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Perché a Milano sfigurano La Traviata e Van Gogh (qui si svela la debolezza del relativismo)

dicembre 12, 2013 Rodolfo Casadei

Non sono un competente di opere liriche, le ascolto volentieri senza pretendere che il mio piacere o dispiacere possano avere una qualche rilevanza come giudizio per altri. Ma mi hanno colpito le reazioni alla regia de La Traviata che ha aperto la stagione della Scala di Milano. Dmitri Tcherniakov ha attualizzato il libretto, trasformando i personaggi e il loro ambiente sociale in quello di un’indefinita piccola borghesia del giorno d’oggi.

Nel secondo atto Violetta e Alfredo addirittura affettano verdure e tirano la pasta. I loggionisti si sono inviperiti, non hanno disturbato l’esibizione ma alla fine hanno sonoramente fischiato la regia. Esponenti dell’élite civile considerati competenti e appassionati di lirica, come l’ex magistrato Saverio Borrelli e l’ex ministro Corrado Passera, ma anche lo stesso presidente degli Amici del Loggione Gino Vezzini, si sono invece dichiarati soddisfatti, se non addirittura entusiasti della messa in scena teatrale.

Il critico de La Stampa Alberto Mattioli ha ironizzato: «Come poi se Tcherniakov fosse il primo che passa per la strada cui la Scala decide inspiegabilmente di affidare Traviata, invece che uno dei maggiori registi d’opera del mondo. E soprattutto come se alla Scala non avesse già fatto senza problemi Eugenio Onegin e Il giocatore, ma si sa che nel Tempio puoi fare quello che vuoi nel repertorio che i loggionisti killer non conoscono (quasi tutto) ma se tocchi Verdi muori. Lo stesso Tcherniakov, caso raro di regista geniale ma non fesso, si è ben guardato dall’agire su Traviata ribaltandola come ha fatto nel suo Trovatore di Bruxelles, già criticatissimo e sfottutissimo».

I registi dediti alla “contemporaneizzazione” delle opere liriche impazzano ormai da anni, e Tcherniakov non è uno dei più insopportabili. Non ha ancora finito di fare danni lo spagnolo Calixto Bieito, che in un allestimento del Ballo in maschera di Verdi a Barcellona nel 2001 mostrò i cospiratori che vogliono uccidere il conte Riccardo seduti sul water coi pantaloni abbassati. Il suo exploit più tristemente noto è il mozartiano Ratto dal serraglio del 2004 a Berlino. La storia originale racconta di Costanza, separata dal fidanzato Belmonte a causa del naufragio della nave su cui sta viaggiando, che viene presa a servire nell’harem di Selim Pascià. Qui si rifiuta di concedersi a lui, che rinuncia a costringerla con la forza. Belmonte riesce a organizzare la fuga di Costanza, ma i due vengono catturati. Imprevedibilmente Selim non li invia al supplizio, ma li libera, e la storia si conclude con un lieto fine.
Il ratto dal serraglio di Bieito, invece, si svolge in una casa di tolleranza di Berlino dove Selim Pascià è lo sfruttatore e Costanza una delle sue prostitute. Per tutta la durata dell’opera sul palcoscenico sono simulati rapporti carnali fra prostitute e clienti e omicidi a sfondo sessuale. A un certo punto una di loro viene mutilata dei capezzoli, che vengono offerti al soprano, e uccisa. Bieito è stato ripetutamente premiato per le sue trovate, nel 2009 ha ricevuto il Premio di Cultura europeo.

Chi giustifica e applaude questi registi lo fa sostenendo che il loro lavoro rende significative per il pubblico di oggi le storie raccontate dai librettisti del Settecento e dell’Ottocento, che altrimenti risulterebbero anacronistiche. Mah. Plauto e Sofocle continuano ad essere recitati ancora oggi nella versione originale, benché siano passati 2.200-2.400 anni da quando le loro commedie e tragedie sono state scritte. Il pubblico li capisce eccome.

Io credo che il problema sia un altro. E cioè che l’anima contemporanea è un misto di arroganza e di paura. Arroganza perché, alla faccia del relativismo, ci concepiamo come il vertice dell’evoluzione della specie e di tutte le sue civiltà. Paura perché temiamo che dal passato possa arrivare qualcuno a smentirci. Le opere d’arte classiche fanno paura all’uomo contemporaneo perché gli insinuano il sospetto che ci sia qualcosa e qualcuno più importante di lui, qualcuno e qualcosa destinati a durare nel tempo, qualcuno e qualcosa dotati di valore oggettivo e universale. Ecco, qui si svela la debolezza del relativismo: i contemporanei si accaniscono a modernizzare o contemporaneizzare le opere d’arte del passato per timore di veder riapparire le gerarchie di qualità e di valore che si sono accanitamente impegnati a cancellare. La contemporaneizzazione delle opere d’arte e la loro fruizione in forme diverse da quelle originali (penso per esempio alla mostra interattiva Van Gogh Alive in corso a Milano) sono il prodotto di tale arroganza e di tale paura.

