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Matrimoni ideologici «contro la Chiesa», divorzio breve, aborto selvaggio. Così l’Urss si lanciò nel baratro demografico

maggio 28, 2013 Angelo Bonaguro

Anche in Russia il crollo demografico preoccupa le autorità statali, che stanno proponendo una serie di misure e incentivi economici per rilanciare la «famiglia numerosa».
Poco prima della dissoluzione dell’Urss, nel ’91, la Russia aveva vissuto un picco demografico raggiungendo una popolazione di 148.689.000 abitanti, ma successivamente era iniziata una fase di rapido declino, e già nel ’92 si era materializzato sui grafici il fenomeno denominato “Croce russa”, quando il numero delle morti annuali aveva superato quello delle nascite. Dopo una serie negativa di saldi naturali, la differenza negli ultimi due-tre anni si sta ribilanciando, grazie anche all’immigrazione dalle ex repubbliche sovietiche dell’Asia, tuttavia il problema rimane aperto con le sue mille sfaccettature, e non per nulla lo Stato sta cercando un sostegno anche dalla Chiesa ortodossa. L’editorialista Boris Klin sul  portale Ortodossia e mondo si chiede se basti introdurre agevolazioni fiscali e riconoscimenti pubblici per aumentare la natalità o se non sia solo uno spot politico per tamponare la crescente sfiducia nel futuro, la mancanza di un’economia stabile e di una rete efficiente di servizi sociali.

In occasione di un convegno sul tema organizzato presso la Duma di Stato, il professor Vladimir Lavrov, storico dell’Accademia delle scienze, ha presentato un’interessante relazione sul “Ruolo dei bolscevichi nella distruzione della famiglia”. Prima della Rivoluzione – ha spiegato Lavrov – nell’impero russo si registra un incremento demografico al punto che tra il 1861 e il 1917 la popolazione è quasi raddoppiata. Ma già nel dicembre 1917, prima ancora di sancire la separazione della Chiesa dallo Stato, la politica bolscevica colpisce la famiglia tradizionale con i decreti relativi a divorzio e matrimonio civile. Il matrimonio religioso è sostituito da brevi cerimonie civili celebrate presso enti statali e accompagnate da nuove formule: «Promettete voi di seguire la via del comunismo come state facendo ora, agendo contro la Chiesa e le vecchie tradizioni?». Ai novelli sposi viene chiesto di educare i figli alla lotta per la rivoluzione socialista mondiale, e al termine il celebrante «in nome del compagno Vladimir Lenin» dichiara «concluso il matrimonio rosso».

Il rito religioso non ha più valore per lo Stato, che introduce anche il divorzio basato semplicemente sulla dichiarazione dei coniugi, come spiega Lenin: «Per ottenere il divorzio non occorre un iter giudiziario: questa vergogna borghese è stata completamente abolita dal potere sovietico». Lo Stato è estraneo al formarsi e al dissolversi della famiglia, permette la convivenza e molteplici relazioni familiari contemporanee, sancisce la parità di diritto fra figli legittimi e figli nati fuori dal matrimonio. Nei primi anni del regime sovietico vale la teoria «del bicchier d’acqua»: il matrimonio è soddisfazione dell’istinto, non c’è differenza dal desiderio che ti spinge a bere quando hai sete.

Conseguentemente cresce il numero dei divorzi, delle madri sole e dei bambini abbandonati. Nel 1920 a Pietrogrado il 41% dei matrimoni civili non dura più di sei mesi, il 22% meno di due e l’11% meno di un mese. Nel 1926 a Mosca su 1.000 matrimoni si contano 477 divorzi. Aumenta anche la prostituzione: nel 1921 a Pietrogrado vi sono circa 17.000 prostitute, due anni dopo il loro numero è già di 32.000. Alla metà degli anni ’20 il 90% degli uomini ha avuto rapporti prematrimoniali, e così oltre il 50% delle donne. La famiglia e la maternità diventano valori superati. Nel novembre 1920 la Russia sovietica è il primo Stato al mondo a legalizzare l’aborto. Nel 1926 a Mosca la percentuale di aborti in rapporto alla quantità complessiva di nascite è del 46%, a Leningrado del 42%.

Ma verso la metà degli anni ’30, contrordine compagni: Stalin prende misure drastiche per diminuire divorzi, convivenze e aborti, non tanto perché sia «il miglior amico dei bambini» quanto piuttosto perché le deportazioni di intere popolazioni in luoghi inospitali, le carestie e le repressioni politiche stanno stravolgendo la demografia del paese. I nuovi dettami ideologici prevedono il rafforzamento della famiglia, l’educazione dei figli e la «moralità comunista» a servizio del Partito: si passa da una concezione di estremo liberalismo a una di «totalitarismo sociale». Verso la fine della Seconda guerra mondiale, costata al popolo sovietico altri milioni di vittime, la propaganda statale fa un ulteriore passo per colmare il vuoto e incentivare la nascita di nuovi sudditi introducendo la figura della «madre-eroina» che mette al mondo almeno dieci figli.

Poi dal ’55 altro cambio di rotta e l’aborto viene nuovamente consentito in ragione della «crescita ininterrotta del livello di coscienza e di cultura delle donne»; i dati, secretati fino agli anni ’80, indicano la Russia come uno dei paesi col maggior numero di aborti rispetto alle nascite, con un picco nel ’64 (5,6 milioni) e nel ’91 (201 aborti su 100 nati). Solo dal 2007 la percentuale è in graduale diminuzione (92 su 100).

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