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Oltrepò, vino di bassa qualità? Balle. Oggi c’è una nuova storia da raccontare

maggio 21, 2013 Tommaso Farina

La storia è alla base di tutti noi, di tutto quello che facciamo. Ma spesso, la nostra storia prende strade che, col senno di poi, finiamo per riconoscere come sbagliate, o quantomeno non proprio bellissime da seguire. Nel mondo del vino, il caso dell’Oltrepò Pavese è addirittura palmare, in questo senso. Una zona bellissima, collinare, perfetta per i vigneti, con esposizioni e terreni da  far concorrenza a un Chianti (e, aggiungiamo, paesaggi che ne sono pienamente all’altezza), oggi deve ancora fare i conti con la strada che imboccò sessant’anni fa. Una strada di quantità, più che di qualità. Obbedienza a un mercato che chiedeva poco, e quel poco lo prendeva volentieri. Per essere inoppugnabilmente chiari: il mercato dei milanesi che appena potevano scendevano a Casteggio o Broni per farsi riempire le damigiane. Damigiane che tornavano a casa colme di un liquido certamente alcolico e certamente vinoso, ma spessissimo di qualità deprimente e rozza.

Una storiaccia. Il mercato è andato bene così per anni, finché qualcuno si disse: e se facessimo anche noi il vino “serio”? E il vino serio iniziarono a farlo davvero. Non una sola cantina. Svariate cantine. Decine di cantine, oggi. Solo che la ferita non si è ancora rimarginata: per molti, Oltrepò è vino a basso prezzo, di poche pretese.
E se in enoteca esce un vino targato Oltrepò, che magari costa più del solito perché ha richiesto più cure in vigna e in fase di vinificazione, il consumatore poco informato storce il naso. Lo stesso consumatore che magari non batte ciglio al cospetto dello stesso prezzo spuntato da un vino piemontese o toscano, non necessariamente migliore. 
L’unica cosa che si può fare, per venirne fuori, è rispondere coi fatti. Divulgare. Illustrare. Raccontare. Questo hanno pensato il giornalista vinicolo Francesco Beghi, il comunicatore Roger Marchi e il giovane enologo Matteo Berté: i talenti nascosti, evangelicamente, non servono a nessuno. Vanno tirati fuori e sfruttati.

Così, ecco nascere il progetto OltreLaStoria. Il nome dice tutto: andare oltre una storia già scritta e non del tutto gaudiosa, per scriverne una nuova. Il tutto, tramite una serie di serate e incontri di degustazione e di assaggio dei grandi vini oltrepadani, con l’accostamento a prelibatezze dei migliori ristoranti del posto. Per esempio, è stato finora coinvolto Giorgio Liberti, chef e patron del ristorante Prato Gaio di Montecalvo Versiggia (Pavia), già noto ai lettori di Tempi, alfiere della tradizione nonché ambasciatore vinicolo della zona: in cantina ha solo bottiglie dell’Oltrepò. Le serate finora svoltesi, baciate da un bel successo di pubblico e di appassionati, hanno visto la partecipazione di produttori come Monsupello, Anteo, Conti Vistarino. Il tutto, con la possibilità di rivolgere domande e curiosità agli stessi produttori.

Per essere informati sulle prossime iniziative del progetto, conviene restare sintonizzati sul blog degli organizzatori.

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