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Come stanno uccidendo la letteratura a scuola? Ripartiamo dal suo fascino e dalla sua bellezza

marzo 1, 2013 Giovanni Fighera

Nella scuola troppo spesso la letteratura sembra morta. Chi bazzica nella scuola, chi insegna sa che il docente si trova di volta in volta avvolto in un sistema in cui è stretto da esigenze di programma, di valutazione, da mode pedagogiche imperanti in un certo tornio di anni.

Ormai da decenni anche in Italia si è assistito all’invasione dello strutturalismo, arrivato più tardi che altrove. Il suo impatto sullo studio della letteratura è stato imponente e, oserei dire, devastante. Spesso, nelle antologie i testi sono stati deprivati del loro valore, sono diventati strumenti per fare esercizi di critica letteraria o per acquisire una competenza. A scuola di rado le opere si leggono integralmente. È più comodo non interrogare i testi e gli autori, ma ridurre le opere, renderle mute, seguire mode didattiche. Nel panorama degli insegnanti ci sono i tradizionalisti (legati a quanto e a come è stata loro insegnata la letteratura) e i modernisti (legate alle mode nuove). Raramente, invece, l’insegnante si pone in modo nuovo e personale, interroga personalmente le opere e rifà, riscopre e rincontra gli autori. Tra tradizionalisti e modernisti raramente c’è incontro. La crisi, è però bene dirlo, non riguarda solo l’insegnamento della letteratura. La crisi è più vasta. Nell’ambito scolastico si parla spesso anche di crisi nell’insegnamento della Matematica (valgano a titolo di esempio le prove degli Esami di Stato e i risultati), delle Scienze, ecc. La riforma ha cercato di porre rimedio con un ampliamento dello spazio dedicato alle discipline scientifiche, a scapito, è bene dirlo, di materie come Storia e Latino considerate meno moderne e, quindi, meno utili.

Dall’alto il Ministero ha tentato di trovare una panacea alla situazione di disamore alla lettura e di scadente abilità linguistica. Qualche anno fa è stato riformato l’Esame di Stato. Tra le prove che hanno subito una variazione più considerevole quella di Italiano. Al tradizionale tema è stato aggiunto un insieme di tipologie testuali, tra cui l’analisi di testo, l’articolo di giornale, il saggio breve. Come spesso accade per cambiare il percorso si è modificato il punto di arrivo. Per risolvere il problema della preparazione linguistica non si è messo a tema l’insegnamento della letteratura e dell’Italiano, ma si è modificata la prova conclusiva, semplificandola e rendendola meno inerente al tradizionale percorso.

Bisogna subito ribadire che non è una questione di riforme, di programmi, di Esami di Stato. È un problema di educazione. Oggi si assiste ad una parcellizzazione del sapere, ad un affrancamento delle discipline dal Mistero, dal significato totale. Spesso gli insegnanti si pongono come informatori che forniscono delle nozioni, ma si disinteressano totalmente del compito educativo, che richiede il legame tra il particolare presentato e il tutto, ovvero il suo significato. Veniamo allora all’insegnamento della letteratura. Educare e insegnare la letteratura hanno a che fare con il «desiderio del mare aperto», non con la noia del particolare slegato dal desiderio di navigare (l’immagine è tratta dalla Cittadella di A. de Saint Exupery). Se si toglie la brama del navigare, per quale motivo si dovrà faticare a tagliare la legna per costruire la barca? C’è anche un’educare noi stessi; ma a che cosa ci si può educare? A che cosa ci si può educare, se non al bello e al vero? Che cosa possiamo dare a noi stessi e che cosa ai nostri figli, alle persone cui vogliamo bene, se non il bello e il vero che abbiamo incontrato?

La prima educazione è un’educazione alla bellezza. L’uomo è l’unica creatura che sappia cogliere la bellezza del creato. Così si esprime Dante al riguardo: «Qui veggion l’alte creature l’orma/ de l’etterno valore». Dobbiamo scommettere sul potere della bellezza, che conquista e avvince. Dostoevskij afferma: «Io dichiaro che Shakespeare e Raffaello stanno più in alto della liberazione dei contadini, della chimica, sono il vero frutto dell’umanità intera» (I demoni).

