezione dagli altri. Francamente non so se mi sono spiegato, anzi, a dire il vero credo d’esser stato meno chiaro di prima…

            • alessandra piccinini scrive:

              Signor Tubini lei mi sta simpatico nel senso più profondo del termine e ormai mi sembra anche un po’ di conoscerla, ma effettivamente in quanto a capirla sono ancora un po’ lontana. Io parlo una lingua differente dalla sua dove le parole evidentemente hanno un significato diverso, dove ad esempio “moralismo politico” non è necessariamente una parolaccia mentre lo sono “corruzione”, “concussione”, “tangenti”, “regalìe”, “connessioni mafiose”, ecc. Scusi ll pensiero semplice.

  2. PAOLO DELFINI scrive:

    GRAZIE ALL’AUTORE DELL’ARTICOLO, DEL RESTO IN ITALIA NEL 1946 IL NUMERO DEGLI ANTIFASCISTI DICHIARATI ERA QUASI SUPERIORE AL NUMERO DEI CITTADINI EFFETTIVI,INVECE FINO AL 1939…….?

  3. Mappo scrive:

    Per Alessandra Piccinini: Forse informarsi e fare un paio di calcoli prima di aprire la bocca non farebbe male.
    Sophie Scholl nata nel maggio del ’21, fu obbligatoriamente iscritta alla HitlerJugend nella sua versione femminile per le ragazze dai 14 ai 18 anni la Bund Deutscher Mädel. Al termine della sua appartenenza alla BDM nel 1941 fu costretta ad arruolarsi nel Reichsarbeitsdienst (abbreviato RAD) un corpo ausiliario che fornì supporto alla Wehrmacht tedesca durante la seconda guerra mondiale. La Scholl presto servizio come ausiliaria per sei mesi. Nel 1942 a 21 anni aderì alla Rosa Bianca e nel febbraio dell’anno dopo fu arrestata condannata dall’infame Freisler e subito dopo giustiziata.
    Joseph Ratzinger nato nell’aprile del ’27 all’età di 16 anni fu arruolato obbligatoriamente ai sensi della Gesetz über die Hitlerjugend. Nella sua “carriera militare” Ratinger fu assegnato al supporto di unità antiaeree, non certo addetto a sparare, scavare trincee e marciare cantando per le strade della Germania. Durante una di queste marce nell’aprile del ’44 disertò e scampò alla fucilazione solo per la protezione di un sergente che lo fece scappare.
    Quindi Sia la Scholl che Ratzinger furono iscritti obbligatoriamente alla HitlerJugend, sia la Scholl che Ratzinger prestarono servizio ausiliario in reparti militarizzati a supporto delle forze armate tedesche. Non risulta che la Scholl per tutto il periodo in cui appartenne al BDM e poi al RAD abbia mai compiuto attività antinazista, risulta invece che Ratzinger abbia disertato e rischiato la fucilazione.
    Seguendo la sua “logica” (chiamiamola così) a questo punto la Scholl sarebbe meno antinazista di Ratinger perché a sedici anni se ne stava quietamente fra le fanciulle della BMD e addirittura a 21 anni nella RAD senza battere ciglio. Aggiungerei se mi permette che un ragazzino di 16 anni e una donna di 21 non sono come lei dice quasi coetanei e aspettarsi lo stesso livello di maturità.
    Mi dispiace dirlo, ma se il nazismo ha costretto Sophie Scholl ad arruolarsi contro la sua volontà lei, Alessandra Piccinini settanta anni, dopo ha commesso lo stesso sopruso arruolando la Scholl nella sua polemica contro il Papa.

