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«La mia vita è in pericolo. Ho scoperto una cosa: la verità». Un fumetto sulla Polonia degli anni Cinquanta

gennaio 13, 2014 Angelo Bonaguro

N'embrassez pas qui vous voulezPolonia, primi anni ’50. Nel salone dove proiettano per l’ennesima volta un film di propaganda staliniana per le scuole, il piccolo Wiktor cerca di dare un bacio ad Agata, sua compagna di classe, che vede piangere. Agata caccia un urlo, la proiezione viene fermata e Wiktor finisce dal preside. Un episodio buffo e del tutto banale se non fosse ambientato in un’epoca in cui il sospetto, la delazione, il controllo capillare innescano una reazione a catena nella quale vengono coinvolti compagni di classe, amici e genitori.
Marzena Sowa (1979), la sceneggiatrice di questo fumetto illustrato da Sandrine Revel e pubblicato in francese col titolo N’embrassez pas qui vous voulez, è già nota nel mondo del graphic novel come autrice della collana autobiografica Marzi, che ha per protagonista una ragazzina vissuta nella Polonia degli anni ’80. Questa volta però la Sowa si è cimentata con l’epoca della Polonia del primo dopoguerra: «Mia nonna – ha raccontato in un’intervista – mi diceva che la guerra in Polonia non finì nel ’45, ma nel ’53 con la morte di Stalin». «Parlando con amici francesi e belgi dell’epoca in cui ci sarebbe piaciuto vivere, molti avevano scelto la fine della Seconda guerra mondiale, perché la associavano a un’epoca di rinnovamento, di ricostruzione. Io mi sono chiesta cosa accadesse in quegli anni nella mia patria, quando i miei genitori erano giovani. Ho ripensato a quello che raccontava mia nonna, e da lì ho iniziato la trama».

IN'embrassez pas qui vous voulezl tema di fondo di questo racconto illustrato di un centinaio di pagine è la possibilità di «vivere nella verità» in una società totalitaria dove i valori tradizionali vengono sostituiti dalla menzogna e dall’ideologia. Nella Polonia staliniana i bambini devono crescere in fretta e capire subito quel che è permesso e quel che è tabù nel nuovo schizofrenico mondo degli adulti: «Si può pensare tutto, ma non tutto si può dire», sussurra il piccolo Piotr interrogato dalla maestra sul comportamento di Wiktor, che «va tenuto d’occhio perché pensa, e pensa in fretta».
Anche coloro che, come lo stesso preside, sono ingranaggi del sistema, rappresentano a modo loro figure tragiche: «Pensi che io sia un buon padre?», chiede alla moglie; «Che ti prende? Hai un buon posto, l’appartamento non è grande, d’accordo, non c’è l’acqua corrente, ma tutti sono nella stessa situazione; non farti troppe domande, sai bene cosa succede a quelli che la pensano diversamente, accetta quel che hai». Suo figlio ha appena fatto un disegno: c’è lui, la mamma, la casa e un tipo coi baffi: «E questo chi è? Sono io?» – chiede il padre orgoglioso. «È Stalin, papà!»…

N'embrassez pas qui vous voulezTra le varie micro-storie che si intrecciano in queste tavole c’è l’episodio centrale in cui i ragazzi si ritrovano da Wiktor a sfogliare un racconto a fumetti che gli aveva donato suo papà Eduard, scrittore e poeta con legami all’estero, prototipo del «dissidente». Il fumetto è in francese, i ragazzi non lo capiscono ma guardando le figure si reinventano la storia e un giorno la recitano davanti ad Eduard. Il tema è interessante, si parla della verità. Uno dei ragazzini dice: «La mia vita è in pericolo. Ho scoperto una cosa: la verità». Allora se uno non conosce la verità, «la sua vita è più facile» obietta Agata. «Ma sa che esiste, sa che c’è qualcuno che la conosce» replica il papà di Wiktor, che rilancia: «Ma voi a cosa pensate quando parlate di verità? Dovete avere un’idea, inventandovi questa storia… Cos’è la verità per voi: che fa freddo in inverno? Che siete amici?…». «Queste sono solo delle piccole verità – replicano i ragazzi: – Noi pensiamo piuttosto a grandi verità, a una verità grande che, una volta conosciuta, ci aiuterà a capire ogni cosa». «Anche se è pericoloso capire tutto» replica Agata. «E non si osa chiedere, perché chiedere significa voler sapere e questo rende sospetti – aggiunge Stanislaw. – Al potere non piacciono quelli che pensano e sono curiosi, allora quando qualcuno vuole sopravvivere, se ne frega se fa freddo in inverno e non pensa ai propri amici».

N'embrassez pas qui vous voulezPuò darsi che, come osservato da alcune recensioni uscite in Polonia (dove il fumetto è stato pubblicato col titolo un po’ anonimo Bimbi e persone), il racconto manchi un po’ di autenticità se confrontato con la serie più autobiografica dedicata alla piccola Marzi; del resto l’autrice ha cercato di ridare fedelmente il linguaggio dell’epoca, ed è un prodotto pensato soprattutto per un pubblico occidentale, che rimane comunque impressionato dall’atmosfera cupa e «totalitaria» che traspare grazie al notevole impegno dell’illustratrice nel ricostruire gli ambienti e i colori dell’epoca. Basterebbe ricordare la splendida sequenza in cui Wiktor, che per punizione e per evitare guai al padre deve comporre una «poesia semplice» sul tema «amo la mia patria», non riuscendo a prender sonno si mette a disegnare un poliziotto sui vetri appannati e aggiunge: «Una poesia semplice, in che senso semplice? La primavera è semplice? … Non c’è primavera da noi, compagni! Siamo in pieno inverno e ci resteremo, tranquillizzatevi!».

N’embrassez pas qui vous voulez è uno strumento interessante e piacevole per capire un’epoca in cui, persino nella penombra di un cinema, era «pericoloso baciarsi». Attendiamo il seguito della storia.

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