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Il dolore innocente della piccola Laura, il crocifisso di questa casa

aprile 9, 2017 Aldo Trento

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Ero appena tornato dalla fattoria quando gli infermieri della Clinica Divina Providencia mi avvisarono che era stata ricoverata una bimba di 4 anni, Laura. Di corsa raggiunsi la stanza della bimba e rimasi paralizzato. Gli occhi mi si inumidirono di lacrime. Laura era lì, nel gran letto che sembrava inghiottirla. Non riuscivo a parlare. Guardavo il suo bellissimo faccino incorniciato da due treccine che la facevano sembrare una bambola. Occhi chiusi, la maschera per respirare, una sonda che attraverso il naso le penetrava nello stomaco, un’altra per le urine. La guardavo e il mio cuore sembrava spezzarsi. Perché tanto dolore innocente?

Laura è lì, totalmente abbandonata. Non può muovere niente, i muscoli sono inesistenti, tace, gli occhi inespressivi, i piedi immobili. Una terribile malattia l’ha afferrata alcuni mesi dopo la nascita e da allora pare sia condannata a non riprendersi più. Questo secondo i medici, non secondo noi che crediamo nei miracoli. Crediamo nella preghiera, nell’intercessione della Vergine e dei santi. Laura non ha mai conosciuto l’allegria dei suoi coetanei. Non sa che cosa significhi correre, giocare, parlare, gridare, piangere, perché perfino il suo pianto sembra più un gemito. Laura, questa «piccola ostia bianca» (così Emmanuel Mounier chiamava la figlia ridotta allo stato vegetale) che nella solitudine di un bianco letto si immola innocentemente, inconsciamente, come sacrificio di espiazione e salvezza per tutti noi peccatori. Laura è il crocifisso della nostra casa.

Al suo fianco, giorno e notte, da quattro anni, la giovane mamma Fanny, madre di altri quattro bambini. Sembra l’Addolorata ai piedi della croce. Tutto in lei manifesta un dolore infinito. Non si allontana un istante. Per Laura è il medico, l’infermiere… la madre! È la Madre! Non esiste un’altra immagine più perfetta della maternità. Solo una madre può sopportare un calvario simile per tutti questi anni. Solo la Madre ci permette di commuoverci guardandola, vedendo in lei tutta la bellezza e la tenerezza di Dio.

Un giorno mi sono avvicinato e timidamente le ho chiesto di raccontarmi la sua storia. Un oceano di lacrime. «Padre, quando Laura si è ammalata mio marito mi ha abbandonata per un’altra. È stato terribile, ma la malattia di Laura mi ha fatto incontrare Gesù e da quel giorno la mia vita procede di luce in luce. Sono stata diverse volte a Buenos Aires con lei per cercare una risposta alla sua malattia. In autobus, con la bimba in braccio, dormendo da qualunque parte, chiedendo aiuto ovunque. I miei figli di 15 e 16 anni hanno cercato lavoro, vendendo le loro piccole cose per poter sopravvivere e comprare le medicine. La loro voce attraverso il telefono mi risuonava nella testa: “Mamma, quando torni?”. Non sento la fatica, sento solo un immenso dolore… ma sia fatta la volontà del Signore. Tutto dipende dalla Sua volontà».

La compagnia delle mamme
Una notte sono rimasto alcuni minuti di fianco al letto di Laura, mentre la mamma cercava inutilmente di calmarla. Ho approfittato di quei preziosi momenti per parlare con Filippa, una mamma di trent’anni, malata di tumore, e con Amata, affetta dalla stessa malattia. In quel mentre dalla stanza accanto è arrivata anche Ignazia, con la testa nuda per colpa della chemioterapia. Le mamme della clinica che ancora possono muoversi erano tutte lì, per i gemiti della piccola Laura. Il dolore di un innocente è sempre un tormento che offende la ragione e può arrivare a distruggerla. In quel momento tutti, senza guardarci, ci ponevamo la stessa domanda, perché?, ma razionalmente non esiste una spiegazione. Lo sguardo, come per un impulso, si è fissato sul quadro della Vergine della Pace. Sono rimasto a guardarla, mentre una silenziosa preghiera arrabbiata sorgeva impetuosa dalla profondità del mio essere. Allora ho potuto intravedere la risposta, perché Lei è stata la prima a toccare con mano la drammatica realtà del dolore innocente, il dolore di suo Figlio. Quel Figlio, unica risposta alle disperate domande dell’uomo. Al dolore innocente Dio risponde, e non con una teoria, ma con un fatto: l’Incarnazione di suo Figlio.

Solo nel riconoscimento di tale fatto è possibile accettare il dramma del dolore. Accettare, non comprendere, perché la ragione rifiuta il dolore. L’accettazione che la fede permette, trasforma il dolore stesso in positività, come ci testimonia Fanny, e con lei Filippa, Amata, Ignazia… la compagnia che in quella notte di dolore si è riunita nella stanza di Laura, condividendo la sua sofferenza. Per loro il dolore è stato il motivo immediato dell’incontro, ma è il riconoscimento di Cristo a dargli il significato che permette il cammino in questa valle di lacrime.

paldo.trento@gmail.com

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