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Le mille giravolte del duro (ma non puro) Fassina

settembre 12, 2012 Pietro Salvatori

Stefano Fassina non è più un ragazzino. Ha 47 anni, un lungo passato di vicinanza politica al mondo del centrosinistra (sulla traiettoria Pds-Ds-Pd), per il quale si è molto occupato di temi economici. Non è nemmeno parlamentare. La sua posizione in lista nel 2008 era buona, ma non abbastanza da impedirgli di risultare il primo dei non eletti al Senato in Liguria. Un cursus onorum che, scorso sommariamente, non spiega come sia diventato in breve tempo l’astro nascente della gestione bersaniana del Pd, leader di una sia pur minoritaria corrente interna, degno di paginate di giornali allorché ha subito, un paio di giorni fa, qualche spintone dagli incazzati operai dell’Alcoa.

Per capire chi è Fassina bisogna andare indietro nel tempo. I primi passi nel rutilante mondo del Palazzo, il giovane responsabile economico dei Democratici li muove al seguito di Laura Pennacchi. Che segue nella sua ascesa, da semplice parlamentare del Pds a sottosegretario nel primo governo Prodi. Al fianco di Vincenzo Visco, il vampirico (secondo la vulgata della stampa a lui avversa) ministro del Tesoro ai tempi in cui ancora esisteva l’Ulivo. La permanenza di Fassina al fianco di Visco dura negli anni, fino alla fine della legislatura. Conquistandosi la stima del ministro, che gli affidò la direzione di “Nuova economia nuova società”, centro studi del quale allora era uno dei presidenti. È proprio nel think-tank socialdemocratico che Fassina inizia ad intessere i rapporti con Pier Luigi Bersani, che di Nens condivideva la responsabilità proprio  con l’ex ministro del Tesoro.

Insiema a Visco e a Bersani, il giovane leader Democratico affronta il lungo periodo di opposizione al secondo governo Berlusconi. Dal 2001 al 2006 mette a punto le idee che serviranno al suo maestro nel 2006, quando Prodi torna al governo e affida la delega delle Finanze proprio al suo vecchio mastino. Ma se di Visco Fassina è il consigliere politico che ne sostanzia le rigide idee restrittive in politica economica (sulla falsariga dell’infelice manifesto rifondarolo “Anche i ricchi piangano” ), inizia tuttavia una cauta evoluzione avvicinandosi al lavoro di Bersani, allora ministro liberalizzatore dello Sviluppo economico.

Nel 2006 il voltafaccia ai venerabili maestri. Walter Veltroni lancia la grande idea del Partito democratico, e Fassina sale sul carro del prevedibile vincitore. Inizia a scrivere su L’Unità una lunga serie di articoli nei quali invoca il superamento della socialdemocrazia (la cui svolta italiana era stata fino al giorno prima la sua stella polare), invoca una svolta “democratica” anche per il gruppo parlamentare dei socialisti europei, diventando il consigliere economico del Governo ombra messo su dall’ex-sindaco della capitale. Una rottura consumata plasticamente quando si guarda bene dal prendere le difese di Visco, non ricandidato per raggiunto limite di mandati proprio da Veltroni.

Poi quell’esperienza finì come è noto, e Fassina inizia a riavvicinarsi cautamente alla strada dalla quale era uscito. Bersani lo accoglie nuovamente: non può permettersi di interrompere in maniera brusca il processo di ricambio generazionale faticosamente tentato da Veltroni, e quello del suo ex pasdaran è un volto nuovo da poter inserire nell’organigramma della propria segreteria. Conquista così l’appoggio di Fassina, che ne sostiene la corsa alle primarie osteggiando Dario Franceschini, che del fondatore del Pd era il vice. Il quale, si dice, non gli ha mai perdonato il repentino cambio di casacca.

Bersani vince, Fassina diventa il responsabile economico nella segreteria del partito. Ma gli uomini di Massimo D’Alema, gran tessitore della vittoria bersaniana, non si fidano del rampante dirigente. Troppi i cambi di casacca, sussurrano. Così il suo nome, inserito nei primi posti nelle liste liguri per il Senato, scivola al momento della presentazione appena sotto la soglia prevista per l’elezione. Una sconfitta della quale Fassina in privato ha sempre apertamente incolpato Veltroni, reo di non averlo tutelato. Incrinati definitivamente i rapporti con l’ex sindaco, a Fassina è rimasta in dote una gran diffidenza nei confronti dei dalemiani. Ricambiata, se, come sembra, fu proprio D’Alema a scartarne il nome a chi lo aveva proposto come papabile direttore della sua fondazione, Italianieuropei.

Senza l’appoggio del presidente del Copasir, è complicato per il responsabile economico del Pd combattere una battaglia organica al fianco di Bersani. Così ha deciso di provare a giocare in proprio.

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