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Perché dico No alla riforma Renzi-Boschi

novembre 13, 2016 Rodolfo Casadei

Non sono un cronista parlamentare, raramente scrivo di politica interna. Sono un inviato e un analista di politica internazionale. Dunque non sono un esperto di diritto costituzionale. Ma sono un cittadino italiano, di religione cristiana cattolica. Come cittadino ho dei diritti e dei doveri, e l’impegno civico è uno di questi diritti-doveri. Chi vuole i diritti del cittadino deve anche adempiere i doveri del cittadino, e il dovere del cittadino non è solo pagare le tasse e rispettare le leggi, è prima di tutto occuparsi di politica, informarsi e informare gli altri cittadini per poter prendere decisioni consapevoli.

Come cristiano, ho il dovere di operare per il bene comune e ho il diritto di intervenire perché il sistema politico del mio paese sia il più possibile conforme alla dottrina sociale della Chiesa, che è dottrina di ragione prima ancora che di fede. Quindi è dottrina su cui tutti, credenti e non credenti, dovrebbero convenire perché riflette la legge naturale, che è scolpita nel cuore di tutti gli uomini. Ma soprattutto, come cristiano sono chiamato a praticare la carità verso il mio prossimo. E come diceva il beato Paolo VI, «la politica è la forma più alta ed esigente di carità». Occuparsi gratuitamente dei temi della convivenza civile, cioè della politica, è fare caritativa. Non è caritativa solo portare un pacco di generi alimentari ai poveri o fare lezione gratis agli studenti in difficoltà, come per esempio faccio io settimanalmente. È caritativa anche fare politica come la facciamo stasera. Il servo di Dio don Luigi Giussani diceva: «la testimonianza più grande che il cristiano può dare è quella sociale e politica» (L. Giussani in L. Amicone, Sulle tracce di Cristo, p. 155). Queste cose oggi molti se le sono dimenticate, molti fanno finta di essersele dimenticate. Stasera le ricordiamo a tutti; e prima di tutto le ricordo a me stesso.

Allora, io sono contrario alla legge di riforma costituzionale Renzi-Boschi perché è una riforma accentratrice, ultracentralista, che rafforza i poteri dello Stato centrale a discapito delle autonomie del territorio e delle formazioni sociali, che mortifica il principio di sussidiarietà, che contraddice il principio “più società meno Stato” introducendo più Stato e meno società, che riduce gli spazi di democrazia reale nel nostro paese, che concentra tutto il potere nelle mani del segretario del partito che vince le elezioni, che peggiora la governabilità anziché migliorarla, che aumenta il contezioso davanti alla Corte costituzionale anziché ridurlo, che compromette i meccanismi di equilibrio e di controllo fra le istituzioni.

Ma prima ancora di queste ragioni di merito, sono contrario alla riforma per ragioni di metodo. Una riforma costituzionale così importante, che cambia in profondità 47 articoli della Costituzione, non si fa così. Modificare in profondità 47 articoli su 139 di una costituzione richiederebbe un largo consenso, un patto fra le forze politiche e sociali di una nazione, invece la riforma Renzi-Boschi è il frutto dei soli voti dell’attuale maggioranza di governo, più il soccorso dei deputati di Ala, il gruppo parlamentare di transfughi creato da Denis Verdini. Anziché cercare il consenso più ampio, si è fatta la guerra a chi obiettava: senatori critici della riforma sono stati cacciati dalla Commissione Affari costituzionali del Senato. Per evitare votazioni di emendamenti si è applicato il “supercanguro”, che non è una procedura contro l’ostruzionismo, ma è una procedura sleale con la quale si riscrive la forma, non la sostanza, di una legge per far decadere tutti gli emendamenti che erano stati presentati. Insomma, si è gestita la più profonda riforma della Costituzione dai giorni della sua entrata in vigore nel 1948 come se si trattasse di una normale legge di indirizzo politico e non di un procedimento di revisione costituzionale. L’iniziativa della riforma è stata governativa, un disegno di legge del governo; quando invece in coerenza col nostro sistema costituzionale e con un genuino spirito costituente avrebbe dovuto essere di iniziativa parlamentare. E non va dimenticato che la legge con cui è stato eletto l’attuale parlamento è stata (tardivamente) dichiarata incostituzionale: ciò non delegittima formalmente il parlamento, ma avrebbe dovuto comunque ispirare un po’ di umiltà in chi invece non ha avuto remore a far approvare da deputati e senatori eletti con una legge decaduta la più importante riforma della Costituzione dalle sue origini.

