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Il narcisismo-selfie è una mania moderna vecchia quanto il mondo. Ma l’io è un bar, non uno specchio

aprile 7, 2014 Annalisa Teggi

«Nel mezzo del cammin di nostra vita» (Inferno, canto I)

Va molto di moda il selfie, cioè farsi l’autoritratto con la fotocamera del cellulare per poi pubblicarlo sui vari social network; l’hanno fatto a Hollywood gli attori che hanno preso parte all’ultima cerimonia degli Oscar, lo fa la bellissima Belen Rodriguez e lo ha fatto anche la famiglia Clinton per rilanciare la propria immagine.

Anch’io ci ho provato, però in ogni scatto mi sono puntualmente vista piena di difetti e ho cancellato tutto. Forse non mi so mettere bene in posa o forse sono simile al protagonista di Uno, nessuno, centomila di Pirandello, a cui basta accorgersi di un difetto al naso che non aveva mai notato prima, per mettere in discussione tutto di sé: «Avevo 28 anni e sempre fin allora ritenuto il mio naso, se non proprio bello, almeno molto decente, come insieme tutte le altre parti della mia persona. La scoperta improvvisa e inattesa di quel difetto perciò mi stizzì come un immeritato castigo».

Lo specchio o la fotocamera sono strumenti fedeli? Se sì, a cosa sono fedeli? Vallo a chiedere a Narciso, verrebbe da rispondere. Perché, guarda caso, le ultime mode sono in realtà cose vecchie quanto il mondo. E la moda del selfie è senz’altro vecchia quanto il mito di Narciso, quella storia in cui è contenuta l’ipotesi che un uomo guardando se stesso possa innamorarsi e amare ciò che vede. Anche dietro la scorza superficiale di quella vanità che chiamiamo narcisismo, c’è il bisogno di avere una vista amabile di sé. Cosa quanto mai complicata, o comunque mai scontata.

Eppure l’unico organo visivo del nostro corpo può inquadrare tutto, tranne il nostro volto: gli occhi sono rivolti all’esterno. Forse chi ci ha creati così non era uno sprovveduto, forse ci ha lasciato un’indicazione di viaggio, per conoscersi.

Qualche giorno fa mi è capitato di entrare in un bar per un veloce caffè, ma le chiacchiere scambiate con la barista si sono fatte inaspettatamente profonde. Lei mi ha confessato di aver aperto la sua attività a quattro anni dalla morte di suo figlio e mi ha spiegato che non lo ha fatto per «tenersi impegnata», come si suol dire. Dopo anni di solitudine, a tu per tu con un dolore devastante, si è resa conto che nessuna medicina (sonnifero, antidepressivo) l’avrebbe mai completamente guarita, ma ha intuito che anche solo sfogarsi con gli altri aveva più senso che chiudersi a riccio. E così ha scelto di dedicarsi a un’attività che implicasse lo scambio umano: servire da bere e da mangiare; ascoltare e parlare con la gente, sfoghi, insulti e pettegolezzi compresi.

«L’uomo è naturalmente compagnevole animale», dice Dante nel Convivio, riprendendo Aristotele. Gli occhi sono già orientati dalla parte giusta, cioè verso la realtà e verso gli altri, perché è dentro la compagnia umana che uno riflette adeguatamente su di sé. L’io è un bar, non uno specchio – ci si può azzardare a dire.

E penso a quel barista che Hemingway descrisse nel racconto Un posto pulito e ben illuminato, un uomo che non voleva mai chiudere il suo locale: «Ogni notte sono riluttante a chiudere perché potrebbe arrivare qualcuno che ha bisogno di un caffè», diceva. Tenere le luci accese e una porta socchiusa con la scritta «aperto», ecco un’inquadratura (e una sfida) interessante per mettersi a fuoco.

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