L’insegnamento della letteratura non ha a che fare solo con impartire nozioni e dati. Certo ci vogliono un contesto, l’autore, la sua poetica, le sue opere. Oggi, però, si privilegiano il particolare, l’analisi, la vivisezione dell’opera, alla dimensione dell’incontro, di un duplice incontro: con l’autore (a cui porre domanda, da cui attingere risposte, …) e con l’opera (la cui bellezza ha in sé un Mistero più grande di qualsiasi analisi). La letteratura è viva e parla, ma ad una condizione, che siamo noi vivi, che le si pongano delle domande, le giuste domande, quelle che fanno del patrimonio letterario un universo sempre contemporaneo e in dialogo nei secoli sul destino contingente e ultimo dell’uomo. Letteratura, bellezza, arte riguardano l’ambito di tutto l’umano. Riguardano l’avventura affascinante di inoltrarsi nella realtà, di conoscerla meglio, di conoscere meglio l’uomo e il suo cuore, immutabile nel corso della storia. Oggi si sono perduti il fascino e la magia dell’incontro e del racconto. Leggere è incontrare qualcuno con le sue domande. Il mondo adulto, che vuole innovare la scuola, che si lamenta dello scarso interesse del mondo giovanile, spesso non crede più nel fatto che la grandezza dell’arte oggettivamente ha in sé un fascino e una potenzialità educativa straordinarie. La letteratura ha in sé stessa le potenzialità per catturare l’attenzione, la passione, l’entusiasmo dei ragazzi. Il racconto che da sempre ha affascinato e affascina l’uomo fin da quando è bambino è capace sempre di conquistare e avvincere. L’insegnamento ha a che fare con questa passione. Sei insegnante di una disciplina che hai incontrato, che ti ha colpito, conquistato e che, nel tempo, hai scoperto e continui a scoprire. Non dobbiamo dimenticarci di questo. A scuola parlo di qualcosa che vale davvero. Io come insegnante deve averlo ben chiaro e devo conservare l’amore e il fascino per quanto insegno come se fosse il primo giorno (uno studente è sempre la prima volta che incontra Ariosto o Virgilio o Leopardi o Dante).

Perché un ragazzo, uno studente possa riscoprire il piacere della lettura e della letteratura occorre che riscopra prima il piacere di coltivare la propria arrière boutique (il proprio retrobottega, cioè lo spazio della propria interiorità, mi piace chiamarlo con il nome di «anima»). Personalmente, chiedo ai miei studenti che tengano un diario, ma sarebbe più corretto chiamarlo Zibaldone, uno spazio proprio in cui raccontarsi, in cui fermarsi a riflettere e chiedersi che cosa capiti nella loro vita (incontri, discussioni, sogni e aspirazioni, letture e film, ecc). La scrittura diventa, così, abituale e lo studio della letteratura avviene da persone che iniziano ad avere maggiore dimestichezza con lo strumento della lingua. Poi è necessario che si possa iniziare ad incontrare la letteratura dall’interno. Mi spiego meglio.

Bisogna provare ad incontrare la letteratura stando all’interno di quel mondo, confrontarsi con la scrittura letteraria, non perché siamo tutti poeti, ma perché poesia e letteratura nascono da esperienze, accadimenti e il lettore verifica come avrebbe detto lui quell’emozione e quel fatto e vede la specificità del fatto letterario, della parola poetica utilizzata da uno scrittore, inizia a comprendere che esiste una poetica personale. Dopo aver affrontato autori che hanno parlato d’amore, ho chiesto agli studenti del terzo anno di cimentarsi nella scrittura di poesie d’amore. Ho assistito ad un sacro silenzio da parte di tutti i ragazzi nell’ascoltare le poesie scritte dai compagni. Bisogna ritornare al fascino della lettura delle opere nella loro interezza, non solo in modo antologico come accade a scuola. Chi di noi si limiterebbe a vedere i trailers di un film senza assistere alla visione integrale? Bene, è come se a scuola gli studenti vedessero solo qualche immagine di un film, quelle selezionate dall’antologia o dal docente. L’insegnante non deve solo assegnare letture, ma deve accompagnare il ragazzo nel fascino della lettura. Studierà, quindi, le modalità più adeguate. Ad esempio, si può presentare all’inizio solo un aspetto del romanzo assegnato, lasciare poi ai ragazzi la lettura a casa e concludere con un caffè letterario (dopo uno o due mesi): una discussione sul libro guidata dal docente, che si può concludere con un momento conviviale (una bella torta da condividere alla fine della discussione). Questa è solo un’esemplificazione tra quelle che ho deciso di attuare nelle mie classi.