Abbiamo un bel definirci post-moderni, emancipati da ogni pretesa di universalità dei valori e di gerarchia delle qualità: ci domina la convinzione che siamo noi lo zenith dell’umano, che quelli prima di noi non avevano capito tutto quello che siamo arrivati a capire noi. Effettivamente la categoria del relativismo trova larga applicazione in campo morale come in ambito estetico. Ma l’idea che nel processo storico esiste una cosa chiamata progresso, che a incarnarla sono le civiltà dell’Occidente (Usa, paesi anglosassoni, scandinavi e dell’Unione Europea), che l’ultima trovata americana o europea diventa subito una norma che prima o poi tutti dovranno adottare, beh, questa è una convinzione che vediamo ben radicata. L’esempio più facile che viene in mente è quello delle famiglie di persone dello stesso sesso: fino a una ventina di anni fa non sarebbe mai venuto in mente a nessuno di definire come un diritto umano inalienabile la possibilità per due persone dello stesso sesso di unirsi in matrimonio e avere figli con l’inseminazione eterologa o l’utero in affitto; oggi questa prospettiva è presentata come un’evoluzione obbligatoria per tutte le legislazioni di tutti i paesi del mondo, e chi non la pensa così è semplicemente un omofobo. Che nel corso di tutta la storia umana mai nessuno abbia formulato la questione in tali termini, non è affatto un problema: noi occidentali di oggi abbiamo visto la luce, tutti i nostri antenati hanno vissuto nelle tenebre, dove vivono tuttora i non occidentali.

Ecco allora che le opere d’arte nella loro versione originale e classica vanno castrate del loro potenziale eversivo rispetto alla cultura dominante. Lasciarle intatte potrebbe far passare l’idea che dobbiamo a loro e ai loro autori ammirazione e rispetto incondizionati. Non sia mai. Perché fare la fatica di andare in Olanda a contemplare le tele di Van Gogh aguzzando la vista su questi oggetti che non superano mai un metro di larghezza?
“Van Gogh diventa extralarge”, annuncia Repubblica dando notizia della mostra multimediale sulle opere del pittore olandese da poco inaugurata a Milano. Sul sito internet della mostra leggiamo: «Un nuovo modo di vivere e conoscere l’arte: affascinante ed educativo. Van Gogh Alive – realizzata in coproduzione con il Comune di Milano – è un’esperienza multimediale per tutta la famiglia. I capolavori di Van Gogh prendono vita, in una vibrante sinfonia di luci, colori e suoni. Oltre 3000 immagini proiettate in altissima definizione grazie all’innovativo sistema SENSORY 4 comporranno uno straordinario museo impossibile e offriranno un viaggio attraverso l’universo creativo e visionario dell’artista: dagli intensi cromatismi, alla tumultuosa vicenda esistenziale».

La condizione per stupirci di fronte a Van Gogh è che Van Gogh non sia più lui, ma un pittore del passato adattato al nostro modo di guardare e comunicare. Guai a provare spaesamento di fronte all’opera d’arte: essa va ricondotta a noi, al nostro modo di percepire, alle nostre coordinate culturali. Tutta la tronfia odierna retorica sull’accettazione della diversità e dell’alterità mostra qui la corda: la diversità, che sia quella dell’immigrato o quella del capolavoro artistico, è accettata solo nella misura in cui è omologata alla vulgata relativista. La religione dello straniero è integrata solo sotto forma di inoffensivo folklore, così come l’inquietudine cromatica di Van Gogh è riassorbita in una tranquillizzante «vibrante sinfonia di luci, colori e suoni».

Il paradosso contemporaneo e post-moderno è il seguente: l’epoca che ha abolito i punti di riferimento, che ha messo all’indice consolazioni e rassicurazioni in nome della libertà anarchica e dell’autonomia assoluta dell’individuo, va in crisi e si sente venir meno la terra sotto i piedi di fronte alle opere d’arte che arrivano a noi dal passato a dirci che bellezza e senso sono connotati della realtà. Per non perdere il proprio senso di sicurezza, per non perdere la tranquillità, il contemporaneo ha bisogno di distrarre il pubblico dal sacrificio e dal riscatto cristiani di Violetta con verdure tritate sul palcoscenico, dall’ottimismo mozartiano intorno alla natura umana con scene di sesso sadico, dai colori misteriosi di Van Gogh che alludono al Mistero con l’ingigantimento artificiale e lo stordimento multimediale. Qualunque cosa, purché non si sperimenti quello spaesamento che fa sperare in una grandezza duratura e profonda.

