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I neobigotti di Repubblica spacciano papa Francesco per un Che Guevara anticemento

marzo 20, 2013 Correttore di bozze

Il Correttore di bozze, fino a stamane, pensava di essere rimasto l’ultimo biascicapaternoster d’Italia. Ma la sua rigida fede preconciliare vacilla sempre più vistosamente dinanzi al fatto che perfino i peggiori fra gli infedeli paiono essere diventati all’improvviso più papisti del Papa.

Anche stamattina, come ogni giorno, smesso il cilicio, il Correttore di bozze si è infilato lo scolapasta in testa, pronto ad affrontare la madre di tutte le sue crociate: la lettura di Repubblica. Ma quando si è trovato fra le mani la cronaca della Messa di inizio pontificato di papa Francesco firmata da Concita De Gregorio, il Correttore di bozze si è sentito smarrito. Riga dopo riga, complimento dopo complimento, alleluja dopo alleluja, la De Gregorio con la sua inedita devozione pontificia scolpiva nel di lui animo un aut-aut angosciante: o Concita non sa più scegliersi gli amici o sono io che son rimasto senza nemici. Fino all’altro giorno, da quelle stesse colonne, la De Gregorio inviata in Spagna raccontava dolente il tracrollo dell’era Zapatero sotto i colpi della crisi. Tutti quei bei matrimoni gay, tutte quelle gloriose leggi turboabortiste, tutto quel sano metterla in saccoccia ai cattolici. Ma l’ex direttrice dell’Unità neanche aveva finito di rimpiangere questo popò di primavera iberica che già aveva cambiato squadra.

Nel suo pezzo odierno, infatti, la Concita non smette un attimo di lodare il nuovo capo della Chiesa che «come ogni grande condottiero compare sul campo di battaglia da un luogo imprevisto, in un momento inatteso». A differenza di una curia romana «avvezza da millenni alle liturgie blindate del potere», la cronista di Repubblica ha cambiato il suo punto di vista sul Vaticano. Eccome. Ora che c’è papa Francesco è tutta un’altra cosa. Scrive estasiata la De Gregorio e sembra che parli di Messi: «Lo aspettano da destra, lui arriva da sinistra. Pensano che manchi ancora tempo, invece è adesso». Mentre è noto che una volta, quando i papi erano cattivi, essi solevano entrare invariabilmente da destra e non “adesso” ma “dopo”.

E non è finita. La zapateriana folgorata da papa Francesco scopre prodigi in ogni suo minimo cenno, tanto che quel baciapile di un Correttore di bozze la invidia un poco quando riesce a definirlo d’amblée «un Papa forte e santo», «quello di cui c’era bisogno: un rivoluzionario». Ancora Concita: «(il Papa, ndr) sta in piedi sull’auto, non ha protezioni. La folla lo chiama per nome, Francesco, lui si volta e a ciascuno sorride, prende in braccio un bambino che piange, poi fa cenno al conducente di fermarsi, ha visto qualcosa, vuole scendere. (…) Si chiama Cesare Cicconi, è tetraplegico da quando aveva otto mesi, avvelenato dal vaccino antipolio. Francesco lo bacia sulla fronte, lo stringe in un abbraccio».

Ora. Il correttore di bozze, che è un ragazzo cresciuto all’ombra del campanile, pensa che un qualunque cattolico assista da almeno qualche centinaio d’anni a scene del genere, ma vaglielo a spiegare, all’infervorata. Che continua: «Si rivolge al mondo dicendo per favore: proprio così, “vorrei chiedere, per favore”». Eh bè, so’ cose queste. E mica sono le uniche: «Come quando appena arrivato ha detto “buonasera” e al primo Angelus “buon pranzo”, lui che è bravissimo a cucinare il polpo ripieno come gli ha insegnato sua madre, italiana». Neanche bravo. Bravissimo.

Ma è a questo punto che arriva il colpo di grazia. Spara la De Gregorio: «“Non abbiate paura della tenerezza”, parola che nell’omelia pronuncerà tre volte. Nessun argentino che ascolti può evitare di sentire il riverbero della più celebre citazione del più celebre rivoluzionario di ogni tempo, bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza». Sì, avete capito bene: il papa come Che Guevara. E se non bastasse, beccatevi questa: «“Abbiate cura del creato, dell’ambiente”, dice ancora. L’ambiente, tremino gli speculatori e i cementificatori d’ogni razza». Cosa gli tocca leggere, al povero Correttore di bozze! Ma non era lui quello pagato per scrivere minchionate?

Va da sé che con un pontefice comunista cubano tendenza Celentano, tutto assume una nuova fisionomia agli occhi della novizia di Repubblica. E difatti quella che una volta per lei sarebbe stata una piazza ricolma di estremisti puzzolenti e ignoranti diventa immediatamente splendida. Ella nota subito tra la folla «un bambino biondo che canta con voce d’angelo di bellezza quasi inascoltabile». E quello che fino a ieri su Repubblica poteva essere descritto come un classico losco figuro clericofascista settario e antimoderno rimasto al Concilio di Trento è ora «un diacono greco che legge il Vangelo nella lingua che custodisce la civiltà».

Dopodiché non resta che omaggiare ovviamente «l’umiltà» di Bergoglio (virtù che notoriamente Repubblica condivide da sempre con lui) e «i gesti così simili a quelli di Papa Giovanni, il papa buono»: «Francesco non indossa stole pregiate né ori, il suo anello è d’argento la sua croce di ferro, saluta la folla col pollice levato come uno yankee e mentre va all’altare, davanti al mondo intero, si guarda l’orologio». Si guarda l’orologio, capite? Che gesto rivoluzionario. «Gli avevano preparato un trono, lui non si siede». Sta in piedi, capite? Proprio come Che Guevara. «È arrivato per primo, poco dopo l’alba, esce per ultimo». Per ultimo, capite? E via laudando.

Ormai totalmente obnubilato da tanto beghinaggio, a questo punto il Correttore di bozze ritiene suo dovere ricordare a sorella Concita che una settimana di pontificato è un po’ pochino per decidere che il Papa non è più il capo della Chiesa cattolica ma una specie di don Gallo senza parolacce. Dài, cari repubblicones, ritornate in voi. Non abbiate paura della vostra miscredenza. Nemici come prima e buonasera.

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3 Commenti

  1. sergio says:

    Concita come Mugabe. No questo è troppo. Magari come il Debenedetti che qualcosa ha visto. L’aveva scritto l’Amicone nostro.

  2. giuliano says:

    Però lei, Paganelli, non abbia paura di pensarla come il Papa, Berlusconi non mangia i bambini

  3. fabio says:

    ahah “un don Gallo senza parolacce” è geniale, grande e viva don Gallo!

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