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Fare il giro del mondo per trovare l’ombelico

luglio 2, 2015 Annalisa Teggi

belly-button-challengePubblichiamo la rubrica di Annalisa Teggi contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Il web mi ha anticipato, ahimè. Da un po’ cercavo l’idea giusta per valorizzare la parte più importante del corpo umano: l’ombelico. A chi dubita delle grandi virtù di questo piccolo buchino in mezzo alla pancia, dico che l’ombelico, innanzitutto, è centrato: non è terra terra come i piedi e non è altezzoso come la testa. E ci ricorda che al centro del nostro corpo è tatuata la notizia più bella di tutte, cioè che non siamo superuomini autosufficienti. Forse l’ombelico del mondo è proprio questo, osservare quel buchino rotondo e gioire del fatto che fin dal principio siamo legati a qualcuno in una relazione carnale, nutritiva e nutriente.

Mentre io pensavo a tutto ciò, ecco che sui social network ha cominciato a spopolare la Belly Button Challenge, una sfida a suon di selfie: ci si deve scattare una foto mentre si tocca il proprio ombelico con un dito… facendo però il giro lungo, cioè passando con la mano dietro la schiena. Pare che sia il modo più fashion per mostrare di essere magri. Qualcuno, giustamente, ha ipotizzato che sia l’ennesimo ammiccamento all’anoressia. Di certo, dopo aver sottoposto alla prova tutta la mia famiglia, sono arrivata alla conclusione che un essere umano sano non riesce a toccarsi l’ombelico passando con la mano dietro la schiena.

Ma questo non vuol dire che l’idea sia brutta, tutt’altro. Io sono cresciuta alla scuola del correlativo oggettivo di T.S. Eliot, il quale sosteneva che i concetti astratti si vivificano se tradotti in realtà oggettive e visive. Ecco, questa sfida sull’ombelico mi pare perfetta per illustrare un metodo di vita creativo. Ci sono cose scontate, addirittura insignificanti proprio perché ritenute lampanti ed assodate. Niente è più insignificante di un piccolo buchino in mezzo alla pancia. Niente è più facile di toccarsi l’ombelico con un dito. Eppure, sono proprio le cose che avremmo definito più scontate quelle che vediamo stravolte sotto i nostri occhi: penso soprattutto al tema della nascita e della morte. Cose centrali come un ombelico.

Allora, accogliamo la sfida. Ma non per ostentare un fisico asciutto, bensì una mente aperta. Abbandoniamo la via più breve e più facile, che c’impigrisce. Chi ha un’ideologia resta immobile su un piedistallo, o in guardia dietro una barricata. Ma chi ha voglia di verificare se la propria idea di verità è viva, s’infila le scarpe da ginnastica e comincia a scarpinare. Anche gli esperti di risorse umane suggeriscono di combattere la routine scegliendo un percorso diverso ogni giorno per raggiungere il medesimo posto di lavoro. Un uomo pieno di dubbi può cambiare mille volte idea, un uomo sicuro può cambiare mille volte strada per vagliare la stessa idea.

Come Colombo, si può giungere alle Indie muovendosi verso Occidente. Chissà, forse scopriremo l’America, una terra che c’era già, ma andava comunque scoperta. Anche facendo il giro lungo, troveremo l’ombelico. All’ipotesi assurda che la meta non esiste più (che le basi dell’umano siano solo illusioni), noi opporremo l’idea di una strada assurda pur di mostrare la presenza di quella meta: «Io dovrò dire questo con un sospiro/ in qualche posto fra molto molto tempo:/ divergevano due strade in un bosco, ed io…/ io presi la meno battuta,/ e di qui tutta la differenza è venuta» (Robert Frost).


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