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12 Commenti

  1. pietro scrive:

    Articolo ECCELLENTE! Davvero un affresco trasversale del modo di intendere l’arte oggi. Ha detto davvero tutto, senza omissioni politically-correct. Complimenti!

  2. basemarom scrive:

    Grande articolo, complimenti vivissimi all’autore!

    E’ da meditare e ad approfondire, possibilmente in un piccolo saggio.

    Basemarom.

  3. sara s scrive:

    Articolo da mandare a memoria, o almeno da rileggere come i tanti mai banali di Casadei! Grazie, che respiro! E’ vero, bisognerebbe approfondire questi concetti e magari farne un saggio.

    • Rodolfo Casadei scrive:

      Se vi appassiona l’argomento, consiglio a tutti la lettura di “La bellezza. Ragione ed esperienza estetica” di Roger Scruton, edizioni Vita e Pensiero. L’originale inglese si intitola semplicemente “Beauty” ( se leggete l’inglese, è da preferire alla traduzione in italiano). Forse è il saggio di cui siete alla ricerca.

    • Rodolfo Casadei scrive:

      Se vi appassiona l’argomento, consiglio la lettura di “La bellezza. Ragione ed esperienza estetica” di Roger Scruton, edizioni Vita e Pensiero. L’edizione inglese originale si intitola semplicemente “Beauty”, e la consiglio a chi è in grado di leggere in inglese. Forse è il saggio di cui siete alla ricerca.

  4. Laura Cioni scrive:

    Grazie. Arroganza e paura: un binomio che legge molte cose. E che mi sembra adatto a questa sfortunata regia di Traviata.

  5. Paolo scrive:

    Ho visto solo l’ultimo atto nella replica di domenica, insieme ai miei famigliari: appena mi si è parato davanti quel cupo rosa antico della scenografia ho pensato che tutto emanasse un ché di ammuffito. Qualcuno voleva cambiare canale. E’ stato faticoso restare lì, ma ci ha vinto la superba voce della soprano. All’ultima aria, per rispetto alla sua arte abbiamo chiuso gli occhi e mio fratello ha detto una cosa sacrosanta: questa è l’Italia.
    Io aggiungo: struggimento e bellezza, anzi, struggimento per la bellezza, intesa nel senso più ampio e profondo e quindi anche spirituale, questa è l’Italia, ovvero era…

  6. Valeria scrive:

    Concordo!
    Peraltro ho sempre detestato le modernizzazioni delle opere in qualunque ambito, anche vedendo una rappresentazione teatrale preferisco che ci si attenga fedelmente al testo (costumi e scenografie inclusi)

  7. mauro scrive:

    spettacolare, grazie rodolfo

  8. GabsTheFabs scrive:

    Eccellente ed istruttiva disanima che partendo dal fenomeno artistico si può applicare pressoché tout-court alla quasi totalità degli ambiti della società odierna sempre di più fondata sul nulla e quindi sempre meno amica dell’Uomo.
    Non c’è più tempo per lo stupore semplice. Tutto deve essere gigante, iperbolico, esagerato, morboso per impedire che quel guazzabuglio che è il cuore umano possa davvero vibrare davanti alla semplice e profonda contemplazione della Bellezza.

  9. Giulio Dante Guerra scrive:

    Qualche anno fa mi capitò di vedere in TV una rappresentazione “modernizzata” dell'”Elisir d’amore” di Donizzetti. Dulcamara arrivava sulla piazza del paese a bordo d’un furgoncino, che poi apriva lateralmente per mostrare la sua merce, Belcore indossava una divisa di sottufficiale d’aeronautica, e così via. Meno male che è un’opera buffa: perché era addirittura ridicolo sentire tutti costoro esprimersi – perché il libretto non può essere modificato lessicalmente più di tanto, se non si vuole che “faccia a cazzotti” con la musica! – nell’italiano ottocentesco, quasi settecentesco, del librettista di Donizzetti. Che senso ha una Violetta che canta – che so, non ho visto questa “Traviata” – “Sempre libera degg’io” in un “party” di piccoli borghesi odierni? Chi parlerebbe più a questo modo, oggi, senza destare l’ilarità di tutti i presenti? Scusate queste “divagazioni linguistiche”, ma davanti a certi obbrobri la reazione più seria è l’ironia…

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