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Il lato oscuro del desiderio

giugno 10, 2016 Redazione

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Repubblica dedica oggi molto spazio al presidente della Camera Laura Boldrini e alla sua «battaglia contro il femminicidio, culminata venerdì scorso con l’esposizione del drappo rosso dalle finestre di Montecitorio», una battaglia che «non conosce sosta», scrive Repubblica, anche perché «viene drammaticamente alimentata, giorno dopo giorno, da nuovi tragici atti di violenza contro le donne». Sono purtroppo già quattro, ricorda il quotidiano romano, le donne assassinate dai mariti o fidanzati negli ultimi dieci giorni.

Se la Boldrini, però, non riesce a trovare di meglio che ridurre tutto questo a «un problema degli uomini che non riescono a vivere una relazione paritaria» e «quando vogliono chiuderla ricorrono alla violenza» (così la terza carica dello Stato ha detto ieri a una radio privata), la stessa Repubblica ha deciso di offrire ai suoi lettori uno spunto di riflessione ben più profondo. Si tratta di un commento dello scrittore Nicola Lagioia, che merita la lettura. Anche (ma non solo) perché comincia ricordando che quando si parla di femminicidio «la cosa meno intelligente da fare è cedere alla tentazione di dividere il mondo in due»: da una parte i maschi «evoluti, non violenti, magari progressisti, capaci di instaurare con il partner un rapporto all’insegna di empatia, rispetto e comprensione reciproca. Dall’altra il mostro, che ovviamente non è tale fino a quando non si rivela al mondo come stalker, molestatore, stupratore, assassino».

Lagioia invece preferisce domandarsi «che cosa condivido io con l’assassino». E il tentativo di risposta è tutt’altro che banale. Perché a differenza del mainstream culturale il vincitore del premio Strega 2015 non si limita ad accusare l’eredità del «vecchio mondo patriarcale» che porta il maschio italiano lasciato dalla propria donna a interpretare quell’abbandono «come la rottura di una sorta di legge mosaica, o un crimine contronatura». Secondo lo scrittore infatti «a questa distorsione si aggiunge un insegnamento (parimenti mostruoso) della post-modernità». Un «virus» da cui Lagioia per primo riconosce di essere affetto.

Scrive Lagioia:

«Parlo del principio secondo cui ogni desiderio deve essere soddisfatto. Buona parte del modello sociale di oggi si fonda su un diabolico fraintendimento, la persuasione cioè che la nascita del desiderio […] sia tutt’uno col nostro nucleo irriducibile, e come tale un diritto ontologico, inalienabile. […] L’ombra che questo grottesco fraintendimento getta su di noi è l’incapacità di accettare le sconfitte e i fallimenti. Quando una donna ci lascia, ancora una volta, crediamo sia accaduto qualcosa di illegittimo, di oggettivamente censurabile. In fondo, c’è tutta una società là fuori pronta a urlarci che i nostri desideri sono sacri (“e io non voglio che tu mi lasci! Io voglio che tu ci sia, che mi stia vicina, sempre!”).

Anche qui, non credo che i maschi italiani che picchiano o uccidono le loro donne siano eterodiretti dalla società che essi stessi hanno fondato. Più semplicemente, trovano un contesto molto congeniale allo scatenamento del loro lato più oscuro, violento e infantile. E a ogni modo, che cosa condividiamo con loro al netto dell’esplosione della condotta criminale? Questo abbaglio sulla natura del desiderio, si potrebbe dire, vale anche per le donne, visto che il XXI secolo lo stiamo abitando tutti insieme. Ma se c’è una cosa che il work in regress in cui viviamo ci sta insegnando (e qui il discorso si allarga) è la rivalutazione della legge del più forte».

Ecco. Consigliamo ai nostri lettori – e anche ai lettori di Repubblica – di prendere molto sul serio la notazione di Lagioia che ricorda come «qui il discorso si allarga». In effetti il «lato oscuro» del desiderio è molto, molto ampio, tanto da avvolgere con la sua ombra buona parte dei presunti “diritti” cari alla post-modernità. I diritti del più forte.

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6 Commenti

  1. giovanna scrive:

    Brava trollona, qui Dudu, come sempre hai capito tutto, tu che sei un esempio di donna realizzata…sì, realizzata nel trollare giorno e notte…ma vergognati…sei un esempio di tutto ciò che una donna non dovrebbe essere.

