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Tanti hanno mangiato l’agnello e il coniglio a Pasqua, con buona pace degli animalisti e della Brambilla

aprile 11, 2015 Annalisa Teggi

Pasqua:manifestazione animalisti a San Pietro contro strage agnelli
Pubblichiamo la rubrica di Annalisa Teggi contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Nonostante gli ammonimenti di Michela Vittoria Brambilla, temo che qualcuno abbia mangiato l’agnello durante le festività pasquali. E forse anche del coniglio, non solo di cioccolato. La proposta dell’onorevole di multare chi mangia carne di coniglio e la sua idea di fare un pranzo pasquale vegetariano «cruelty free», cioè senza infliggere crudeltà agli animali, mi hanno fatto ripensare alla mia infanzia. Sono cresciuta osservando un nonno contadino che si spaccava la schiena tra campi e stalla. Seminava e raccoglieva. Potava e faceva il vino. Mi ha insegnato a prendere le uova dalle galline senza spaventarle. Puliva tutti i giorni le stie e la stalla. Quando andava ad ammazzare qualche bestia non mi portava con sé, è vero. Lo aspettavo in cucina con mia nonna, che a sua volta mi ha insegnato a fare il brodo, con le verdure e la carne dei nostri animali.

Non ho mai scambiato i miei nonni per mostri sanguinari. Anche se ammazzavano bestie. Capisco però una parte del ragionamento della Brambilla: esiste senz’altro uno snaturato sfruttamento degli animali, che deriva da un allevamento intensivo e mirato a lucrosi scopi commerciali. Credo altresì che esistano vegetariani premurosissimi verso gli animali, che non hanno mai sentito, neanche da lontano, quanto puzza una stalla. Chesterton parlò di una certa signora che storceva il naso quando le si ricordava che il latte proviene dalla mucca sporca e non dal negozio pulito. Eccoci, siamo noi: consumatori passivi, anelli inerti di una grande catena consumistica.

Un grande scrittore e contadino contemporaneo, Wendell Berry, ha messo a fuoco questa nostra debolezza moderna nel suo libro Mangiare è un atto agricolo: «Gli uomini comprano ciò che desiderano, o ciò che sono stati convinti a desiderare; e pagano il prezzo richiesto, senza protestare». In questo circolo puramente consumistico «mangiatore e mangiato sono esiliati dalla realtà biologica. Il risultato è una sorta di solitudine del tutto nuova nell’esperienza umana, dove chi mangia può pensare che mangiare sia una transazione puramente commerciale tra sé e il fornitore, e poi tra sé e il cibo». E Berry usa la parola giusta: solitudine, che a noi si mostra nella sua veste più velenosa, quella di un isolamento dalla percezione della realtà delle cose. Da soli, a tavola, con una busta di insalata preconfezionata ci sentiamo fieri di non essere stati crudeli verso un vitello. Ma cosa ci perdiamo? La memoria della nostra creaturalità, che – da sempre – è dentro un sacro cerchio di vita e morte.

Ci siamo ridotti a usare il cibo, perciò ci pare crudele «consumare» la vita di un coniglio. Ma la verità è quella del contadino, che non consuma bensì mangia, e così facendo compie quell’atto di estrema umiltà che è la gratitudine. Così Berry: «Per alcuni l’idea di nutrirsi di una creatura vicino a noi è un gesto sanguinario, o peggio. Io penso che significhi alimentarsi con comprensione e gratitudine. Una parte importante del piacere di mangiare nasce dalla consapevolezza delle vite e del mondo da cui proviene il nostro cibo. In questo piacere sperimentiamo e celebriamo il nostro debito e la nostra gratitudine, perché la nostra vita nasce dal mistero, da creature che non abbiamo creato e forze che non sappiamo comprendere».

Foto Ansa

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13 Commenti

  1. Daniele Arboscelli scrive:

    Essere vegetariani non vuol dire mangiare in solitudine comunque. Tutti liberi di mangiarsi l’agnello se gli piace, ma vantarsene e sostenere che chi non lo fa ha un’esperienza ridotta e’ un po’ strano…

    • Q.B. scrive:

      Non c’è vanto ma il richiamo a un sano realismo, cioè il tornare a essere consapevoli di cosa sia il cibo di cui ci nutriamo.

      Un maiale quando lo si macella strilla da fare impressione, l'”insalatina” costa fatica a chi la coltiva e la raccoglie. Se fossimo consapevoli di queste cose torneremmo a un ecologia rispettosa del creato dove al centro c’è l’uomo, il quale, se non ha coscienza di “come funzionano le cose”, non è in grado di assumersi le responsabilità che gli sono proprie. La civiltà contadina, fino a quando lo sfruttamento intensivo della risorse agricoltura e allevamento non ha preso il sopravvento, è stata un fattore di equilibrio ambientale.

      Questo non vuol dire umanizzare il maiale o la bietola (si esiste anche questa follia), ma nemmeno banalizzare il cibo, oggi ridotto ad asettico prodotto industriale secundum le devastanti norme eu che si preoccupano della lunghezza dei cetrioli (astenersi da facili battute, per favore :)).