Devo confessare che i ragazzi sono sempre molto colpiti dal fatto che si possa discutere e lavorare su un’opera a prescindere da un voto. Chiaramente spetterà al docente studiare le modalità di controllo adeguato per verificare che il libro assegnato sia stato effettivamente letto (potrebbe essere una verifica successiva). Da ultimo, vorrei sottolineare il fatto che le opere letterarie sono sempre nate in rapporto alle altre opere che le hanno precedute. L’arte non nasce mai ex nihilo. Per questo è importante recuperare la dimensione della memoria letteraria che si assapora nel fascino della conoscenza a memoria di alcuni testi importanti della tradizione.

L’esperienza sorprende. Ho incontrato davvero molti studenti contenti di studiare a memoria i versi della Commedia. I versi dei grandi poeti illuminano realtà e momenti di vita, come quando mi capita di guardare la Luna e di chiedermi con Leopardi: «Che fai tu, luna, in ciel?/ Dimmi, che fai,/Silenziosa luna?». O come quando ti ricordi i versi di Dante «Quando li piedi suoi lasciar la fretta,/ che l’onestade ad ogn’atto dismaga» e così ti rammenti di far bene anche la più piccola cosa, perché la fretta rende meno belle le azioni che compiamo.

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2 Commenti

  1. Daniele Lo Vetere scrive:

    Molto giusto e condivisibile. Ripartire dalla specificità intrinseca della letteratura (le domande su di sé e sul mondo, la bellezza, il Senso), contro (o a latere: ignorando quanto distrae) le mode didattiche e pedagogiche, i programmi ministeriali, la parcellizzazione, il nozionismo, lo strutturalismo (aggiungerei lo “storicismo degradato” di cui parla Mengaldo, vivissimo nei nostri trienni e che è ormai ridotto solo più all’ordine cronologico degli autori, svuotato del senso che aveva per gli storicisti veri, De Sanctis, Croce, Gentile).

    Far scrivere molto di più gli studenti, perché no?, anche nella forma diaristica o della poesia d’amore, perché conoscano la fatica di far corrispondere parola e idea (quanto imparerebbero dallo scoprire quanto sia difficile farlo…) e capiscano che la letteratura parla di noi uomini, e in forme prossime.

    Io personalmente uso blog di classe per le recensioni ai libri letti (così restano negli anni e possono essere lette da tutti, creando una condivisione di esperienze) e discussioni libere (senza voto, ma precedute da domande cui rispondere per iscritto in classe, queste con voto, in modo che gli studenti non svicolino dalla lettura, ma lasciando poi assolutamente libero il momento successivo della discussione).

    Infine: il peso dell’insegnante, che deve conoscere approfonditamente, per lettura diretta e meditazione personale ciò di cui parla, perché sia cosa viva in classe. Per quest’ultimo aspetto, la vecchia e oggi vituperata lezione frontale è ancora assolutamente fondamentale.

    Perché l’insegnante possa continuare ad avere – o recuperare, se l’ha smarrita – questa funzione intellettuale, deve avere “tempo libero” per continuare a leggere e studiare. Bisogna lottare contro l’idea (che va sempre più diffondendosi, in proposte sciocche che della scuola non sanno nulla) che un insegnante che stia anche il pomeriggio sul luogo di lavoro, a fare diecimila cose diverse e in più, sia un insegnante che migliora la qualità della scuola. Qualcuno si nasconde dietro questa difesa per non far nulla? Sì, capita, ma si deve ricordare che il nostro non è un mestiere che possa essere schiacciato in logiche di tipo impiegatizio e a logiche di tipo produttivistico. Al massimo introdurre seri percorsi di aggiornamento DISCIPLINARE, non solo didattico, pedagogico, tecnologico, sulle disabilità e la sicurezza sui luoghi di lavoro: si torna all’università e si approfondisce un tema, un autore, un approccio critico. O per caso si pensa che un laureato in Lettere sappia già tutto e tutto abbia letto appena uscito dall’università?

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