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Cristiani bruciati in Pakistan: dietro il fanatismo, l’astuzia del potere

novembre 6, 2014 Rodolfo Casadei
Shehzad Masih e Shama Bibi in una foto tratta da internet

Shehzad Masih e Shama Bibi in una foto tratta da internet

Quasi nessuna delle homepage dei grandi quotidiani internazionali – Financial Times, The Wall Street Journal, Le Monde, El Pais – ieri mattina riportava la notizia; quella del New York Times la richiamava dentro alla tendina scorrevole delle Watching News. Corriere della Sera e Repubblica invece la proponevano, ma in taglio basso. Le notizie dal Pakistan di cristiani trucidati sulla base di accuse di blasfemia anti-islamica si ripropongono ormai con l’oscena ripetitività delle serie horror cinematografiche come Nightmare, Scream o Non aprite quella porta. E come l’horror cinematografico, dopo il terzo sequel provocano assuefazione. Le note di proteste dei ministri degli Esteri dei paesi occidentali sembrano prestampate, le promesse di far luce sull’accaduto da parte delle autorità locali e le ambigue dichiarazioni delle autorità religiose islamiche locali altrettanto scontate. Tutto finisce rapidamente in un’esecrazione del fanatismo religioso. L’europeo medio sembra pensare: «Ah, se tutti fossero agnostici come noi! Certe tragedie non capiterebbero». Nessuna voglia di scavare, di capire di più. Ci si ferma al fatto della fede religiosa, ci si compiace di puntare il dito contro questi suoi sconvolgenti exploit. Eppure la fede non è la causa di questi fatti, è solo lo strumento.
I due coniugi cristiani di un villaggio nei pressi di Lahore, arsi vivi dentro a una fornace perché la donna era accusata di avere bruciato pagine del Corano insieme ad altri rifiuti, sono stati vittime di un odio che ha poco a che fare con lo zelo dei loro concittadini musulmani nei confronti del loro sacro testo. La prova? In giro per il mondo ci sono molti musulmani che hanno bruciato copie del Corano, e a loro non sono mai state inflitte punizioni per questo.

Ogni volta che leggo notizie come quella relativa al tragico destino di Shahzad e Shama, la coppia di cristiani assassinati, mi vengono in mente due situazioni nelle quali mi sono ritrovato facendo reportage in paesi a maggioranza musulmana. La prima ha avuto luogo in Sudan. Quasi dieci anni fa, quando mi trovavo in Darfur a raccogliere le storie dei profughi degli assalti dei governativi sudanesi e dei janjaweed, i miliziani arabi a cavallo che facevano strage nei villaggi abitati dalle etnie sub-sahariane: dar, fur e zaghawa. Visitai un campo profughi nei pressi di Nyala, la capitale meridionale della regione. La gente viveva sotto le tende dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati, si lamentavano delle malattie contro le quali non potevano combattere e della mancanza di prospettive. I loro villaggi erano stati bombardati dall’aviazione governativa ed assaliti per via di terra dai janjaweed perché considerati santuari dei ribelli. Il conflitto non aveva nulla a che fare con la religione: tutti gli attori si proclamavano e si consideravano musulmani, anche se l’islam praticato dalle etnie del Darfur è solo parente di quello che si celebra a Khartoum.
Passammo di fianco a un edificio più grande degli altri, una combinazione di rami secchi e tela. «Cos’è quella?». «La nostra moschea». «Ne avevate una anche al villaggio?». «Sì, ma l’hanno bruciata i janjaweed». «I janjaweed bruciano le moschee? Ma non sono musulmani come voi?». «Sì, sono musulmani, ma hanno bruciato tutte le moschee di tutti i nostri villaggi con tutto quello che c’era dentro: tappetini per la preghiera e testi sacri». «Non ditemi che hanno bruciato il Corano…». «Hanno bruciato tutto, hanno bruciato tanti Corani quante sono le nostre moschee che hanno bruciato». Avete mai sentito di proteste nel mondo musulmano per le moschee di villaggio distrutte dai janjaweed? Per i testi sacri da loro ridotti in cenere? Che fine hanno fatto le folle che bruciavano bandiere americane perché si era diffusa la notizia che un marine in Afghanistan aveva usato come carta igienica una pagina strappata da un Corano?

