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La retorica della Stampa di Torino sui 150 anni dell’unità d’Italia

marzo 15, 2011 Rodolfo Casadei

Mancano due giorni alla giornata celebrativa dei 150 anni dello Stato italiano unitario e di spunti per fare il contropelo al diluvio retorico che ci ha sommersi nell’ultimo trimestre ce ne sarebbero a iosa. Mi ha colpito la “copertina/quartino” che la Stampa di Torino ha offerto ai suoi lettori domenica 13 marzo. Nelle sue pagine interne 16 fotografie sotto il titolo “Volti d’Italia” assolvono il difficile compito di indicare momenti e personaggi topici di un secolo e mezzo di storia. I testi sono affidati alla penna briosa ma da tempo politicamente corretta di Massimo Gramellini. La Stampa è sin dall’inizio militarmente schierata a baluardo della sacralità del centocinquantenario, e perciò un’analisi della scelta di immagini e argomenti che è stata fatta – e delle correlate omissioni – è istruttiva assai. Come simbolo delle contraddizioni dello Stato post-unitario vengono proposti il Garibaldi ferito sull’Aspromonte (1862) e i cannoni di Bava Beccaris a Milano (1898), che provocarono 80 morti e 450 feriti; omesso ogni riferimento alla repressione del cosiddetto “brigantaggio post-unitario”,  ribellione al centralismo piemontese che fece più morti di tutti i moti e guerre risorgimentali dal 1820 al 1870. L’Italia post-unitaria ha avuto 6 premi Nobel per la letteratura, ma l’unico personaggio letterario della rassegna della Stampa è il Pinocchio di Collodi: “Un italiano vero: bugiardo di gran cuore”. Della Prima guerra mondiale si dice che “La trincea unisce per la prima volta il Nord e il Sud, ma crea milioni di reduci che sfogheranno i loro rancori nel fascismo”.

 

Il futuro fascismo pare essere l’unico prezzo negativo di quella tragedia storica, e non il fatto che 600 mila italiani morirono in “un’inutile strage”, come la definì Benedetto XV (che, come tutti gli altri papi italiani fino ai giorni nostri, è ignorato). Ad essa è certo che gli stati italiani pre-unitari non avrebbero preso parte (certissimamente non la maggioranza). Al fascismo sono dedicate tre foto corredate di titoli biasimatori: “Il colpetto di Stato” a proposito della Marcia su Roma, “La grande vergogna” delle leggi razziali e “Le reni spezzate” della disastrosa partecipazione alla Seconda guerra mondiale. Come si sia alimentato il consenso al regime per vent’anni non è chiaro. Anche i successi calcistici e sportivi dell’epoca fascista sono ignorati: l’epopea del campione perdente Dorando Petri e la vittoria mondiale dell’Italia calcistica di Bearzot sono gli unici exploit sportivi degni di nota di tutta la lista. Epperò mentre il ventennio fascista ha diritto a tre foto, il quarantennio democristiano se ne guadagna una sola: quella del cadavere di Aldo Moro ucciso dalle Brigate Rosse. L’unico democristiano fotogenico, per La Stampa, è quello morto. Nella collocazione cronologica dove si sarebbe potuto trovare Alcide De Gasperi si incontra un giovanissimo Mike Bongiorno, simbolo della Rai, quella sì che viene sottolineato, democristiana. E mentre Moro è l’unico leader Dc menzionato, la Fiat si porta a casa la citazione di due dirigenti apicali: Vittorio Valletta e Gianni Agnelli (l’ultimo vero re d’Italia).

 

Quando si tratterebbe di dare un volto alla vicenda di Tangentopoli e di esprimere un giudizio, La Stampa preferisce glissare (come già riguardo alla Resistenza/Guerra civile del ’43-’45) e si rifugia in un’altra storia di eroi sconfitti: i giudici Falcone e Borsellino. C’entrerà qualcosa la quasi immunità goduta in quel periodo dalla Fiat, proprietaria del giornale? Per finire, ovviamente Berlusconi. Che – guarda te – è l’unico insieme a Mussolini a meritarsi ben due foto. Abbinate a una didascalia assassina: «Berlusconi scende in campo per portare al governo i valori degli anni Ottanta: soldi e divertimento grossolano. Vent’anni dopo siamo sempre lì». Cioè la diffidenza degli italiani verso i post-comunisti e verso la magistratura militante come spiegazione del fenomeno politico Berlusconi non merita nemmeno di essere presa in considerazione. Riassumiamo: gli italiani sono un popolo di bugiardi di gran cuore che, da Pinocchio a Berlusconi, sempre inciampano nel Paese dei Balocchi; sulle loro ambizioni militari è meglio stendere un velo pietoso perché o cannoneggiano il popolo, o per rancore producono mostri come il fascismo, o si lasciano trascinare da tragici buffoni in guerre sbagliate; i migliori fra loro sono eroi perdenti che finiscono ammazzati. Gli unici che nonostante gli ostacoli e i tranelli dei loro connazionali riescono a combinare qualcosa, sono tutti nativi del Regno Sabaudo: Giuseppe Garibaldi, Quintino Sella, i padroni della Fiat. Insomma, 150 anni dopo l’unità d’Italia gli italiani continuano a fare abbastanza schifo, ma i piemontesi si candidano ancora a guidarli ed educarli. Basta guardare gli scaffali delle librerie: Massimo Gramellini (Torino) ha scritto insieme a Carlo Fruttero La patria bene o male, Aldo Cazzullo (Alba) Viva l’Italia, Bruna Bertolo (Rivoli) Donne del Risorgimento – Le eroine invisibili dell’unità d’Italia. Chissà perché, non siamo invasi dall’entusiasmo.

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2 Commenti

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