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Perché non dobbiamo abbandonare i giovani allo Stato e alla scuola

ottobre 17, 2014 Aldo Trento

padre-aldo-trento-compagnia-fraternitaCaro padre Aldo, ieri una ragazza di 15 anni, figlia di un mio amico, si è tolta la vita. Non so perché lo ha fatto, non so cosa l’ha spinta, ma mi ha fatto pensare a come vedo vivere tanti ragazzi che, rifiutando la realtà in cui vivono, sottovalutando l’importanza di avere amici veri, non conoscendo l’importanza di avere punti di riferimento certi, rifiutano la realtà e vivono nella speranza di “apparire”. Vedo ragazzi che passano i giorni senza stimoli, senza ideali, annegando nella banalità. Penso che un primo modo di rispondere all’inevitabile, umana esigenza di aiutarli sia quello di fare un lavoro su di me, per essere sempre più vero. E poi?
Luigi

Don Giussani, già 60 anni fa, aveva intuito che il problema più importante nella vita e della vita è l’educazione che lui definiva come la capacità dell’educatore di introdurre l’educando nella conoscenza della realtà nella sua totalità. Il problema non sono i ragazzi, ma la mancanza di “punti di riferimento certi”. I ragazzi oggi come ieri sono assetati di senso della vita. Il loro cuore come quello di ogni uomo vibra del desiderio di sapere se la vita vale la pena viverla o è una passione inutile. Se questa vibrazione non incontra un volto in cui nitidamente si legge ciò che il ragazzo cerca, inevitabilmente si trasforma in disperazione o viene appiattita dallo smog di quella mentalità nichilista che tutti respiriamo. Il gesto di quella ragazza mi ha provocato a riprendere sempre più coscienza della mia responsabilità educativa. Tutti i giorni quando vado nelle 3 case che accolgono più di 50 bambini e ragazzi, vedo nei loro sguardi una sete impressionante di appartenenza. È evidente la loro esigenza di avere un punto da guardare. Ma un punto fisso come il papà, la mamma o un educatore non si inventa, non si costruisce a tavolino, è il frutto di un avvenimento che entra nella vita di una persona, la cambia e la rende attrattiva per gli altri.

Tutti si lamentano dell’inesistenza della famiglia e di una scuola a pezzi. Lo ascolto tutti i giorni dai miei ragazzi messi al mondo per istinto e poi abbandonati. Ma penso anche a quei bambini che rimangono soli perché i genitori, la madre soprattutto, non fanno altro che lavorare. Come possono rispondere al grido di affetto dei propri figli? A mio giudizio, guardando la mia esperienza, non bastano alcune ore della settimana per stare con i propri figli. Se io non vivessi con i miei bambini e stessi solo alcune ore con loro, non si sentirebbero voluti bene.

Mia madre è sempre stata con me e i miei fratelli e quando doveva andare al campo a lavorare ci portava con sé. Mio padre è dovuto emigrare. Nella loro semplicità ci hanno insegnato una cosa molto importante: la madre deve essere madre e dare ai figli l’affetto e il tempo di cui hanno bisogno. Se Dio mi avesse chiamato al matrimonio, io sarei andato a lavorare anche 24 ore al giorno pur di lasciare la mia sposa a casa con i figli.

Non si può mettere al mondo un figlio e poi consegnarlo alla Stato o alle scuole private. Solamente nel caso di vere difficoltà economiche non vedo alternativa per cui è necessario che anche la moglie vada a lavorare. La questione che voglio segnalare è la mentalità femminista che è entrata anche nelle famiglie più belle che conosco, per cui se una donna non ha un titolo universitario e non lavora fuori casa non si sente realizzata. La crisi dei figli adolescenti è sempre affettiva, cioè di appartenenza. Hanno bisogno di un calore umano vivendo in un mondo freddo.