    • alessandra piccinini scrive:

      Mi scusi ma Wikipedia l’abbiamo tutti e non vedo un solo punto in cui le sue dotte precisazioni storiche da enciclopedia online contraddicano quanto da me precedentemente scritto.
      Anch’io se non sbaglio avevo parlato di “arruolamento forzato” nella Hitler Jugend sia di Ratzinger che della Scholl e ne avevo parlato solo in risposta al riferimento fatto dall’autore dell’articolo (a proposito lei l’ha letto?) alla partecipazione di Enzo Biagi alla Gioventù del Littorio, versione italiana della Hitler Jugend per l’appunto.
      A proposito poi di papa Ratzinger, che Lei ritiene (se vuole anche a ragione) al di sopra di qualsiasi giudizio a causa della sua giovane età ai tempi del nazismo, vorrei solo farle notare che anche in questo caso la mia blasfema citazione del Santo Padre faceva eco alla denuncia da parte del vostro giornalista della ben nota attività fascista di Dario Fo il quale aveva aderito alla Republica di Salò e tutto ciò alla veneranda età di 17 anni…
      Scusi se la cito ma “informarsi e fare un paio di calcoli prima di aprire la bocca non farebbe male”.
      Ma devo dire che i suoi frettolosi quanto imprecisi commenti sulle mie osservazioni sono nulla in confronto a quanto ha scritto sulla Scholl. E’ mai stato a Monaco? Troverà la piazza fratelli Scholl e troverà anche il nome di Sophie nel Giardino dei Giusti. Che questi riconoscimenti le siano stati dati per le sue note attività filonaziste?

      • gmtubini scrive:

        Evidentemente Lei, cara signora Piccinini, per puntiglio finge di non capire l’essenza della questione. Il punto non è essere o non essere stati un tempo figli della lupa o repubblichini, ma quello di aver fatto i conti col proprio passato o averlo rinnegato per motivi utilitaristici. Inoltre, cara signora, io conosco alcune parole semplici e poche o punte parole complicate, pertanto fatico non poco a capire cosa c’entrino le parole: “corruzione”, “concussione”, “tangenti”, “regalìe”, “connessioni mafiose” con l’infanzia del Papa.

        • alessandra piccinini scrive:

          Me la spieghi Lei signor gmtubini l’essenza della questione. L’essenza è forse che gli intellettuali antifascisti italiani sono tutti fascisti sotto mentite spoglie passati dall’altra parte solo per motivi di opportunismo politico quando si sono resi conto che il regime non gli garantiva più possibilità di fare una brillante carriera?
          L’essenza della questione è la presunzione del “moderno alfiere del moralismo politico” che condanna i fascismi (tra l’altro in grande ripresa in tutt’Europa) solo per moda o convenienza personale? Me lo spieghi lei, che finora ha avuto tanta pazienza con me, cosa voleva dirci l’autore dell’articolo perchè io sinceramente continuo a non capire. Così come continuo a pensare che il problema peggiore dell’ ltalia in questo momento non sia il moralismo in politica, ma caso mai l’assenza di un’etica del bene comune e l’avidità spudorata dei nostri politici.
          buona giornata

          • gmtubini scrive:

            Gentile signora, il “moralismo” in politica non è un problema, ma IL problema, dal momento che esso consiste esclusivamente in un’arma propagandistica nella lotta politica che sfrutta il sentimento di rancore del cittadino per i potenti, così come il marxismo si fonda sull’odio di classe. Intendo dire che il sacrosanto richiamo all’etica nella politica fatto da molti “disinteressati” è solo un pretesto, perché se così non fosse, coloro che si scagliano contro le vacanze di Formigoni, il quale si è dimostrato un efficiente amministratore, si dovrebbero scagliare, con molto più furore, contro gli amministratori che creano voragini nei conti pubblici per i loro sporchi fini clientelari. Il punto è che quando qualcuno, sano di mente, si ammala seriamente, non cerca un medico prima di tutto “integerrimo”, ma un medico prima di tutto “capace”. Scusi il mio pessimismo, ma se un politico troppo l’accento sulla propria onestà, molto probabilmente è un bugiardo e un incapace.

            • alessandra piccinini scrive:

              Quando uno si ammala non gli importa sapere se il chirurgo che lo opererá tradisce la moglie ma gli importa molto sapere se ha il vizio dell´alcool ed é solito a ubriacarsi. E sinceramente preferisco pensare che chi gestisce la nostra vita e le nostre finanze non ha il vizio di farsi corrompere con cene e viaggi esotici. Naturalmente la cosa riguarda indifferentemente il celeste Formigoni e sporchi comunisti come Lusi e Penati.