      Bersaglio dell’articolo è la deriva del “vegetarianismo”, che senza una vera analisi ma galleggiando sui sentimenti (oh ma che novità!) vorrebbe imporre (anche questa già sentita) comportamenti secondo dittatura; una deriva peraltro già preconizzata e stigmatizzata in blade runner.

      • Q.B. scrive:

        … mancava la chiosa.

        Se poi vuoi scegliere di selezionare il tuo cibo e astenersi da certi alimenti, no problema. Però costringere il mondo a non mangiare i coniglietti perché sono tanto dolci e fanno tanta tenerezza (salvo doverli castrate perchè altrimenti nel giro di un anno devi indire una campagna di disinfestazione), è decisamente un’intollerabile idiozia.

        • giovanni scrive:

          Condivido quasi tutto, non condivido il giudizio negativo sugli allevamenti intensivi, forse devono essere meglio regolamentati, ma credo che se non esistessero, alcune famiglie (per la gioia degli animalisti) forse devono rinunciare alla carne.

          • Q.B. scrive:

            Giovanni, la questione dello sfruttamento intensivo del suolo e dell’allevamento richiederebbe una discussione dedicata. Ricordo solo che in in condizioni economiche stabili (escluse quindi conflitti, crisi, ecc.) il ragionevole fabbisogno di carne pro capite è sempre stato soddisfatto anche prima dell’avvento delle multinazionali. L’obiettivo di queste ultime, come di ogni altro soggetto economico nel sistema contemporaneo, è né più né meno che di aumentare i consumi; quindi bassi costi di produzione che abbassano il prezzo finale ma a danno della qualità e della salute. Ma la questione, come dicevo, sarebbe lunga da trattare.

            • tory scrive:

              E ti sbagli di grosso. Nelle campagne dell’evoluto e ricco nord-italia fino a cento anni fa si moriva di pellagra.

              • Q.B. scrive:

                Sono stati periodi di carestia congiunturali, dovuti a crisi tavolta climatiche, altre volte economiche o legate a conflitti o quant’altro e che, certamente, spesso pagavano i contadini ma non più di quanto accadesse ai ceti urbani di pari livello sociale.

                La normalità, ed è di quello che scrivevo, era ben diversa dalla vulgata del “prima si stava peggio ma la modernità ci ha dato una vita migliore”.

                Ma sono certo che tu abbia accesso a studi critici autorevoli di segno contrario.

      • tory scrive:

        Ma va. I contadini si sono sempre morti di fame.

      • tory scrive:

        La civiltà rurale è superata non per ideologia, ma perchè altrimenti staremmo ancora a un pasto al giorno. Ora il fatto che è ciò che va fatto e molto distante dal dire che l’uomo sarebbe al centro dell’universo (a fa che) e quindi può ammazzare chi vuole. Gli animali sono di Dio e vivi. Qua l’unica deriva è della Teggi e di tutti questi strani cristiani che gli piace essere bastian contrari alle tesi della ragione.

        • Q.B. scrive:

          Teologo oltre che storico. Me tapino, che non so ancor riconoscere un’eccellenza quando la incontro. Chiedo umilmente venia per l’ardito tentativo di confutar le Sue chiarissime conclusioni, MI ritiro in digiuno penitenziale. Spero basti.

    • anonai scrive:

      Beh , e’ oggettivo che fa un esperienza ridotta: si priva di qualcosa.
      Proprio per Pasqua ho mangiato l’agnello, era molto che non lo facevo. Buonissimo!

  2. maurizio scrive:

    Maria Vittoria Brambilla….non se può più del suo protagonismo animalista!Giusto il rispetto degli animali nel senso di non sottoporli a trattamenti e sfruttamenti crudeli e ripugnanti,soprattutto se ammantantati di ricerca scientifica.Però,attenzione,non tutta la sperimentazione sugli animali a fini scientifici va considerata inaccettabile,spesso é necessaria,utile ed indispensabile per lo studio e la realizzazione di medicinali decisivi per la cura di certe malattie.Non fare di tutte le erbe un fascio ma distinguere bene.Detto ciò,ormai-anche nella pu pubblicità si dà più spazio e considerazione agli animali che alle persone..a volte si va nei parchi e ci sono più animali che persone…meno figli(troppo impegnativi)e più animali.Tutto ok!..per niente,a parer mio…stiamo scivolando verso una società a misura d’animale non di uomo,ve ne rendete conto e questo,con tutto il rispetto per gli animali,non va bene!

  3. Alex scrive:

    mai che gli animalisti protestino per l’uccisione di bambini (solo in Italia 6 milioni) con l’aborto..
    E mai che protestino per la macellazione islamica ed ebraica, che prevedono una morte lenta e dolorosa per l’animale(quando la “nostra” macellazione prevede la perdita di coscienza dell’animale prima della rapida uccisione).
    L’ideologia animalista è una delle tante forme di ribellione verso Dio, un’ideologia che vuole innalzare gli animali..per abbassare l’Uomo. Attacchi continui alle tradizioni cristiane..il diavolo infatti sa bene quale sia la vera fede.

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