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Un Cristo crocifisso eppure luminoso in mezzo alla peste di Palermo

luglio 27, 2015 Marina Corradi

van-dyck-crocefissione-palermoPalermo, luglio. Il cinquecentesco Palazzo Alliata di Villafranca, nel cuore del quartiere popolare dell’Albergheria, sulla facciata mostra i segni profondi del tempo, sovrapposti a quelli di un’antica nobiltà. Sullo stemma gentilizio i secoli e la polvere e la pioggia e il sole si sono come incrostati; e ora quel portone pare gravato dal peso di una storia lenta, e densa, dal caldo afoso di quattrocento torride estati.

Oltre l’atrio buio e fresco, un’ampia scala di marmo conduce all’appartamento dei principi Alliata. Qui e là le stanze si aprono sulla luce abbagliante dei cortili squarciati dal sole. Ma dentro, penombra e silenzio, nelle grandi sale in cui i passi dei rari visitatori risuonano. Il Barocco sfolgora nell’oro delle porte, i cristalli dei grandi lampadari di Murano splendono: e ti immagini quando reggevano mille candele, tremanti nell’alito di uno scirocco lieve e molle.

Volti austeri di principi e principesse ti guardano da scuri ritratti alle pareti, e la città di fuori scompare fra i velluti, fra gli antichi specchi che il tempo – o forse troppe cose viste, e riflesse? – ha reso opachi. In queste stanze ti pare d’essere dentro il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, e di avvertire ancora il fruscio di pizzi e gonne lunghe, e di conciliaboli fra nobili pensierosi, all’alba del Risorgimento, sul futuro del Regno.

Ma il cuore di palazzo Alliata di Villafranca è oltre, nell’ultima stanza. È un Crocefisso di Van Dyck, commissionato dai principi nel 1624, nel pieno della peste a Palermo. I documenti dell’epoca descrivono un evo lugubre, coi topi sbarcati da un vascello che, sordidi, diffondono il morbo per i vicoli.

Van Dyck, che aveva appena 25 anni, ritrasse il principe Emanuele Filiberto di Savoia appena prima che morisse di peste. Vide l’allargarsi orrendo del contagio e della morte nella città. Gli esperti affermano che le pennellate del Crocefisso di Palazzo Alliata sono tratti veloci – come dati nella paura, o nell’ansia di partire da quella città di morte. Eppure nella peste e nel disfacimento e nel lezzo Van Dyck dipinge un Cristo luminoso, chiarissimo; morente in croce, eppure radioso come già risorto.

Già il busto si torce nell’attimo del trapasso, anelando il cielo. La mano sinistra, conficcata al legno, è stretta in un pugno che parrebbe quello di un operaio marxista, se non fosse stato dipinto tre secoli prima. Ma è un pugno di sofferenza, di dolore, di rabbia, quello del Cristo di Van Dyck: già prossimo all’abbraccio del Padre, eppure così conscio dell’umano dolore. Come può esserlo un ragazzo di 25 anni che sia stato testimone della peste a Palermo.

Gli occhi, però, di Cristo, nel morire guardano verso terra. Nell’attimo del ritorno a Dio sono fissi ancora, misericordiosi, su noi uomini, su questo mondo attraversato dalla sofferenza e dal male. Ai piedi di Cristo rimane il teschio, simbolo della peste e della morte.

La nostra speranza, pensi tornando, come da molto lontano, dalle ombre di palazzo Alliata al sole di Palermo, è, allora e oggi, soltanto in quella Croce.


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