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Thatcher-Mandela. Prima di accodarvi al coro di insulti contro la Lady di ferro leggete qui

aprile 11, 2013 Lorella Beretta

Margaret Thatcher appoggiava l’Apartheid? E quella stretta di mano con Mandela: la Lady di ferro era allora dalla parte dell’Anc? Le domande oggi me le sono sentite fare addirittura da un’amica sudafricana, una con un certo ruolo. Un caffè e un pasticcino, due chiacchiere e quei dubbi che pensavo fossero invece un trucco giocato dai tanti commentatori dei social network per attaccare post mortem la donna forse più odiata della Storia. Ho letto imbarazzanti 157 battute (o quante sono quelle di Twitter) di saccenti sotuttoio basati sulla non conoscenza: loro e di chi li legge. Han disegnato in rete sputi velenosi sul corpo ancora caldo sentenziando che chi piange lei non potrà poi piangere Mandela, richiamando così per di più il precario stato di salute di Madiba che, ormai da due anni, fa avanti e indietro dall’ospedale, l’ultima volta pochi giorni fa.

Non sono una storica e non voglio nemmeno atteggiarmi. Metto insieme però solo alcuni dettagli da qui, dove s’impara che le cose non sono mai o tutte bianche o tutte nere come la retorica degli opposti fronti vorrebbe. E poi più che dare lezione ho delle domande, nell’assemblare le tessere del puzzle della geopolitica di tutti i tempi che le anime belle pensano di far fuori con poche sprezzanti righe.

In tanti si sono attaccati a quella frase, riportandola peraltro male, che la Thatcher pronunciò nel 1987: «L’ANC è una tipica organizzazione terroristica: chiunque pensi che governerà il Sudafrica, vive di utopia». L’orrida conservatrice contro i compagni neri sudafricani: certo anche la cifra comunista dell’ANC e di Mandela aprirebbe un altro capitolo, ma faccio finta che il mondo fosse e sia diviso in due fronti. Eppure nel 1979 il Primo ministro britannico era a Lusaka non solo a stupire il mondo ballando con il presidente Kenneth Kaunda – come testimoniarono le foto del tempo – ma anche per cercare di mettere fine alla guerra in Rhodesia. Portato alla vittoria il dittatore Robert Mugabe, ancora oggi marxista e al potere in uno Zimbabwe povero e disperato, i soldati della Regina vennero impiegati nell’addestramento dei mozambicani militanti del Frelimo che combattevano contro i connazionali del Renamo: comunisti i primi, conservatori i secondi. La Thatcher visitò lo Zimbabwe di Mugabe e rese omaggio alle proprie truppe impegnate appunto a formare dei comunisti. Il Mozambican National Resistance, il Renamo, era appoggiato dal Sudafrica e non solo aveva combattuto contro il Frelimo ma anche contro il movimento Zanu di Mugabe. Quindi i soldati della Thatcher addestravano i guerriglieri che combattevano contro il sistema bianco Sudafricano. Un dettaglio che dovrebbe far schizzare tutti gli schemi degli scrittori di epitaffi col sangue altrui.

Nel 1982 Mugabe andò a Londra per essere ricevuto a Downing Street: lì chiese all’”amica” Thatcher di adoperarsi per la liberazione di Mandela. Nel 1984 il Prime minister britannico e il presidente USA Ronald Reagan, un altro scomodato in questi giorni, cominciarono a fare un pressing sul presidente sudafricano P.W. Botha e sul suo governo per la liberazione di Mandela e per l’avvio di trattative con la maggioranza nera del paese. Alla fine di un incontro con la Iron Lady, sempre quel 1984, il premier sudafricano confidò al suo Ministro della difesa Kobie Coetsee: «Ci siamo messi in un angolo». Nel 1985 il governo sudafricano metteva in agenda l’apertura di dialogo con l’ANC, anzi con Nelson Mandela. Il primo passaggio fu la decisione da parte di Coetsee di spostarlo dalla sezione del carcere di Pollsmoor che condivideva con altri eminenti esponenti dell’African National Congress – tra cui Walter Sisulu – in un’altra più spaziosa area. I compagni di partito se ne ebbero a male: Mandela li rassicurò ma lì «cominciò la sua personale strategia di mediazione autonoma, informando solo in seguito il partito», come scrive uno dei più importanti notisti politici sudafricani, Max Du Preez.

Mandela ascolto i suoi solo nel 1990, quando una volta libero si recò a Londra e non incontrò Margaret Thatcher come la maggioranza dell’ANC gli aveva chiesto di fare: in seconda battuta, sempre nel 1990, però si mosse in autonomia e da lì nacque una delle più famose e fotografate strette di mano della storia. Il rand sudafricano valeva allora 0.23 sterline inglesi, contro i 0,56 del 1984, i 0,07 attuali. Mandela evitò la guerra civile del suo paese come era stato nel resto dell’Africa grazie al processo di Riconciliazione e scongiurò il crollo dell’economia sudafricana: aprì la mente e le braccia, non cercò vendette né inseguì facili demagogie. Lui.

In “Conversazioni con me stesso” scrive di quei primi tempi da Presidente alle prese con importanti decisioni di politica economica: «C’era già stata una reazione furiosa in Sudafrica sull’affermazione che avevo fatto in prigione, dicendo che la nazionalizzazione faceva ancora parte della nostra politica. Naturalmente ci fu una reazione dal mondo degli affari e quella reazione mi fece pensare che è importante avere il sostegno del mondo del business […] Il momento decisivo fu quando partecipai al World Economic Forum di Davos dove incontrai i maggiori leader industriali del mondo che fecero in modo di esprimere con chiarezza le loro opinioni sulla questione della nazionalizzazione, e mi resi conto, come non mai, che se volevamo degli investimenti dovevamo rivedere la nazionalizzazione […] dovevamo annientare il timore del mondo economico secondo cui il loro patrimonio sarebbe stato nazionalizzato».

Le nazionalizzazioni non si fecero. Anzi, il capitale privato entrò più che mai e più che mai iniziò a fare quello che voleva. Con la globalizzazione e i suoi effetti devastanti che già si vedono in quasi vent’anni di Rainbow Nation.

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