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Due tibetani si danno fuoco. Il regime: «Chi professa una fede sarà punito»

maggio 28, 2012 Leone Grotti

Mentre il giornale di Partito comunista Tibet Daily celebra con un editoriale il 61mo anniversario della “liberazione pacifica del Tibet”, «che ha grandemente cambiato il paese, facendolo passare dal feudalesimo al socialismo, dall’oscurità alla luce, dall’arretratezza al progresso, dalla povertà e dall’oscurantismo all’apertura», ieri due giovani tibetani si sono dati fuoco per protestare contro la repressione del regime per la prima volta a Lhasa, ex capitale del Tibet e ora capitale della Regione autonoma tibetana. Il gesto è stato compiuto davanti al Tempio di Jokhang, la meta più importante per i pellegrini tibetani, e subito i due sono stati portati via dalla polizia. Uno di loro è morto, l’altro è gravemente ferito.

Il ragazzo morto aveva tra i 19 e i 22 anni, e secondo alcune fonti sarebbe un monaco tibetano. Il suo nome era Tobgye Tseten, mentre il ragazzo ferito si chiama Dargye. Come riportato da Radio Free Asia, «Lhasa ora è piena di polizia e forze paramilitari: la situazione è davvero tesa». I dirigenti di Partito del Tibet vengono premiati, anche economicamente, in base alla stabilità e all’ordine che riescono a imporre nelle provincie e nelle città loro affidate. Una delle misure prese dal governo per evitare incidenti e dimostrazioni nel mese di maggio, in cui i tibetani si recano in massa a Lhasa per il Saka Dawa, in cui si commemora la nascita, l’illuminazione e la morte del Buddha, è proibire a impiegati, pensionati e studenti di partecipare alle attività religiose.

Le autorità cinesi della Regione autonoma tibetana (Tar) hanno anche emesso una notifica, con la quale proibiscono ai membri del Partito comunista locale, ai dirigenti, ai funzionari amministrativi e persino agli studenti di partecipare ad attività religiose, fra cui la festa di Saka Dawa. Come riporta AsiaNews, la nota continua avvisando «alcuni membri del Partito», «dirigenti» di punta e «personale in pensione» che «credono ancora» nelle religioni, partecipano alle funzioni e varcano i confini per «assistere agli insegnamenti del Dalai Lama» che facendo così mostrano di non avere «una fede politica forte» ma «poco chiara» e di rischiare di incorrere in «punizioni severe». La nota chiarisce inoltre che «non conta» quanto credito abbiano conquistato sino a oggi i funzionari governativi o i membri del partito nel loro lavoro, perché se sorpresi a professare una religione che «mette a rischio la stabilità» sono passibili di «licenziamento in tronco», come avvenuto nel 2012 già per 19 funzionari degradati o cacciati per non avere saputo mantenere l’ordine e la stabilità nella regione.

Da tempo la Cina ha aumentato la stretta nei confronti della cultura tibetana. A febbraio e maggio ha chiuso due scuole private tibetane nelle provincie di Gansu e Qinghai e arrestato cinque professori perché le scuole «insegnavano la lingua e la cultura tibetane e cantavano canzoni dal contenuti separatista». Come raccontato a tempi.it da Karma Dorjee, giornalista di Radio Free Asia che ogni giorno è in contatto con fonti che si trovano nelle aree tibetane che la Cina ha chiuso al resto del mondo, «le autorità cinesi con migliaia di soldati bloccano strade e le vie di Lhasa, circondano le scuole e i monasteri, chiudono gli studenti universitari nei campus, arrestano monaci e monache e li rieducano obbligandoli a criticare il Dalai Lama». Le auto-immolazioni dei tibetani sono aumentate in modo vertiginoso negli ultimi mesi, sono  perché, secondo quanto dichiarato a tempi.it da Chodup Tsering Lama, scappato dal Tibet e ora residente a Milano, «le loro vite valgono meno di quelle dei cani, la loro vita è un inferno e tutto questo va avanti ormai da 50 anni senza miglioramenti».

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