  2. giovanna scrive:

    Brava trollona, qui Dudu, come sempre hai capito tutto, tu che sei un esempio di donna realizzata…sì, realizzata nel trollare giorno e notte…ma vergo gnati…sei un esempio di tutto ciò che una donna non dovrebbe essere, con tutta la compassione per la tua pesante problematica psi chica.

    All’inizio, almeno sembravi un pochino intelligente, ora mostri di non essere in grado nemmeno di affrontare un semplice articolo , che non sia la solita broda di cui ti nutri per trollare.
    Almeno, nella casa di cura in cui vivi, dai una mano, oppure pretendi di essere servita e riverita ?
    Forse, pur di non aver a che fare con te, fanno di tutto per lasciarti a trollare giorno e notte .
    Contenta tu.

    Dì la verità, leggi appena i titoli e poi via col copia e incolla automatico.

    Che pizza.

  3. Daniele scrive:

    Io invece continuo a propendere per la tesi del maschio legato all’eredità del vecchio mondo patriarcale.
    Perché, altrimenti, mi si spieghi perché sono sempre gli uomini a uccidere le donne che li lasciano, e quasi mai il contrario.

    • Susanna Rolli scrive:

      Quel quasi ti incastra.

    • giovanna scrive:

      Trollona, qui daniele, ma sempre e solo banalità ?
      Te l’ho già detto sopra, che ti presentavi come la censurata “dudu”: provare a leggere, ad alzare il tiro, ad approfondire un cincinino ?
      Che ottusità, che chiusura, che meschinità.
      Tu e il Galasi.

  4. Riccardo Schiavo scrive:

    Da alcuni giorni passano e ripassano nella mia mente alcune scene di un film famoso. Colpa degli eventi, dei ripetuti casi di femminicidio, delle analisi abbastanza banali di questi tragici episodi (Boldrini docet).
    Il film è “Rocco e i suoi fratelli”, uscito nel 1960, diretto da Visconti, scritto dalla Cecchi d’Amico a partire da un racconto di Testori, interpretato da una cast di attori straordinari (Renato Salvatori, Alain Delon, Annie Girardot, Claudia Cardinale). La storia è quella di una famiglia lucana che si trasferisce a Milano in pieno boom economico e tra mille difficoltà comincia il percorso di integrazione nella metropoli. Tanto è doloroso questo percorso quanto rapido e in poco tempo la famiglia assiste inerme alla liquefazione delle proprie radici di cultura contadina. Chi ne fa le spese è soprattutto Simone che affascinato dal denaro, dal successo facile (nel mondo della boxe) si lega morbosamente a una prostituta (Nadia) e per compiacerla e consentirle un tenore di vita superiore alla sua portata giunge a prostituirsi a sua volta con un ex-pugile. Nadia matura un profondo disprezzo per Simone e si lega al fratello Rocco, che manifesta per lei compassione, gentilezza e le comunica una speranza di redenzione. Simone sperimenta il rifiuto (con tanto di lancio di mutandine) reagisce con violenza, stupra Nadia, picchia Rocco, poi cade sempre più in basso in un inferno umano, preda dell’alcool, pieno di debiti, cercando sempre di riprendersi Nadia. La conclusione è infernale con una serie infinita di coltellate inferte alla povera Nadia.
    Il film venne avversato dalla censura dell’epoca sin dall’inizio, con il divieto del Presidente della Provincia a girare all’idroscalo, e subì 15 minuti di “tagli” (che hanno mutilato soprattutto la scena dell’accoltellamento), ma l’ottusità democristiana non riuscì a impedire che nel tempo risultasse chiara la bellezza della pellicola, che è un affresco straordinariamente profetico della dissoluzione dei legami familiari indotta dalla società dei consumi e del benessere.
    Molto vicina la visione antropologica che Nicola Lagioia propone, all’affresco neorealista di Visconti e Testori, ma ho timore che anche stavolta la censura sia in agguato, e non sarà il perbenismo democristiano a scendere in campo ma la sinistra intellettuale, quella che non riesce a mettersi d’accordo su niente, ma si compatta sui temi della rivoluzione sessuale, accusando di omofobia e apologia di femminicidio chi non si ferma al Boldrini-pensiero, ma vorrebbe andare un po’ più in là nell’analisi per chiedersi se la rivoluzione sessuale, che trasforma ogni desiderio e ogni pulsione in diritto, sia davvero tale o sia il virus letale che uccide le relazioni nella società’eterodiretta di cui parla Lagioia.

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