La seconda situazione che ho vissuto e che mi viene in mente riguarda l’Egitto centrale, dove fui nell’ottobre di un anno fa per un reportage sulle 85 chiese cristiane assalite e in gran parte distrutte dai fiancheggiatori dei Fratelli Musulmani e di altri gruppi islamisti egiziani nell’agosto 2013. Quell’attacco senza precedenti aveva motivazioni politiche ben precise: i militari avevano approfittato delle grandi manifestazioni popolari di giugno contro il presidente Mohamed Morsi, il primo capo di Stato egiziano proveniente dalle file dei Fratelli Musulmani, per attuare un golpe e arrestare i leader principali della fratellanza e del partito politico che ne era la gemmazione e al quale Morsi apparteneva, cioè il partito Libertà e Giustizia.
Gli islamisti volevano dimostrare a tutto il mondo che il ritorno dei militari al potere coincideva con la discesa del paese nel caos e con il peggioramento delle condizioni di vita della principale minoranza, quella dei cristiani copti. Lontano dal Cairo e da Alessandria, gli edifici e le proprietà delle Chiese che si salvarono dalle razzie e dalle distruzioni furono quelle sulla cui integrità vegliarono squadre armate locali di civili musulmani. Si trattava di quella maggioranza di egiziani musulmani che si era già stufata del governo islamista, e che ora non intendeva permettere che la provocazione ad opera dei sostenitori del presidente deposto raggiungesse tutti i suoi obiettivi. Fuori dalle due principali città, dove polizia ed esercito erano presenti massicciamente, le forze dell’ordine non furono in grado in nessun modo di far fronte agli eventi. In alcuni casi, anzi, i commissariati di polizia furono protetti da bande di vigilantes che impedirono ai simpatizzanti dei Fratelli Musulmani di impadronirsi delle armi che si trovavano lì.
A Minya, 250 mila chilometri a su del Cairo, mi trovai a visitare il Centro culturale dei gesuiti, che fino a poche settimana prima ospitava una serie di opere sociali al servizio di tutta la cittadinanza: servizi socio-sanitari per portatori di handicap, classi per ragazzi Down e autistici, un asilo nido, una scuola media superiore, una biblioteca. Tutto era stato scientificamente razziato o distrutto col fuoco, dai veicoli del centro alle carrozzine dei disabili, dagli arredi dell’asilo alla biblioteca. Si trattava di opportunità offerte sia ai cristiani che ai musulmani. Trascorsi un po’ di tempo coi ragazzi disabili e scoprii che erano quasi tutti musulmani. Il vasto locale della biblioteca dalle pareti annerite era disperatamente vuoto: le attrezzature erano state rubate prima che venisse dato fuoco al salone, e i resti inceneriti dei libri erano stati portati via per fare pulizia. Però qualche scaffale pieno di volumi carbonizzati ancora c’era. La mia attenzione fu attirata da uno nel quale erano collocati tomi rivestiti in marocchino, orribilmente degradato dall’alta temperatura dell’incendio. «Quelli cosa sono?». «È la sezione dei libri di religione». «Testi sacri cristiani? La Bibbia?». «Ci sono anche copie riccamente rilegate del Corano e di autori religiosi islamici». Ebbene sì, i fiancheggiatori dei Fratelli Musulmani, nella foga di vendicare gli arresti dei loro capi e la morte di molti manifestanti, hanno dato alle fiamme il Corano. Non solo a Minya, ma tutte le volte che hanno dato fuoco a una biblioteca parrocchiale: a Delga, la città che per più di 70 giorni conobbe le delizie del califfato (Abu Bakr al Baghdadi non è stato il primo ad avere l’idea) fino a quando nel settembre 2013 l’esercito riprese il controllo della località, ho visto lo scempio dei libri sacri, Bibbie, Vangeli e Corani, nella biblioteca devatsta della parrocchia copto cattolica. Di quella visita conservo una copia di un Vangelo in arabo bruciato per metà: il parroco mi permise di asportarlo. Adesso la custodisco come una reliquia.

La morale della storia è che gli attacchi contro i cristiani in Pakistan hanno poco a che fare con l’oggetto delle accuse loro rivolte, con il pretesto che li ha scatenati: se devo guardare alle reazioni della Umma (la comunità mondiale dei musulmani) di fronte ai Corani dati alle fiamme in Darfur e nell’Egitto centrale, devo concludere che la maggior parte degli islamici tollera la distruzione del libro sacro. Quando viene compiuta da altri musulmani, evidentemente. Per lo meno questo è il comportamento die cosiddetti fanatici islamici radicali pakistani. La verità è che Shahzad e Shama sono stati vittime di puro odio anticristiano, sono stati assassinati perché appartengono a una minoranza religiosa.
La legge sulla blasfemia non serve a proteggere Dio e il suo Profeta dalle offese degli uomini, ma ad offrire alle masse povere e ignoranti del popolo pakistano dei capri espiatori sui quali riversare tutta la propria frustrazione. La maggioranza assoluta dei pakistani accusati del reato di blasfemia è rappresentata da cristiani, sciiti, ahmadiyya (una setta locale para-islamica) e indù. I sunniti, che sono la maggioranza schiacciante (80 per cento della popolazione) dei pakistani, raramente appaiono fra gli indiziati.

