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Mostra – 34 grandi opere ci raccontano il Novecento del Bel Paese

gennaio 12, 2015 Mariapia Bruno

Gino Severini, Zeus partorito dal sole, 1954, tempera su legno, cm. 271,5x412E’ un tributo alla prolificità artistica del secolo passato, nel quale affondiamo le nostre radici culturali, tecnologiche e sociali, la mostra aperta presso la Galleria Agnellini Arte Moderna di Brescia. Aperta fino al prossimo 21 febbraio, si intitola La Bella Italia, e racconta la grande pittura italiana del Novecento: dal Futurismo alla Metafisica, i grandi interpreti del dopoguerra. Osservando le 34 opere in mostra percorriamo un cammino che va dai primi anni del XX secolo agli anni ’70, da una fetta interpretativa legata alla tradizione, a uno spicchio segnato dalle proteste e dalla rabbia di una generazione in forte rinnovamento. E’ l’ansia e il desiderio precipitoso di piombare nella modernità a muovere le redini creative dei protagonisti di quegli anni, la cui fretta balena dalle loro opere che illustrano il movimento e il dinamismo, come quelle ad esempio di Balla, Depero e Sironi.

Giorgio Morandi, Natura morta, 1942, olio su tela, cm. 20x26Ma il ritorno al classicismo è sempre dietro l’angolo: Severini, ad esempio, dopo aver abbandonato il Futurismo e intrapreso un periodo cubista, rinnova il suo classicismo prima di dedicarsi all’astrazione dinamica negli anni ’50. Burri e Fontana, sono, invece, i punti di riferimento dell’arte italiana del dopoguerra. Il primo definisce con la durezza della materia le sue composizioni (l’indimenticabile cretto), il secondo trova lo slancio nell’emblema di un gesto che squarcia la tela: tre dei suoi famosi Tagli (uno verde, uno bianco, uno rosso) sono in mostra e fanno da bandiera a questo omaggio all’arte italiana. Ancora nell’immediato dopoguerra, si è sviluppata in Italia un’arte legata all’astrazione, spesso gestuale: rigurgiti del futurismo si percepiscono in Dorazio, aliti dell’espressionismo informale americano legato a Rothko o Pollock si trovano in Vedova (Visione contemporanea, 1954) e Tancredi (Senza titolo, 1955). Fusioni eterogenee chiudono la retrospettiva sotto la firma di Sanfilippo, noto per il suo segno astratto quasi puntinista (Estensione arancio, 1962), e Umberto Mastroianni, scultore che si accosta all’astrazione costruttivista prendendo il volo in totale indipendenza.

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