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Non è qui che ti ritroverò, papà

maggio 5, 2013 Marina Corradi

Sono andata a prenderlo sotto casa, al solito angolo di corso Sempione. Lui era già lì che mi aspettava. Aveva la giacca grigia spiegazzata, e quella sua terribile camicia color senape. E il Burberry vecchio di vent’anni, di un indefinito colore tra la pioggia e il fango. Aveva in mano un ombrello a quadrettoni – naturalmente, con una stecca rotta. Sali, gli ho detto senza scendere dall’auto. Lui ha borbottato qualcosa sul disordine – giornali vecchi e caramelle sparse – sui sedili. Ho sorriso, senza che lui se ne accorgesse: la mia macchina è un caos, come sempre lo è stata la sua.

«Dove andiamo?», chiedo. Lui fa un gesto vago con la mano, poi: «Portami in centro, è tanto che non vado». Via Piero della Francesca, poi il verde acerbo del parco in questo aprile freddo. Brera, largo Treves. Lo vedo che si volta verso sinistra, a cercare con gli occhi l’insegna del Corriere in via Solferino; denso di nostalgia – trent’anni di vita – lo sguardo nei suoi occhi di un vago grigioverde, da pigro, grosso felino. I pochi capelli grigi sono come sempre un po’ spettinati. «Possibile che hai solo quattro capelli e non riesci a tenerli in ordine?» gli dico, mentre con una mano cerco di ravviarli. Al semaforo di via san Marco un ragazzo parla da solo, a voce alta, concitato. «Poveretto», scuote la testa mio padre. Dovrei spiegargli che in questi vent’anni hanno inventato i cellulari e gli auricolari, e che quello non è un matto, ma non c’è tempo. Andiamo di fretta. Mi hanno concesso un’ora sola.

Parcheggio in via Pontaccio. Il traffico rarefatto dell’area C lo meraviglia: «Ma è festa, oggi? Dove sono andati tutti?». Sai, papà, ora il centro è a pedaggio, spiego, è per via dell’inquinamento; si circola liberamente solo fuori dai Bastioni. Lui corruga la fronte: non è la città che ricorda, questa. «Sarà – commenta – ma Milano me la ricordavo più viva». Poi andiamo verso la Scala. Lui cammina adagio, guardandosi intorno, attento a ogni particolare. «Qui c’era un bar tabacchi che faceva un caffè buonissimo», protesta, deluso davanti alla vetrina di uno stilista. Passiamo davanti alla scultura dell’artista di grido, quella con una mano che alza beffarda il dito medio al cielo. Qui mio padre è sinceramente stupefatto. «È arte, papà », gli spiego. «Ma va’ là» ride lui, e però lo vedo che prosegue immalinconito.

Com’è altra, questa Milano pure rimasta quasi uguale. Diversa nel ritmo, nelle facce, nel respiro. Beviamo un caffè. Le sue dita, grosse, gialle di nicotina. E già è tempo di andare. (Mi hanno dato un’ora soltanto, e in via del tutto eccezionale). Lascio mio padre davanti al Monumentale. Si allontana con il suo impermeabile che svolazza al vento, tenendosi fermo il cappello di feltro con la mano. No, non si può: non è su questa terra che possiamo ritrovare chi abbiamo perduto. Ogni cosa sembra così trasfigurata e lontana. Per riabbracciarsi, occorre un altro tempo; e tutto un altro cielo.

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