Il risultato di questo modo di procedere è che attorno alla riforma costituzionale il paese si è spaccato. Una Costituzione è fatta per unire un paese, per rendere praticabile il vivere insieme fra diversi. Invece che unire si è spaccato. Non avendo ottenuto una maggioranza parlamentare qualificata per approvare la riforma, il governo ha portato il paese al referendum costituzionale. E il risultato del referendum rifletterà un paese spaccato in due, che vinca il Sì o che vinca il No, vincerà per pochi voti, lo scarto percentuale fra i Sì e i no non sarà superiore ai 4 o 5 punti. Se vince il Sì, l’Italia dovrà vivere con una Costituzione approvata da un terzo scarso dei suoi cittadini. A votare ci andrà al massimo il 60 per cento degli aventi diritto, il risultato sarà quasi un pareggio, perciò il conto è presto fatto: ad approvare o a respingere la riforma sarà un terzo scarso dei cittadini elettori.

Oggi tanti esaltano l’idea del dialogo e il valore del vivere insieme. Questa riforma costituzionale è stata fatta a colpi di maggioranza risicata, togliendo la parola a chi dissentiva, espellendo dalla commissione Affari costituzionali i deputati che non erano d’accordo con la linea del governo, respingendo ogni emendamento. E questa riforma ci darà un paese spaccato in due, il popolo è chiamato a dividersi e a contrapporsi intorno alla legge fondamentale dello Stato. La legge che dovrebbe unire sarà invece la legge che divide e contrappone. Io penso che chi crede nel dialogo e crede nel vivere insieme dovrebbe farsi sentire, dovrebbe dire apertamente che così non va. Non si può rimanere neutrali, non si può non schierarsi rispetto a un’azione politica che è andata e che va contro i princìpi del dialogo e contro i princìpi del vivere insieme.

E ancora una cosa: mi sconcertano dichiarazioni come quelle dell’ex presidente Napolitano, dell’ex presidente della Camera Violante e del ministro Boschi che hanno affermato (come anche altri esponenti politici e della società civile) che la riforma non è perfetta e richiederà aggiustamenti, ma intanto va approvata dagli italiani nel referendum. Poi, più avanti, si faranno modifiche per migliorarla. Queste uscite denotano poco rispetto per la Costituzione, che è la legge fondamentale di un paese e non un work in progress al quale si può metter mano quando viene l’ispirazione, e poco rispetto per gli italiani, chiamati a dire di Sì a un testo che si confessa essere un testo pasticciato. Dopo la società liquida, come l’ha definita Zygmunt Baumann, avremo la costituzione liquida? No di certo. Se passa il Sì, state certi che la Costituzione resterà quella per tutto il tempo che il presidente del Consiglio si chiamerà Matteo Renzi. Perché la riforma è fatta per trasformare l’attuale capo del governo e segretario del Pd nel dominus della politica italiana. Poi, per quella che Augusto Del Noce chiamava l’eterogenesi dei fini, potrebbe capitare qualcosa di molto diverso, e cioè che il dominus della politica italiana diventi Grillo. Ma di questo parleremo in altra sede.

Vorrei invece parlare di tre luoghi comuni propagandistici che sento molto ripetere. Il primo è che la riforma costituzionale è indispensabile per la crescita economica. Il fatto che le principali associazioni di industriali sono favorevoli alla riforma dimostrerebbe che questa riforma va incontro all’esigenza di aumentare il prodotto interno lordo. No. Gli industriali sono favorevoli alla riforma per un’altra ragione. Ed è che essendo la riforma ipercentralista, a loro fa risparmiare energie, tempo e denaro quando vogliono realizzare progetti che genererebbero per loro grandi profitti. Nell’assetto attuale devono mettersi d’accordo con le istituzioni del territorio: regioni, province, comuni, oltre che con lo Stato. La riforma a loro conviene. Tutto viene riportato al centro. Basta un passaggio solo. La riforma elimina i passaggi mediani; la riforma disintermedia. Avete presente il cosiddetto referendum sulle trivelle? Non entro nello specifico dell’oggetto del contendere, ma quel referendum ha evidenziato che gli interessi delle grandi imprese energetiche tendono a confliggere con gli interessi del territorio. Le prime guardano soprattutto al profitto, le seconde guardano soprattutto alla salvaguardia ambientale. La riforma risolve il conflitto a vantaggio delle prime: all’imprenditore basterà avere un buon rapporto col governo centrale, e potrà realizzare i suoi progetti, senza fastidiose interferenze da parte delle istituzioni del territorio. Cosa voglia dire “buon rapporto” col governo, ognuno se lo immagini nella sua testa.

