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Ho un’esperienza molto bella da raccontare: sono diventato papà

maggio 1, 2016 Aldo Trento

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Pubblichiamo la rubrica di padre Aldo Trento contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Tutti i giorni sono testimone delle contraddizioni che vive la libertà umana. Da una parte mamme che donano la propria vita ai loro figli, dall’altra il rovescio, madri che abortiscono o non vogliono sapere nulla del figlio appena partorito. Non è automatico amare i propri figli. Dopo tanti anni di condivisione della vita con queste contraddizioni mi è chiarissimo che amare è un dono, che essere genitori non coincide con il mettere al mondo un figlio, ma comunicare con la stessa esistenza il significato, il destino della vita.

Oggi ho vissuto una esperienza molto bella di paternità. Lidia, una ragazza handicappata con una storia di violenze inaudite da cui è nato un bel bambino, ha compiuto diciotto anni, diventando quindi maggiorenne e non più obbligata a rimanere con noi, ma cosa fare? Dove mandarla? Mi ha chiamato il giudice dicendomi: «Padre, sarebbe disponibile ad assumere il compito di tutore a vita di Lidia?». Senza pensarci due volte ho risposto «sì».

Così ora mi trovo, anche per la legge degli uomini, ad essere non solo il padre adottivo di Aldo, ma anche il tutore di Lidia. Due bellissime ostie bianche. Aldo è cresciuto molto in questi anni, in particolare nelle sue deformazioni. Mentre Lidia, nei due anni trascorsi con noi, grazie alla “cariñoterapia” non solo ha portato a termine la sua gravidanza dando alla luce un bel bambino, ma sta imparando a muoversi sola sulla sedia a rotelle andando al bagno e a letto senza l’aiuto di nessuno. Per lei il fatto che sono il suo tutore non ha cambiato niente, ma per me è un grande aiuto a guardare la positività di tutto.

Un altro esempio di cosa significa amare, di cosa vuol dire essere madre, lo vedo tutti i giorni nella clinica dove da molti mesi due donne vivono 24 ore su 24 accanto ai loro figli. Delle due la più anziana non riusciamo a farla uscire dalla stanza dov’è ricoverato il figlio. Si muove solo per andare al bagno. Nel primo piano invece tutta un’ala è piena di bambini ammalati e soli. Eppure ci sono momenti durante il giorno in cui comunicano fra loro ridendo a crepapelle. Il compagno di camera di mio figlio Aldo si chiama Mario. Hanno un modo di “parlare” tra loro strano: a volte gridano altre volte ridono. Se mio figlio piange, anche Mario piange.

Per il mondo sono dei piccoli mostri e mi addolora quando perfino persone consacrate a Dio lo guardano dalla porta senza avvicinarsi al suo letto e fargli una carezza. Ringrazio Dio per avermi donato un cuore di carne capace di abbracciare quanti sono guardati dagli occhi del mondo come piccoli mostri. Chi invece più di queste ostie bianche è la presenza tenera e amorosa di Gesù?

Ogni giorno avvicinandomi a loro tocco con una mano la loro testa e poi mi faccio il segno della croce. Per tanti anni, prima che il buon Dio mi regalasse questa spondilite, mi inginocchiavo davanti ad ogni ammalato. Oggi ringrazio la Vergine della salute perché mi dà ancora la forza di baciare la fronte di alcuni ammalati. Che letizia quando, dopo averli benedetti con l’Ostensorio, mi chiedono come sto, aggiungendo «animo padre!».

«Animo padre!»
Stando con loro sento di appartenergli non solo per le mie condizioni fisiche, ma in particolare perché portiamo nel nostro corpo i chiodi con i quali abbiamo fissato il Suo corpo sulla croce. Senza vivere questo dolore è impossibile dire ad una persona «animo!».

Qualcuno mi dirà: «Ma allora dobbiamo passare ogni giorno per le forche caudine per capire cosa significa amare?». Per le forche caudine non lo so, ma il cammino che porta alla croce dove ci aspetta Gesù dobbiamo percorrerlo. «Chi vuole seguirmi, prenda la sua croce e mi segua… il mio carico è leggero e il mio giogo è soave». Dei 1.870 pazienti che sono passati per la clinica in questi dodici anni ben 1.304 sono morti e più di un ammalato di Aids mi ha detto: «Ringrazio questa malattia perché mi ha permesso di incontrare Gesù».

Molti lettori non crederanno che esistano dei pazienti liberi fino al punto di riconoscere nella malattia terminale un dono di Gesù che ha loro permesso di incontrarlo. Ma se uno riconosce che il fine della vita è l’incontro con Gesù, allora ogni situazione, ogni circostanza, diventa un trampolino che permette di saltare fra le Sue braccia.

paldo.trento@gmail.com


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