La funzionalità politica della legge sulla blasfemia è evidente: serve a dirottare la rabbia popolare per la miseria e l’ingiustizia lontano dai veri colpevoli, quelli che siedono nei palazzi del potere e nei piani alti delle caserme. Le élites pakistane sanno manipolare la religiosità grezza della maggioranza povera della popolazione. Offrendo ad essa come vittime sacrificali gli esponenti delle minoranze, sempre sospetti di tradimento per il fatto di non avere la stessa religione della maggioranza. Sono cose che noi europei conosciamo molto bene. Sono state parte della nostra storia.

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16 Commenti

  1. Raider scrive:

    Caro Casadei, il meccanismo del capro espiatorio lo conosciamo, col desiderio triangolare e il processo vittimario, è stato analizzato in modo scientifico dal grande René Girard e permette di spiegare femoneni sociali, psicologici, culturali, politici e religiosi. Per averlo scoperto e per essersi convertito al Cattolicesimo, Girard è diventato il capro espiatorio della cultura francese à la page, il nemico, la non persona emarginata da intellettuali e maitre-à-penser con cui aveva condiviso battaglie, fronte di lotta e successi di pubblico e di critica. Una storia esemplare anche da questo punto di vista, quella di Girard.
    Applicare il principio girardiano anche alle violenze contro i cristiani non può avvenire, però, in modo, scusi il termine, “meccanico”: quel principio dovrebbe valere ovunque e per tutte le fedi, mentre quello che ci è messo di fronte è un dato specifico: le violenze le commettono i musulmani contro gli altri, siano cristiani, induisti, buddisti, altri musulmani. Sono meno frequenti le violenze in senso opposto, commesse per rappresaglia (quasi sempre è così) o condotte in modo sistematico da gruppi organizzati laddove i conflitti interreligiosi siano incistati da lunga dtaa, come in India: a parte che, anche lì, a farne le spese sono ancora i cristiani. Che, di tanto in tanto, vengono presi di mira perfino dai non violenti buddisti in altre aree in cui questi sono maggioranza qualificata. In genere, però, sono gli islamici all’attacco un po’ ovunque, in terre islamizzate da sempre e dove sono al potere come laddove sono recente acquisto o in minoranza.
    A combattere e perseguitare e darsi al terrorismo sono, lo sappiamo, non solo gli islamici ignoranti, poveri, frustrati, ma anche (e in misura superiore alla struttura di classe della società da cui provengono) islamici ricchi, benestanti, colti, istruiti. Un molto interessante articolo sul Foglio, scritto da un giornalista americano, spiegava le ragioni che spingono i giovani islamici (pochi, comunque, pochissimi) a arruolarsi nell’Isis. Le frustrazioni, comprese quelle sessali, sono alla base di tutto.
    Il problema è che queste frustrazioni, che varranno anche per chi pratica altre fedi o non ne professa nessuna, non spingono cristiani, atei o altri ancora a fare quello che vediamo fare ai musulmani. La frustrazione spiega tutto; ma oltre al genere prossimo c’è la differenza specifica, diceva Aristotele. la differenza la fanno l’Islam, il Corano, i profeti islamici, gli esegeti islamici. Girard stesso, accusato di poter autorizzare (!) con le sue teorie fenomeni che le sue teorie si limitano a spiegare, ha respinto l’accusa. Il desiderio degli islamici di avere quello che noi abbiamo, dalla nostra scienza al nostro (declinante) tenore di vita, il nostro livello di sviluppo culturale, tecnologico e umano, facendo di noi il loro modello/rivale, scatena conflitti e contraddizioni laceranti, per una religione che autorizza l’uso della violenza e fa del successo storico il criterio di verità delle promesse profetiche. Indù, buddisti, confuciani, taoisti, shintoisti non hanno questo complesso di inferiorità: o perlomeno, nel loro caso la frustrazione antropologica non raggiunge il livello esplosivo (e implosivo) che raggiunge in attentati suicidi e guerr di sterminio. Anche indù ecc… Vogliono emulare, perlomeno, certi aspetti delle società occientali: ma la loro frustrazione storica è canalizzata in modo, letteralmente, produttivo: e i risultati si vedono e lo dimostrano.
    Ecco, caro Casadei. Che ci sia un disvalore aggiunto, nel caso della religione islamica, va tenuto presente. L’idea che le tensioni interne vengano dirottate altrove, in questo caso, non basta a spiegare fatti che non sono solo di cronaca, neanche di una cronaca di ogni giorno: tanto è vero che stampa e media devono minimizzare e rimuovere per scongiurare o non acutizzare il conflitto in coso e che si accednerebbe anche nelle nostre contrade (siamo già sotto minaccia, quindi). E il capro espiatorio, cioè, le vittime, cioè i cristiani, lo sono una volta di più!
    Non diamo quest’alibi a assassini, terroristi, fanatici e estremisti e a chi li copre con un velo di ipocrisia politicamente riveduta e corretta.

