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Sul treno fermo in mezzo al nulla

ottobre 24, 2016 Marina Corradi

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Il treno Frecciabianca per Venezia parte da Milano Centrale alle 15.05 di un venerdì, sotto a una pioggia battente, perfettamente in orario. Strano, dico fra me, a causa di un’antica mia diffidenza nei confronti delle Ferrovie dello Stato.

Il treno è gremito di pendolari che tornano a casa. Tutti sono assorti su smartphone, tablet, pc, oppure con le cuffie nelle orecchie si isolano beatamente dal fragore del treno.

Il quale corre sicuro per mezz’ora, poi si blocca in aperta campagna. Passano cinque, dieci minuti, venti, nel silenzio. Finalmente, dall’altoparlante una voce gentile di donna annuncia che c’è un treno fermo sulla linea davanti a noi, venti minuti e si risolve. I viaggiatori si rasserenano e tornano a giocare col cellulare. Il treno in effetti riparte, accelera, esita – si ferma di nuovo. Di nuovo silenzio. Dove saremo? Qualcuno cerca di localizzare la nostra posizione con Google Maps, ma il pallino blu sulla mappa ondeggia, disorientato.

Di fermata in fermata fra i campi ci si comincia a preoccupare: due ore, e non siamo nemmeno a Brescia. Chi deve prendere una coincidenza comincia a innervosirsi. I controllori, che peraltro non osano chiederci il biglietto, sono sommersi di domande irritate. «Qui bisogna dirgli qualcosa, sennò succede la rivoluzione», sento uno di loro mormorare.
Frattanto i più previdenti vanno al bar a recuperare acqua e viveri: chissà mai che ci lascino nei campi fino a notte.

Mi accodo per procurarmi dell’acqua, ma nel tornare in carrozza mi accorgo che qualcosa è cambiato: i passeggeri, tranne alcuni giovani coatti che continuano a smanettare, hanno mollato cellulari e tablet, e, mossi dall’imprevisto, si sono messi a parlare fra di loro. Sì, come una volta: quando sui treni si discorreva, e nei vecchi scompartimenti a sei posti, quasi come in un confessionale, qualcuno ti raccontava la storia della sua vita intera.

Sorrido a questa sorpresa: la ragazza alla mia destra si è tolta le cuffie e spiega a un suo coetaneo dove studia, che cosa, e dove vive. Una signora accanto a me teme che la badante della vecchia madre non l’aspetti; anche la dirimpettaia ha una vecchia madre. Cominciano a discorrere di Alzheimer, poi saltano, con un passaggio che mi sfugge, a parlare di gatti, infine di quanto è inutile Facebook. Sento in fondo al corridoio voci che si alzano, vedo mani che gesticolano. Si discute proprio di tutto. Orecchio una domanda: meglio farsi seppellire o cremare?

Il capotreno annuncia con orgoglio che «il nostro treno» riparte, con 101 minuti di ritardo. Che poi diventeranno oltre due ore. Ma invece di essere furiosa osservo questa piccola metamorfosi in una carrozza affollata, quasi commossa. Finché andava tutto liscio, fra noi nemmeno ci si guardava. Come diceva quella poesia di Montale? «Un imprevisto è la sola speranza». E quei due ragazzi qui a destra ora non smettono di parlare, si scambiano i telefoni, e chissà.

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