Ma comunque, se il problema è aumentare il Pil, e credete che ci sia un rapporto stretto fra costituzione e crescita economica, io credo che si dovrebbe seguire un’altra strada. Si dovrebbe guardare ai grandi paesi che hanno avuto la maggiore crescita economica in questi ultimi dieci-vent’anni, e imitarli. No? Allora qual è il grande paese che ha avuto la maggiore crescita economica negli ultimi vent’anni? È la Cina, esatto. Allora diamoci una bella costituzione comunista, come quella di Pechino, e corriamo incontro alla crescita economica.

Un altro argomento propagandistico che ho sentito spesso evocare è quello dei costi della politica. La riforma, si dice, farà risparmiare. Secondo il ministro Boschi farà risparmiare 490 milioni di euro all’anno. Secondo la Ragioneria dello Stato farà risparmiare 57 milioni di euro all’anno. Una differenza di quasi 10 volte fra le due stime, che è un po’ troppo per un paese serio. Personalmente tendo a credere di più alla Ragioneria dello Stato, che non è parte in causa nel referendum. 57 milioni. La spesa pubblica italiana è pari a 830 miliardi di euro all’anno. Il debito pubblico italiano è di 2.241 miliardi di euro. Nei 29 mesi da quando Matteo Renzi è capo del governo, il debito pubblico italiano è aumentato di 134 miliardi. Praticamente 1 miliardo alla settimana, anzi un po’ di più. Per il suo debito l’Italia paga circa 80 miliardi di euro all’anno di interessi. Il 40 per cento di questi 80 miliardi va all’estero, va nelle mani di creditori stranieri. Perciò dei risparmi per favore non parliamone più. Volete risparmiare? Cancellate il bonus ai diciottenni. Il bonus ai diciottenni, per farli andare al cinema e ai concerti a spese dello Stato, cioè a spese nostre, pagate con le nostre tasse, è di 290 milioni di euro.

Il terzo argomento propagandistico è quello che dice che l’Italia non riesce a legiferare quanto le è necessario a causa della navetta fra Camera e Senato. Cioè a causa del fatto che una legge, per entrare in vigore, deve essere approvata con lo stesso testo sia alla Camera che al Senato. Allora, a parte che il buon funzionamento di una repubblica non dipende certamente dal numero di leggi che vengono approvate – Tacito scriveva “corruptissima re publica plurimae leges”, che significa che “moltissime sono le leggi quando la repubblica è molto corrotta”- a me risulta che in questi 29 mesi di governo il governo Renzi ha approvato 221 fra leggi, decreti legge e decreti legislativi. Cioè quasi 10 al mese, per metà leggi, e per l’altra metà decreti legge e decreti legislativi. In Italia l’iter medio di approvazione di una legge è di circa 243 giorni, che non è affatto un tempo scandaloso: il parlamento francese, per esempio, ci mette di più. Dopo la riforma di leggi se ne faranno di meno e non di più, perché crescerà il contenzioso davanti alla Corte costituzionale.
E dicendo questo entro nella parte finale del mio intervento, con la quale metto a fuoco alcune critiche al testo che verrà sottoposto ad approvazione referendaria.

Gli autori della riforma cercano di far credere che il depotenziamento del Senato, ridotto a 100 membri, scelto con elezioni di secondo livello, privato del potere di sfiduciare il governo, faciliterà l’approvazione delle leggi. Non è così, perché a seconda della materia che si tratta, il Senato sarà chiamato a intervenire in vari modi, col risultato che i procedimenti legislativi passeranno dagli attuali tre (quello normale, quello di conversione dei decreti legge e quello costituzionale) ad almeno otto (alcuni costituzionalisti ne contano addirittura undici). Ciò causerà contenzioso, che finirà inevitabilmente davanti alla Corte costituzionale. E la paralisi potrebbe verificarsi sin dall’inizio del procedimento: secondo la nuova costituzione in caso di contrasti sul procedimento decidono d’intesa i presidenti di Camera e Senato. E se non riescono a intendersi? Non ci crederete, ma non è prevista nessuna soluzione.