    • Andrea UDT scrive:

      Raider, chapeau!

      Sul caso in questione la penso allo stesso modo ma, onestamente, non sarei stato capace di scriverlo meglio.

      • Raider scrive:

        Caro Andrea UDt, la ringrazio, ma le confesso che non riesco a inquadrarla da un punto di vista… Quale? Non lo so, vorrei averne uno, ma le persone, per me, vengono prima di tutto. Ecco perchè, se devo prendermela con un mio simile, preferisco mirare dritto alle idee che ha in testa.

        • Andrea UDT scrive:

          Qualche tempo fa questa testata invitò i propri lettori a spiegare perchè leggono Tempi.

          Perchè un agnostico come me legge Tempi?

          Perchè mi piace il punto di vista di partenza nel formulare i giudizi o le opinioni su quello che succede nel mondo: l’uomo, la sua umanità.

          Non nel senso fantozziano (..come è umano lei..) o politicamente corretto da “unimanismo moraleggiante”, ma nel senso completo: l’uomo con le sue debolezze meschine e i suoi momenti di grandezza.

          Che lo facciano da un punto di vista cristiano non mi disturba: non esiste l’uomo neutro.

          E mi risulta facile perchè in gioventù ho frequentato CL, letto Giussani (che fatica leggerlo!), ho perfino fatto in tempo ad ascoltarlo dal vivo, ho molti amici che frequentano ancora CL.
          Quindi mi è più agevole vincere il pregiudizio ed apprezzare o rispettare (beh, non sempre, qualche emerita scemenza nell’impeto dell’argomentare mi scappa) il punto di vista cristiano.

          Punto di vista che, francamente, ultimamente è l’unico che si prenda a cuore l’uomo nella sua totalità.

          Economia, finanza, lavoro, cultura, politica: tutte queste cose DEVONO essere finalizzate all’uomo; altrimenti sono gabbie, inganni sottili e perverse forme di controllo che nel lungo termine riescono nella straordinaria impresa (straordinaria in negativo) di far passare per normale ciò che dovrebbe essere OVVIAMENTE, in maniera AUTOEVIDENTE anormale.

          Tipo:

          1) Strutture burocratiche prive di legittimazione che orientano e piegano la politica che uno qualche straccio di legittimazione l’ha.

          2) omologazione forzata della propria identità culturale

          3) finanza che da “mezzo per reperire risorse” diventa fine: ricchezza creata dal nulla e ricchezza distrutta dal nulla (tipo il vincolo al 3% in europa che fu stabilito con un metodo che rasenta il lancio della monetina)

          4) il diritto slegato dal buon senso comune che pretende di eleggere il desiderio a fondamento creativo delle leggi

          5) una attenzione “morbosa” verso i minori, bombardati di riferimenti sessuali (internet) espliciti che non rispettano i normali tempi di maturazione di un adolescente. Attenzione morbosa che non viene da un vecchietto bavoso, ma dalle istituzioni e da pieghevoli “patinati” di qualche ministero. Come se fosse normale che la scuola si occupasse di quante pippe si fa un quattordicenne: l’ANORMALE che viene normalizzato dal politicamente corretto

          Chi, oggi, parla e denuncia quaste cose?

          La Chiesa e certa stampa cattolica: con i loro limiti, sbagli e talvolta smaccata partigianeria.

          Ma almeno hanno il merito di farlo, il merito di annusare la piaga nauseabonta invece di tapparsi il naso e denunciare la cancrena.

          Propongono il loro medico e le loro medicine ma, santo cielo!, sono gli unici (beh, ci sarebbero anche gli “eretici” del partito radicale) che si degnano di volgere lo sguardo al paziente, all’UOMO!

          Inquadrato meglio?