Gabriele è un ragazzo di 15 anni. Non ha né padre, né madre. È con noi da 7 anni. È arrabbiato con la vita e per questo reagisce violentemente ad ogni richiamo. Alcune settimane fa dopo l’ennesima stupidaggine gli ho detto che nessuno lo costringeva a rimanere con noi. Così se n’è andato. Il dramma di un padre sta tutto nel saper rischiare sulla libertà del figlio. Ho pregato per lui, perché non facesse una brutta fine. Ed è tornato. Che bello che esista un posto da cui poter fuggire, ma dove puoi sempre tornare e trovare qualcuno che quando hai paura ti prende per mano.

paldo.trento@gmail.com

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4 Commenti

  1. signora scrive:

    Concordo, purtroppo è vero…
    La storia che la qualità del tempo sia meglio della quantità, a parer mio è una benemerita panzanata! Renzo ha fatto il “sondaggio” della buona scuola anche ai genitori! immagino cos’abbiano detto: più tempo pieno!
    Sono un’insegnante e scommetto che se gli proponessimo di tenerli anche per cena ci direbbero di sì.
    Alcuni con il prescuola (entrata anticipata) entrano addirittura alle 7.30 e se ne vanno alle 16.00 ogni giorno tutta la settimana, io lo trovo orribile! Con quelli che poi ti dicono :”Ma a casa si annoierebbero tutto il giorno!” ma magari si concedessero un po’ di NOIA in sta vita! magari! se non la provano la noia non la sapranno mai gestire che è peggio.
    E la società che continua a PRETENDERE dai docenti di essere al tempo stesso genitori, psicologi, assistenti sociali, infermieri, carabinieri (sedare liti furiose già alle elementari), confidenti, segretari (al posto di quelli che in segreteria ci stanno veramente) e forse se c’è tempo insegnanti… non avete idea di quanto sia forte la pressione psicologica per sostenere una responsabilità del genere!
    Più studi confermano che la categoria che fa più uso di psicofarmaci è proprio quella docente,
    subito prima della categoria medico-infermeristica!
    Don Bosco ce la faceva è vero, ma se è santo un motivo c’è! è IMPOSSIBILE, IRREALISTICO UTOPISTICO e anche INGIUSTO pretendere che un docente debba assolvere a tutti questi compiti!
    Conosco benissimo le difficoltà economiche che esistono, ma so altrettanto bene che oggi molti, non tutti, si considerano poveri se non fanno ogni anno le vacanze, se i figli non fanno tutti almeno due sport, se i vestiti non li si compra ogni stagione di sconto.
    Scusate lo sfogo, ma io ringrazierò in eterno mia madre per avermi lasciato i pomeriggi per 1) giocare 2)imparare a studiare 3) riflettere.

  2. Filomena scrive:

    Questo è uno degli articoli più misogini che abbia letto. Che i genitori debbano occuparsi di più dei figli è condivisibile ma non si capisce perché debbano essere sempre le donne a rinunciare a una vita fuori da casa mentre gli uomini con la scusa di mantenere la famiglia hanno la possibilità di realizzare anche se stessi. I figli hanno bisogno del tempo di entrambi i genitori non solo della mamma quindi fare un po’ a turno sarebbe la soluzione più giusta ed equa per tutti, in primo luogo per i figli.
    Del resto con il congedo obbligatorio parentele anche per gli uomini, i Paesi del Nord hanno dimostrato molta più lungimiranza di noi che viviamo in una cultura ancora maschilista e patriarcale dove il destino delle donne si vorrebbe che fosse unicamente quello di essere l’angelo del focolare.

    • Gianni scrive:

      Non è misoginìa. E’ solo constatazione della realtà, altro che società patriarcale. I danni del femminismo sono evidentissimi e ancora in aumento. Siamo pieni di padri che non sanno più essere tali o che scappano dal proprio ruolo (senza contare quelli che vengono esclusi dalla famiglia appena la madre ne ha voglia, approfittandosi vigliaccamente della presenza dei figli e dell’alta qualità della nostra magistratura, ma di quelli non si parla mai, non va di moda), e di donne che sono tutto fuorché madri, cioè che sacrificano volontariamente ciò che le rende creature meravigliose (anche quando lo sono solo potenzialmente, anche quando lo sono per figli non propri, adottivi, o accuditi in ragione di una vocazione) per altro, salvo poi (in compagnia di molti uomini), gridare in altre occasioni a un presunto diritto alla maternità o alla paternità. Che non è un diritto, è un Dono.

    • Elisabetta scrive:

      Ma che bello tornare a casa e dire ai figli: “Racconta alla mamma cosa hai fatto oggi con la maestra a scuola, racconta cosa hai fatto con il maestro di musica, racconta di ginnastica artistica…….” Dopo un paio di volte a me risponderebbero: “Vieni e vedi invece di pensare solo a lavorare!”

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