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Il mio maestro Aldo Ciccolini, che mi ha insegnato che il rispetto per la musica è un atto di fede

novembre 21, 2012 Mario Leone

Dario Candela è l’autore di un interessante libro su Aldo Ciccolini (Conversazioni con Aldo Ciccolini, Edizioni Curci). Non si tratta di una biografia, ma di una serie di dialoghi avuti tra l’autore (allievo di Ciccolini per sette anni) e il pianista. Ne viene fuori uno scritto godibile che illumina la figura di uno dei pianisti più importanti del XX secolo e che il nostro Paese ha perso molto presto perché trasferitosi in Francia. Un libro per tutti che ha però un’appendice finale per gli addetti ai lavori: una serie di esercizi tecnici che Aldo Ciccolini utilizza nel suo studio quotidiano.
Abbiamo incontrato Dario Candela curiosi di essere introdotti alla lettura dall’autore stesso.

Com’è nato il desiderio di scrivere un libro su Aldo Ciccolini? Perché ha preferito la modalità dialogica?
L’idea del libro è nata da una mia personale esigenza. Da anni mi occupo dello studio della fisiologia pianistica (proprio l’anno scorso ho pubblicato un volume sull’argomento intitolato Il corpo e il suono, Ed. Simeoli), e inizialmente avevo pensato ad un libro di tecnica pianistica che contenesse la testimonianza di Aldo Ciccolini, mio maestro, che in qualità di sommo pianista aveva sperimentato in prima persona ogni possibile soluzione pratica per affrontare le pagine più impervie del repertorio. Naturalmente nel corso della stesura tutto è cambiato perché di fronte ad un personaggio come Ciccolini il limite restrittivo del discorso tecnico è venuto a saltare e il dialogo ha preso strade incomparabilmente più appassionanti, che concernono la vita di un musicista simbolo del nostro tempo, la sua sostanza più profonda, che è umana prima ancora che artistica. La modalità dialogica è venuta da sé, scaturita dal naturale colloquio che si è instaurato in tanti anni e tradotto nella forma più vicina al confronto.

Dei tanti dialoghi che lei riporta nel testo, quale ricorda con più affetto?
Tutti mi commuovono, quelli sulla guerra, quelli sui viaggi, i dialoghi sulla libertà, sulla bellezza, il dialogo su Schubert è visionario, quello su Saint Saens dissacrante. Sono affezionato ad ogni pagina perché ad ogni discorso è legato un ricordo vivo, indelebile.

Cosa ha imparato dal Pianista napoletano in questi anni di vicinanza e durante la stesura del libro?
Devo ad Aldo Ciccolini due cose in particolare, una in quanto uomo ed una in quanto artista; riguardo la prima è perseguire l’assoluta sincerità verso se stessi. Se si mente a se stessi figuriamoci quando bisogna darsi totalmente ad un pubblico. La seconda riguarda il rispetto verso gli uomini che hanno scritto le opere. Parlo di uomini e non di compositori. Il rispetto per ciò che hanno scritto – che per Ciccolini è un atto di fede – è rispetto per la loro essenza, solo così si può avere la possibilità di avvicinarvisi umilmente e cercare di comprenderne l’arte. Poi naturalmente c’è l’aspetto pianistico ma su quello forse dovrei scrivere ancora un altro libro.

Non le sembra abbastanza irreale l’idea di non aver paura del pubblico e dei critici? Ci sono illustri pianisti, direttori che confessano un’immensa paura prima di entrare in scena.
È una sorta di consapevolezza che nasce dall’idea di aver fatto il proprio dovere. Tutti possono avere un’opinione ed ogni opinione è discutibile. Nessuno possiede la verità assoluta. Quello che suggerisce un interprete è la sua proposta di verità, che combaci o meno con quella di tutto il pubblico o di tutti i critici è un fatto secondario. Se l’idea interpretativa nasce da uno studio approfondito e da scelte accurate, il musicista non fa altro che proporla coscienziosamente come possibile. Se non piace a qualcuno pazienza, non è la fine del mondo. È da questa concezione che scaturisce naturalmente un ridimensionamento del pubblico e della critica visti come giudici di un tribunale, e la paura verso di essi diminuisce. Diminuisce, per l’appunto, non sparisce totalmente.

L’ultima parte del libro presenta un’accurata sezione di esempi musicali del repertorio pianistico e di esercizi tecnici che lo stesso Ciccolini afferma di utilizzare per il suo studio. Le chiedo: quanto c’è di talento in Ciccolini e quanto di studio?
Questa è una domanda complicata. Se intendiamo il talento come propensione ad avere facilità in determinati campi, allora Ciccolini è uno straordinario talento musicale. Basta far riferimento alla sua memoria stupefacente di un repertorio vastissimo, oltre che alla sua realizzazione. Ma c’è un dato che fa riflettere. Ciccolini è stato ed è un attento didatta. Insegnare e comunicare la propria esperienza vuol dire aver rielaborato personalmente ciò che il solo talento non può spiegare. La fase di studio, che secondo me è stata fondamentale in un artista come Ciccolini, ha prodotto nel suo modo di suonare un risultato tangibile: la chiarezza dei concetti espressi musicalmente. Questo non può scaturire se non da uno studio approfondito. Che è poi la stessa chiarezza che egli comunica ai suoi allievi, proprio perché è stata da lui assimilata. Una delle impressioni più gratificanti che avevo quando da allievo gli suonavo qualcosa, era avere immediatamente le idee più chiare grazie ai suoi suggerimenti. In definitiva penso che sia uno studioso che ha fatto fruttare il suo talento.

Degli alunni del Maestro (a parte lei) chi reputa il talento più grande e compiuto?
Penso Jean Yves Thibaudet in questo momento.

Lei insegna musica da camera al Conservatorio Piccinni di Bari. Cosa pensa della situazione dei conservatori italiani? La presenza del pianista non avrebbe potuto migliorare l’avvilente (a mio modesto parere) panorama?
Amo la musica da camera e adoro insegnarla. L’entusiasmo degli allievi, se c’è, fa il resto. Tutto sommato non penso che le cose stiano peggio di prima. Non ho un gran bel ricordo dei miei anni di studio in Conservatorio di oramai venti anni fa, dove gli allievi erano l’ultima ruota di un carro da usare come corpo contundente nelle lotte tra docenti, ma forse il declino era già avviato.  La cosa che invece mi preoccupa è più generale, ed è il travisamento del concetto stesso di arte. Ma come dice Ciccolini, in fin dei conti l’arte è sempre stata “d’élite”. Dunque perché meravigliarsi. Sulla presenza dei grandi artisti nei conservatori le dico che stando così le cose non sarà mai possibile. Si parla sempre di meritocrazia ma a mio parere solo per tenerla ampiamente alla larga.

A chi legge potrebbe indicare un disco di Ciccolini che deve essere assolutamente ascoltato?
Le dirò che è il prossimo disco. Ciccolini ha ancora molte cose da dirci.

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