          • Raider scrive:

            Sì, grazie, Andrea UDT. Non vorrei, però, che se la fosse presa. In ogni caso, non era certo mia intenzione offenderla, le persone che mi sorprendono e mi incuriosiscono non sono, poi, molte, devo dire. Inutile dire cosa penso punto per punto di quello che lei ha voluto precisare: tanto, ma non scambi ciò che dico per una sommatoria forfait, si sarà capito che ne penso bene.Come avrà capito, spero, che cerco sempre di rispettare tutti coloro che sono in buonafede e non insultano, non insolentiscono né prevaricano.

  2. beppe scrive:

    accogliamo i cristiani perseguitati in casa nostra – italia – e mandiamo a casa loro un numero equivalente di pakistani islamici.

    • Filippo81 scrive:

      Ottima idea, Beppe !

    • Raider scrive:

      No, Beppe, mi dispiace, ma devo dissentire nel modo più categorico. Se facessimo come proprone lei, gliela daremmo vinta permettendogli di espellere i cristiani; e in compenso, assisteremmo a finte conversioni di massa di gente che arriverebbe lo stesso da questi posti così evoluti, così ricchi di tradizioni molto diverse dalle nostre, poli di di antica civiltà, perbacco baccone!, tutti neofiti provenienti da aree del mondo che hanno alle spalle secoli e secoli di “religione di pace”! Dico: se lo immagina, che ci arriva addosso più di ora?
      In più, il vittimismo ipocrita di questa gente così abituata a discriminare gli altri che a ogni diritto degli altri, compreso quello di dirgli di “no”, si sente, come minimo, discriminata, innescherebbe sa cosa, nelle nostre città? E poi, chi li sentirebbe i multiculturalisti che lottano sempre e solo contro l’Occidente? L’engagement, oggi, è il politicamente corretto in chiave anti-occidentale: e sa che è un’armata che fa da quinta, sesta, settima, ennesima colonna, se non bastassero gli immigrati che ci siamo mesi mesi in casa, di un’invasione che, quan’anche pacifica, ci sta sommergendo, con la compliciità attiva di autorità- internazionali e nazionali, così caninamente ossequiose alle direttive piovute dall’alto.
      Stasera, per es., non ce l’ho fatta a seguire la puntata del programma di Santoro congenganta come una bella trappola in cui Salvini è cascato in pieno, solo contro tutti: Gino Strada, che dice che Ebola e le malattie infettive non vengono con gli immigrati di cui non conosciamo identità, paese d’origine, fedina penale, niente; giornalisti che dicono che la colpa di Ebola è, praticamente, dei leghisti delle multinazionali farmaceutiche e dei leghisti dell’OMS; Saro Crocetta che lancia per aria con urla straziate le solite pallonataedi controbalzo… No. Ecco che si dovrebbe dire, ristabilendo il diritto di un Paese di pronunciarsi su temi che riguardano la sua sicurezza, la sua identità storica, il suo futuro.
      NO!

  3. Luigi amicone scrive:

    Ecco quando si leggono questi commenti pensati e, chiaro, grazie anche alla monumentale perizia e passione che ci mette Casadei, beh è una bella soddisfazione, anche se certe cose si ammetteranno tra 200 anni e vigendo ogni ‘stasera’ i circhi Santoro, che sono parte ( e maggiore) del problema come lo sono i Gino Strada, e neanche l’anticamera di una comprensione dei fatti. Grazie

    • Raider scrive:

      Caro Direttore,

      “Tempi”, cartaceo e on line, è uno dei pochi spazi di libertà, non omologati al Pensiero Unico rimasti nell’attuale panorama mediatico. Perciò, se Scalfar8 o qualche altro carnefice della libertà d’opinione potrà farsi approvare da un Parlamento che fa da appendice e cassa di risonanza all’Ue qualche legge che fa sognare chi vorrebbe l’uniformità applicata a tutto, anche alle teste, che non può ancora tagliare, la sharya del politicamente corretto potrà minacciare e intimidire e con un po’ di pazienza, prima o poi, abbattersi su di Lei, sulla redazione e su tutti coloro che intervengono come da nessun’altra parte gli è permesso fare già ora.
      Quindi, c’è solo da ringraziare Lei e la Redazione, da Rodolfo Casadei a Leone Grotti, da Annalisa Teggi a Pippo Corigliano e tutti gli altri che Lei conosce meglio di noi Vostri lettori, per quello che fate per la libertà di tutti.

  4. Giuseppe scrive:

    Il Pakistan è uno stato barbaro. Trattiamolo come merita.

  5. M. Grazia Tassano scrive:

    Grazie. La mia tristezza e indignazione ora sono ragionevolmente, non solo affettivamente, motivate.

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