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In Cina 3 mila condannati a morte ogni anno “donano” i propri organi. Ora il partito vuole un «sistema meno immorale»

novembre 24, 2012 Leone Grotti

«È vero, gli organi per i trapianti vengono in buona parte dai condannati a morte delle nostre prigioni. Questo sistema è immorale, non sostenibile e nei prossimi anni cambieremo». La storica ammissione è stata fatta nel 2005 dal dottore e ufficiale del governo comunista cinese Huang Jiefu all’Organizzazione mondiale della Sanità. In pochi allora hanno creduto alle sue promesse e invece qualcosa si sta muovendo. Il direttore del China Organ Transplant Response System Centre, il dottore Wang Haibo, ha infatti affermato pochi giorni fa che «entro cinque anni non prenderemo più organi dai condannati a morte». Però, aveva aggiunto in modo poco incoraggiante, «non possiamo impedire ai condannati a morte di donare volontariamente i loro organi».

ALMENO 3 MILA ORGANI DAI CONDANNATI A MORTE. In Cina nel 2011 ci sono state circa 4 mila esecuzioni capitali. Secondo dati del governo un milione e mezzo di persone hanno bisogno di un trapianto di organi ma solo 10 mila lo ottengono. Secondo un famoso studio del ricercatore Ethan Gutman i due terzi di questi 10 mila organi (circa tremila) vengono presi violando tutte le convenzioni sui diritti umani e dei carcerati dai detenuti condannati a morte appena giustiziati, spesso i dottori si occupano però dell’espianto quando i prigionieri sono ancora vivi. La pratica, secondo Gutman, è cominciata negli anni 90 nel Xinjiang a danno dell’etnia discriminata degli Uyghuri. Questi dati vengono contestati però dal governo cinese, secondo cui “solo” nel 40 per cento (e non nel 75) dei trapianti vengono usati organi “volontariamente donati” dai condannati. La Cina è il primo paese per esecuzioni capitali ma nel 2011 sono diminuite di mille rispetto al 2010. Anche per questo il governo comunista deve cambiare e basarsi su un sistema «sostenibile» di donazioni volontarie.

«NUOVO SISTEMA DI DONAZIONI». Huang Jiefu, che oggi è viceministro della Sanità, ha dichiarato a Caixin che «nel 2013 entrerà in vigore un nuovo sistema di donazioni e trapianti, affidato alla gestione della Croce Rossa, per sfruttare il grande potenziale della Cina dal punto di vista della donazione di organi». In Cina, infatti, non solo mancano donatori volontari di organi e strumentazioni adeguate in molti ospedali per i trapianti, ma a causa della scarsa disponibilità di organi solo i più ricchi, pagando, riescono ad ottenere i trapianti. Inoltre, essendo permessa la donazione di organi da parte di pazienti vivi estranei tra di loro, si è sviluppato un enorme mercato nero di organi che sfrutta la disperazione economica di molte persone a favore di pochi ricchi.

IL CASO EMBLEMATICO DI ZHAO XIANG. Il nuovo sistema informatico, che in questi mesi è in atto di sperimentazione, prevede la realizzazione di un database che unisca in automatico (onde evitare la corruzione e la vendita in nero di organi) donatore volontario e paziente che ha bisogno del trapianto. Afferma Huang Jiefu: «Il progetto pilota ha raggiunto risultati davvero significativi. Quando applicheremo queste politiche, il nuovo sistema sarà in grado di rimpiazzare del tutto quello basato sull’espianto di organi da prigionieri giustiziati». Non tutti sono così ottimisti in Cina come il viceministro. Perché il sistema funzioni, infatti, gli ospedali devono essere attrezzati per espiantare gli organi dai malati in tempo. La storia di Zhao Xiang, da questo punto di vista, è indicativa. Ragazza di 22 anni malata di cancro in fase terminale, voleva donare gli organi per «prolungare almeno la vita di qualcun altro». Per fare questo, però, doveva passare gli ultimi giorni di vita in ospedale in modo tale che l’operazione potesse essere effettuata immediatamente dopo il decesso. Ma l’ospedale non voleva pagare per curare Xiang gli ultimi giorni di vita e così la famiglia, prima di essere ammessa in reparto a 1.000 juan al giorno, ha dovuto chiedere aiuto economico alla Croce Rossa. Una volta sistemato il problema economico, poco prima che Xiang morisse, il direttore dell’ospedale Liulian di Shenzhen ha dichiarato: «Ci dispiace, non vogliamo prenderci la responsabilità dell’operazione». Così Xiang è stata trasferita in tutta fretta all’ospedale Longzhu, distante mezz’ora di ambulanza, ma la ragazza nel tragitto è andata in crisi respiratoria e non essendo l’ambulanza attrezzata per affrontare l’emergenza, Xiang è morta senza donare gli organi.

«SERVONO ALMENO 20 ANNI». «Ecco perché ho ragione di dire – insiste il viceministro della Sanità cinese – che il nostro problema è il sistema. La situazione sta già cambiando e non ci saranno più» casi come quello di Xiang. Probabilmente ci vorrà molto di più, a detta di Zeng Jun, dottore all’Ospedale del popolo di Guangzhou: «C’è anche un problema culturale che non cambierà prima di almeno 20 anni – afferma all’associazione Laogai – Secondo la tradizione cinese dopo la morte si vive nuovamente, ma bisogna avere il proprio corpo intatto per entrarci. Ecco perché a volte persino i parenti rifiutano di donarsi gli organi tra di loro».

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