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La riscossa non verrà dal centro, ma dalla periferia delle minoranze creative

Qui andiamo sul difficile. Da bravi studenti che vogliono recuperare.

Capita che la ri-lettura di vecchi testi susciti qualche riflessione.

Nella Russia sovietica, sul finire degli anni Venti, agiva un gruppo di letterati che teorizzava la “letteratura del fatto”. Erano in sostanza dei romanzicidi: sostenevano infatti che nella nuova società che si andava costruendo non ci sarebbe stato più posto per l’invenzione romanzesca, vera e propria degenerazione sentimentale che, in nome di una ingenua e fasulla verosimiglianza, finiva per distorcere i fatti, la verità. Già, ma quid est veritas? Cos’è la verità per questi “fattografi”? In primo luogo è il fatto che si impone a prescindere dalla libertà e, quindi, non ammette repliche, rifiuti, deviazioni, o adesioni; in secondo luogo è la verità fabbricata, garantita e gestita dal Centro, dallo Stato, vera e propria oggettivazione del soggettivo.

Vengono in mente alcune considerazioni.

La prima riguarda i sostenitori dei nuovi diritti, specialmente quelli che riguardano la libertà di autodeterminare il genere  (maschi, femmine, ambidestri ecc.), che combattono perché lo Stato sancisca per legge le loro richieste. Non basta loro che quel che desiderano sia ottenuto attraverso le consuetudini e le possibilità che offre loro il diritto privato; vogliono un pronunciamento dello Stato (il quale peraltro, defraudato di molte prerogative da altri Organismi sovra e ultra nazionali, e povero di mezzi economici, trova in questa attività un modo di giustificare la propria esistenza). Ci vuole lo Stato perché quel che esigo (volontarismo) diventi Verità, con tutti i crismi dell’autorità costituita. In fondo sono dei fondamentalisti.

La seconda riguarda la situazione del nostro Paese, nave senza nocchiere. Pare che i protagonisti istituzionali che finora hanno bene o male assicurato una guida politica alla Nazione siano così smarriti, dilaniati, logori, stanchi ecc. da non essere più in grado di svolgere la funzione che compete loro. Una situazione, peraltro, che, dalla famigerata stagione di Tangentopoli in qua, si è andata sempre più aggravando. Vien da dire che se si fossero seguite le prospettive indicate nel famoso intervento di Craxi davanti al Parlamento forse non saremmo… Ma quel che non è stato non è stato.

Insomma la possibilità di una ripresa, o riscossa, se verrà, verrà dalla periferia, non dal centro. Come del resto è accaduto sempre nella storia. Verrà dalle minoranze creative, e libere. È inutile aspettare che il Centro, anche nelle sue frange più irregolari e apparentemente anarchiche, che sono sottoprodotti dello stesso verticismo degenerato in questione (e quindi ne condividono modi ed esiti), possa sbloccare, se non protraendo indefinitamente un’agonia improduttiva, la crisi politica presente. È una situazione grave. Proprio per questo oggi sono decisive queste minoranze, fuori, dentro e tra i partiti, anche per una soluzione virtuosa dello stallo politico.

Cosa sia una minoranza è semplice da capire: un numero più piccolo rispetto ad un altro più grande.

Cosa sia creativo è più difficile: davanti una realtà complessa, si è creativi quando si ha visione, coscienza dello scopo. Quando cioè i particolari, le sfumature, sono riconosciuti nel nesso che li lega alla totalità.

L’Io, che è in sé uno e relazione, descrive il significato di creativo; il noi, che è in sé relazione ed unità, è la minoranza.

Ma questi sono solo spunti che provengono da incompetenti inaffidabili come noi siamo…

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