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Yoko Ono, quando l’arte è solo presunta e presuntuosa

giugno 20, 2012 Elisabetta Longo

Perfidi che non siete altro, voi che pensate che se Yoko Ono non fosse la vedova di John Lennon non se la filerebbe nessuno. Al giorno d’oggi per fare arte basta definirsi artisti, come la figlia di Clint Eastwood, per esempio, che nel suo reality show fa a pezzi oggetti costosi. O come fa da vent’anni Marina Abramovic, che utilizza se stessa come opera d’arte, con un significato talmente intrinseco che nessuno ha mai potuto contraddirla. Yoko Ono si colloca in mezzo a queste due categorie, a volte espone opere dal tema un po’ “introverso”,  a volte esibisce il povero defunto marito attraverso oggetti che gli sono appartenuti o filmati che lo riguardano.

Nella mostra “The war is over”, attualmente in scena a Londra alla Serpentine Gallery, la signora Ono usa degli elmetti da militare riempiti di pezzetti di puzzle per indicare la guerra. E, come se non bastasse, assembla una decina di video, tra cui uno che mostra a rallentatore il sorriso del marito John Lennon e da la possibilità anche ai visitatori di filmare il proprio sorriso al rallenty per “irradiare con il sorriso il mondo”, come si legge nel comunicato stampa. Questo attraverso una tecnologicissima app per iPhone e iPad che permetterà a tutto il mondo di filmare il proprio importante contributo e mostrarlo agli altri. Sempre meglio dell’esibizione che fece l’artista al Moma di New York nel 2010, quando intonò un verso simile a un orgasmo lungo ben tre minuti. Allora per fortuna non c’era a disposizione nessuna app da usare e condividere.

 

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