              • gmtubini scrive:

                Vedo che è d’accordo con me e me ne compiaccio, se ho capito bene. Tuttavia credo che le gioverà rammentare che in uno Stato di diritto non si va in galera per le accuse di qualche giornalista e qualche magistrato politicamente schierato. Se ci sono le prove che Formigoni abbia favorito gli amici è più che giusto che se ne vada (anche in galera se la legge lo prevede), viceversa il fatto di andare a cena con qualcuno piuttosto con qualcun altro è un fatto di mera opportunità politica, che tocca agli elettori giudicare, dopo, però, aver valutato con obbiettività tutto il resto.

      • Mappo scrive:

        Evidentemente signora Piccinini lei non vuole capire: è la sua logica assurda che porta lei stessa a definire Sophie Scholl meno antinazista o più nazista, faccia lei, di Ratzinger. Nel suo furore polemico, degno di miglior causa, lei offende la figura della Scholl e offende gli ideali che l’hanno portata coscientemente al martirio. E’ solo applicando la sua “logica” che si può chiedere conto a Sophie Scholl perché abbia aspettato solo nel 1942 a ribellarsi ad Hitler, perché non lo ha fatto negli anni di militanza nel BMD o nei sei mesi di servizio nel RAD? Perché non chiede alla Sophie Scholl sedicenne nel 1937 di tenere un comportamento diverso da quello tenuto dal Ratzinger sedicenne nel 1943? Senza contare che nel ’37 le conseguenze di un atto di rivolta al nazismo sarebbero state senza dubbio meno dure di un medesimo atto posto in essere nel ’43 o addirittura nel ’44. Prima di rispondere a me provi a rispondere a se stessa. Utilizzandola per i suoi fini polemici lei offende la memoria di Sophie Scholl e se non se ne rende conto la cosa è ancor più triste. La sua “logica” giacobina mi ricorda quella di “Mani Pulite” di vent’anni fa, quando il sospetto era l’anticamera della verità e si costruivano dal nulla teoremi destinati poi a finire nel nulla salvo aver distrutto la vita di tante persone. Lei si alza una mattina legge di sua libera scelta un articolo che non la aggrada e fra le mille critiche che poteva muovergli tira in ballo le figure di Scholl e di Ratzinger usando criteri e bilancini del tutto soggettivi per definire il grado di antinazismo dell’uno versus l’altro. Ma non si rende conto di quanto sia ridicola la cosa? Se a Monaco e altrove sono stati dati tanti riconoscimenti a Sophie Scholl è perché grazie a Dio la gente in larghissima parte non fa un uso ideologico, strumentale e settario della vita e dell’esempio di persone come la Scholl.
        Un ultimo inciso riguardante il “camerata” Fo: se a diciassette anni si è arruolato volontario nei paracadutisti della RSI (la leva obbligatoria non scattava a diciassette anni e in ogni caso non si finiva nei parà se non dietro motivata richiesta) la cosa non mi può fare né caldo né freddo, all’epoca dopo il lavaggio del cervello subito sotto il fascismo un giovane poteva benissimo credere che quella fosse una scelta nobile per difendere come si diceva all’epoca “l’onore dell’Italia”. Una scelta sbagliata, ma umanamente comprensibile. Io non posso dire se io o lei, nati e vissuti sotto il fascismo, nelle stesse circostanze di Fo avremmo potuto fare una scelta diversa. Viceversa quello che trovo insopportabile da parte del nostro eroe è, che una volta scoperto l’imbarazzante verità, egli non abbia riconosciuto di aver all’epoca sbagliato, ma si è inalberato raccontandoci una ridicola storia (sarà per questa storiella che gli hanno concesso il premio Nobel?) per cui lui, in realtà, era un partigiano che era stato fatto infiltrare nei parà per carpire informazioni e ordire sabotaggi, ma certo Dario James Bond…..

  4. Bobbie Coldivar scrive:

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