Per quanto riguarda le Regioni, sono state eliminate le materie concorrenti (cioè dove Stato e Regioni hanno competenze in comune) ed aumentate di numero quelle di competenza esclusiva dello Stato centrale, nell’errata convinzione che questo produca efficienza e risparmi. In realtà l’enorme contenzioso Stato-Regioni già esistente davanti alla CC riguarda contrasti sulle materie di competenza esclusiva, non su quelle concorrenti. Perciò il contenzioso si riproporrà e crescerà anche con la nuova costituzione dove le materie di competenza statale sono salite a una cinquantina. Ma al di là di questo, in realtà lo Stato si è impadronito anche delle materie di competenza regionale, perché per una serie di materie che pure sono assegnate alla competenza regionale (tutela della salute, politiche sociali, sicurezza alimentare, istruzione e formazione professionale, attività culturali e turismo, governo del territorio, politiche ambientali) allo Stato spetta non più, come in precedenza, di dettare i “princìpi fondamentali” a cui la legislazione regionale deve attenersi, ma gli spetta di formulare “disposizioni generali e comuni”. Quindi, mentre prima lo Stato definiva i princìpi e le Regioni erano competenti per le norme di attuazione, dopo la riforma lo Stato potrà emettere norme comuni uniformi, imporre per esempio lo stesso modello di sanità a tutte le Regioni, non importa che siano virtuose come la Lombardia o scadenti come la Calabria.

Le Regioni di loro iniziativa non possono fare praticamente più niente, perché oltre alle competenze e all’autonomia nella definizione delle norme attuative, viene loro tolta anche l’ultima ombra di autonomia tributaria. Nel testo costituzionale vigente, gli enti territoriali stabiliscono i tributi «secondo i princìpi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario», che sono fissati dallo Stato. Invece con la nuova costituzione dovranno attenersi a «quanto disposto dalla legge dello Stato ai fini del coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario». Questo cambia tutto. Significa che l’autonomia tributaria diventa una farsa. Le Regioni possono istituire tributi solo nel modo e nella quantità che decide lo Stato. Si torna alla finanza derivata, si torna al 1970.

Ma non è ancora tutto. È stata pure introdotta una clausola di supremazia statale, di modo che lo Stato può decidere di legiferare in una materia riservata alle Regioni «quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica». Quando vuole, lo Stato può fare quel che vuole e travalicare le competenze delle Regioni. Violando un articolo della Costituzione, che non cambierà. L’art. 5: «La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali». No, non riconosce e non promuove più niente. Ciliegina sulla torta, nel mentre che accentra alla sabauda tutta l’amministrazione, la nuova costituzione lascia intatti i privilegi delle cinque Regioni a statuto speciale: la Sicilia potrà continuare ad accumulare i suoi deficit sanitari e ad avere cinque volte più personale della Lombardia con la metà della popolazione, mentre quest’ultima che ha i conti della sanità in ordine perderà tutta la sua autonomia.

Infine la questione dell’interazione fra nuova costituzione e legge elettorale: l’Italicum. L’altro ieri Renzi ha promesso a Cuperlo di modificare l’Italicum, e quello, poveretto ci ha creduto. Renzi è uno che ha tradito Prodi nel 2013 all’elezione per il capo dello Stato, ha fregato Berlusconi, ha fregato Enrico Letta, non ha rispettato patti con Alfano, non ha rispettato accordi con D’Alema. Col ministro degli Esteri Gentiloni non ne parliamo, avete visto tutti lo scherzo che gli ha tirato sul voto all’Unesco. E secondo voi dopo che avrà vinto il referendum cambierà l’Italicum come chiedono quelli che hanno votato “no”? Rispondetevi da soli.

Allora, l’Italicum attuale prevede un premio di maggioranza che permette di ottenere il 54 per cento dei seggi della Camera alla lista che vince al ballottaggio (se al primo turno nessuna lista ha superato il 40 per cento), premio pari a 340 deputati su 630. Di quei 340, almeno 100 sono uomini di fiducia del segretario del partito, perché il sistema prevede 100 collegi plurinominali con capilista bloccati. Si noti che per l’elezione del presidente della Repubblica, la riforma Boschi prevede che dal quarto scrutinio è sufficiente il 60 per cento dell’assemblea, dal settimo il 60 per cento dei votanti. L’Italicum è evidentemente una legge pensata su misura per il Pd trionfante del segretario dominus Renzi, che libero da vincoli di coalizione e forte della mancanza di alternative politiche a causa della crisi del centrodestra potrebbe conquistare tutto il potere, contrappesi istituzionali compresi, con un risultato di poco superiore a un quarto dei voti al primo turno. L’accentramento amministrativo e l’abolizione di fatto delle autonomie regionali sono funzionali alla consacrazione del presidente del Consiglio come unico regista e tesoriere della politica italiana: ogni opera, ogni finanziamento, ogni erogazione di denaro dovranno apparire come munificenze dell’uomo (o donna) che siede a Palazzo Chigi. Questo è il senso della riforma costituzionale che è stata fatta. Questo è il motivo per cui bisogna votare No.

Foto Ansa

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