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Il saluto di un insegnante ai suoi studenti. La felicità è reale solo se condivisa

luglio 7, 2016 Giovanni Fighera

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Carissimi ragazzi,

vi vogliamo salutare con affetto ad uno ad uno, personalmente, ricordando anche tutti quei compagni che hanno percorso con noi un tragitto più o meno breve dell’avventura scolastica e che ora, però, non festeggiano il conseguimento del diploma. […]

L’affascinante avventura di noi insegnanti comprende da un lato la sorpresa di veder crescere, divenir grandi e pronti per nuove strade ragazzi che fino a pochi anni prima erano magari impauriti e pieni di dubbi, dall’altra la necessaria sfida di scommettere sui ragazzi, di scorgere il punto luminoso che c’è in ciascuno di loro e il loro insopprimibile desiderio di realizzarsi.

Cosa ricordiamo di questi anni trascorsi insieme? Cosa portiamo con noi?

Le emozioni, alcuni momenti forti e belli della vita, senz’altro. Momenti belli e sorprendenti, come ad esempio le gite a Urbino, a Carpegna, a Firenze, in Sicilia, al CERN, la cena dei cento giorni, le settimane trepidanti di preparazione dell’Accademia di Natale e tanti altri momenti di gioia e di condivisione. Ma anche momenti più drammatici e carichi di tensione, come in quest’ultimo mese per gli esami.

Il rischio è, però, quello di partire solo dalle emozioni provate, magari dalle rabbie e dagli entusiasmi per gli esiti ottenuti nelle prove finali. Nel film Notte prima degli esami un professore afferma che «l’importante non è cosa troveremo alla fine del percorso, ma le emozioni forti con cui avremo vissuto», frase ad effetto che di solito cattura ed avvince i giovani, ma che è molto distante dalla realtà e dalla vita. Le emozioni non costruiscono, ma sono portate via dal vento nel susseguirsi degli istanti. I sentimenti e i desideri costruiscono; è dai desideri custoditi nel cuore che si costruiscono le grandi imprese, gli imperi, è dai desideri e dai sogni del bambino che diventa adulto che iniziano a prendere forma le immaginazioni dell’anima.

Come valutare allora l’esperienza e il percorso di questi anni? Il grande direttore d’orchestra Bernstein (ricordato recentemente in un articolo di Pigi Colognesi su Il sussidiario) valutava in questo modo la conclusione di un’esperienza con i suoi musicisti. Affermava che la massima soddisfazione per gli insegnanti si ha quando chi è affidato alle loro cure ha dato il massimo nelle proposte, ha attivato tutte le capacità, ha giocato appieno intelligenza e libertà. Andiamo a vedere le prove di direzione di orchestra della Sagra della primavera di Stravinskj. Bernstein si immedesima in maniera empatica con il contenuto che deve trasmettere, che gli parla e comunica personalmente. Bernstein insegna a tutti i suoi allievi a coinvolgersi, a farsi interrogare e poi a dare tutto; è bellissima l’esperienza di avere dato tutto se stessi per qualcosa, perché riesca al meglio. Nelle prove di orchestra Bernstein mostra di valorizzare tutti i tentativi dei componenti dell’orchestra. Da questa scommessa sull’altro, sul suo punto luminoso, sul suo desiderio di far bene e di costruire qualcosa di bello nascono le grandi cose.

In un momento in cui tutti sono tentati di ridurre tutto ad un voto, ad un esito, ricordiamoci che la prova degli esami è solo una delle tante prove e che l’esempio dell’orchestra di Bernstein è un insegnamento per tutti noi insegnanti e per voi alunni.

Il criterio con cui valutare il percorso, l’insegnamento e l’apprendimento è radicato in quanto ci siamo fatti coinvolgere, in che cosa ci ha davvero colpiti, nella bellezza che abbiamo incontrato e che ci ha affascinato, non facendoci distrarre. Il criterio risiede in quanto abbiamo amato la realtà incontrata. In un certo senso per l’uomo tutto ciò che non è amico e non è conosciuto è come se fosse nemico, non valorizzato, non utile per la vita e per la crescita. Quando si ama una persona tutto diventa esperienza in quell’ambito, scrive il filosofo Romano Guardini.

Siamo tutti come i componenti dell’orchestra di Bernstein. Siamo tutti meravigliosamente e drammaticamente liberi di interpretare e incarnare appieno noi stessi, ma non siamo nulla se non siamo in relazione con gli altri, in una buona relazione.

Cari ragazzi, in questi anni siete cresciuti, maturati, state cercando la vostra strada, state incontrando delle risposte alle vostre domande. Diventare grandi non significa, però, diventare autonomi, autosufficienti. Una volta un padre mi raccontò che il figlio desiderava tanto partire per la Val Badia in moto. Lo propose alla fidanzata, che non poteva. Lo propose allora agli amici, ma anch’essi in quei giorni erano presi per il lavoro. Allora il ragazzo disse al padre che sarebbe partito lo stesso. Dopo un giorno era però già di ritorno, perché non poteva sopportare di stare di fronte a quella bellezza da solo. In altre parole, richiamando una celebre frase tratta dal film che forse tutti voi avete visto Into the wild, «La felicità è reale solo se condivisa». In questi anni di Liceo avete fatto esperienza, credo, che l’affettività è fondamentale nel cammino quotidiano. L’affettività può sanare la frattura tra una volontà fragile e malata e una ragione che, se utilizzata senza incrostazioni, sa discernere il bene dal male. Quando non c’è una presenza amorosa che lo abbracci e che gli voglia bene, l’uomo è incapace di affrontare la realtà, è preso dal dubbio e dalla paura, che può tramutarsi in angoscia. Perché l’uomo possa vivere con entusiasmo e con baldanza deve riconoscere una presenza buona che gli permetta di rialzarsi nonostante tutti gli errori che possa compiere. La felicità è reale solo se può essere condivisa, come pure la bellezza può essere gustata solo quando possiamo assaporarla con qualcun altro. Potremo apprezzare pienamente i risultati che conseguiremo nella vita se ci sarà qualcuno con noi che ci ama e ci apprezza.

Siamo tutti chiamati a qualcosa di importante. Ma due sono gli aspetti che dobbiamo considerare: i nostri talenti e la vocazione.

L’uso dei talenti nella vita non è affatto elemento secondario per la realizzazione e la felicità. Il frutto del proprio talento non è benefico solo per sé, ma per tutti, come se un pezzo di realtà fosse più compiuto e più bello quando i talenti sono messi al servizio del tutto, dell’universale. La conoscenza del talento comporta la considerazione della vita come assunzione di responsabilità, come compito, come «prendersi cura di». La vocazione è la modalità con cui il Mistero della realtà ci chiama. Madre Teresa di Calcutta chiese un giorno al proprio padre spirituale Franjo come si manifestasse la vocazione personale. Egli rispose: «Lo saprai dalla tua felicità interiore. […] La profonda letizia del cuore è la bussola che indica il sentiero da seguire. Dobbiamo farlo, anche quando la strada non è chiara e il cammino disseminato di difficoltà». Sulla propria felicità l’uomo non può mentire.

Abbiamo allora due alleati nel nostro cammino: la realtà e il desiderio. 

Cari ragazzi,

portate sempre nel cuore la grande domanda sulla vita che caratterizza la giovinezza, domanda di pienezza e di felicità. La giovinezza permane nel tempo quando si è giovani nel cuore, pieni di stupore e di desiderio di vita. […]

Grazie e a presto.

Foto da Shutterstock

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