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«Cara professoressa, parlo da padre. Mio figlio è migliorato dopo che è stato diagnosticato dislessico»

agosto 30, 2014 Francesco Traisci

«Le sue performance sono di gran lunga migliorate in seguito all’applicazione della Legge 170/10, assicurandogli tutti gli strumenti compensativi e dispensativi per lui adatti»

Ha suscitato ampio interesse e un vivace dibattito la lettera della professoressa Margherita Pellegrino, insegnante a Segrate (Mi), sul problema dell’aumento di diagnosi di Dsa tra gli alunni delle nostre scuole. Abbiamo pubblicato la replica di Tommaso Tornaghi, insegnante di Storia alla scuola media Massimiliano Kolbe di Lecco, e di Filippo Barbera, maestro elementare e scrittore dislessico. Di seguito una nuova lettera giunta in redazione.

Scrivo in riferimento e in risposta alla lettera della Professoressa Pellegrino in merito ai Disturbi Specifici dell’Apprendimento.

Una dovuta premessa è quella dal dissociarmi totalmente, come padre di un bambino con D.S.A. e come Presidente dell’Associazione Luce di Alghero, da quanto scritto dalla Professoressa e dal modo di approcciarsi alle tematiche e problematiche riguardanti i Disturbi Specifici dell’Apprendimento. A differenza della Professoressa, ciò che mi lascia sbigottito non è tanto il numero delle certificazioni in esponenziale salita, ma le scettiche esternazioni che ancora si sentono di fronte alla L 170/10 e alle diagnosi accuratamente diagnosticate.

La L 170/10 è di fondamentale importanza per gli studenti con D.S.A., assicura loro tutti i mezzi e supporti necessari di cui hanno bisogno per affrontare il percorso scolastico adeguato, sino all’Università. Non capisco, anche perché non lo ha scritto, quali passi indietro dovremmo fare in merito alla Legge 170/10? Ho letto parole del Professore F. Furedi risalenti al 2004, e oggi ben 10 anni dopo che cosa c’è di così poco chiaro nella L 170/10? Ancora crediamo che le difficoltà nella vita di un bambino siano legate alle tabelline, alle velocità nel leggere o nell’avere una bella calligrafia?

La mia esperienza personale, e più specificatamente quella di mio figlio, ha visto un netto miglioramento nell’andamento scolastico solo dopo essere stato diagnosticato dislessico, disgrafico e disortografico. Le sue performance sono di gran lunga migliorate in seguito all’applicazione della Legge 170/10, assicurandogli tutti gli strumenti compensativi e dispensativi per lui adatti. Le diagnosi vengono stilate, ricordiamolo, dal Servizio Sanitario Nazionale e devono rispettare precisi protocolli. Fatte in strutture pubbliche quindi, e rinnovate ad ogni cambio d’ordine di scuola.

Non per nulla l’esistenza di una Consensus Conference sui Disturbi Specifici dell’Apprendimento, nato dall’esigenza di rispondere ai quesiti clinici sollevati durante tutti questi anni, grazie all’ampia rassegna della letteratura internazionale fondata su dati scientifici di prova e adatti al contesto italiano. Le diagnosi di D.S.A. devono necessariamente rispondere a certi requisiti e fatte secondo le regole della Consensus Conference. Quindi perché gli errori commessi dai ragazzi con D.S.A. siano da attribuire a un disturbo che ben poco hanno di scientifico?

I nostri figli, e tutti i ragazzi con D.S.A., riescono a leggere, scrivere e far di conto grazie ai loro strumenti compensativi, hanno una spiccata intelligenza, una vivacissima curiosità e una visione delle cose alternativa, oltre che essere delle persone sensibilissime! Forse è proprio questo il problema, la loro poca “malleabilità”, il così detto “stampo ” non fa per loro!

La domanda che tanti genitori si pone è: la scuola è un fattore di rischio o di protezione? Una cosa è certa, dovrebbe essere impegno di tutti affinché diventi un luogo di protezione. Emozioni e apprendimento hanno un legame inscindibile, l’apprendimento può solo avvenire quando fattori cognitivi, affettivi e motivazionali lavorano all’unisono. Ma oggi tutto questo ancora non è possibile, ovvero non lo è in tutte le aule scolastiche, perché, paradossalmente, l’aumento delle diagnosi che la scuola lamenta è la risposta più diretta alla scuola stessa, la quale risulta la prima a richiedere certificazioni per poter cambiare la didattica.

Se venti o trent’anni fa ci fosse stato qualcuno che avesse acceso i fari sugli errori di molte persone, molte di loro sarebbero state diagnosticate come D.S.A o A.D.H.D., poco ma sicuro, e oggi quelle stesse persone avrebbero avuto più possibilità nella vita, non avrebbero abbandonato gli studi prematuramente, magari non sarebbero cresciuti con quel senso di inadeguatezza e più sicuri di se stessi. Per fortuna le cose stanno cambiando… e in meglio grazie alle tante conoscenze scientifiche, alle leggi che assicurano il diritto allo studio e alle diagnosi sempre più precise e accurate, dove in ognuna di queste vi è chiaramente scritto quali strumenti compensativi e dispensativi servono per poter andare avanti negli studi.

Paragonare il passato con il presente non sempre è costruttivo, anche gli scribi imparavano la scrittura a suon di colpi, e le maestre degli anni passati usavano la bacchetta per gli alunni insolenti. I tempi cambiano, le menti a volte no!

Mi trovo pienamente d’accordo con il Professor Tommaso Tornaghi, quando scrive di una “didattica fatta di mappe concettuali, immagini e schemi, una rivoluzione in positivo dove ogni docente deve provare a inventare un modo d’insegnare che tenga desta l’attenzione di tutti, che permetta d’imparare”… di tutti appunto, perché la dislessia, ricordiamolo, non è prerogative degli “altri”.

Francesco Traisci – Presidente Associazione Luce

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