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Cosa significa stato di diritto in Cina? «La legge è la codificazione delle direttive del partito comunista»

ottobre 31, 2014 Leone Grotti

Ancora una “svolta”. L’ennesima. Al termine del Quarto plenum del partito comunista cinese, il segretario generale e presidente della Cina Xi Jinping ha ricevuto molti applausi entusiasti da ogni parte del mondo per aver promesso di porre fine alla tortura in sede di investigazioni e di rafforzare lo «stato di diritto». Questa è una priorità per la Cina, dove il 95 per cento dei processi si conclude in pochi giorni per la confessione dell’imputato.

VECCHIE PROMESSE. Il partito comunista cinese è da sempre maestro di annunci ma non c’è da fidarsi perché il diavolo si è sempre nascosto nei dettagli. Tutti hanno esultato, ad esempio, quando alla fine del Terzo plenum Xi ha annunciato la chiusura dei “Campi di rieducazione attraverso il lavoro” (in cinese, laojiao). Peccato che i laojiao sono rimasti tali e quali a prima, solo hanno cambiato nome e oggi si chiamano “Centri di disintossicazione per drogati” e “Centri di custodia ed educazione”. Ma gli abusi sono gli stessi.

CORRUZIONE. Degli annunci, dunque, non c’è da fidarsi. Questa volta però non c’è neanche bisogno di aspettare i risultati per vedere le contraddizioni. Durante l’incontro a porte chiuse dei 205 uomini più importanti della Cina è stata annunciata l’espulsione di quattro quadri molto importanti: Xu Caihou, vicepresidente della Commissiona militare centrale della Cina, Jiang Jiemin, Li Dongsheng e Wang Yongchun. Tutti legati a Zhou Yongkang, l’ex potentissimo capo degli apparati di Pubblica sicurezza cinesi, in pensione dal 2012 e da anni nel mirino di Xi.

COSA MANCA? I quattro sono stati espulsi perché corrotti: avrebbero guadagnato milioni prendendo bustarelle. Gli ex ufficiali hanno anche confessato la loro colpevolezza, che i media hanno sbandierato come risultato della campagna anti-corruzione di Xi Jinping. C’è l’accusa, c’è la confessione, c’è l’espulsione, c’è la gogna mediatica. Cosa manca? Il processo. Così, mentre il partito annuncia grandi passi avanti verso lo stato di diritto, viola lo stato di diritto.

STATO DI DIRITTO. Del resto, il potentissimo Xi Jinping non ha mai parlato di «stato di diritto» tout court, ma di «stato di diritto con caratteristiche cinesi». E la differenza è fondamentale. Nonostante abbia sottolineato a scanso di equivoci che «la leadership del partito e lo stato di diritto socialista sono una cosa sola», qualcuno in Cina deve aver pensato che Xi intendesse modificare le priorità: non è la giustizia che deve essere agli ordini del partito ma è il partito che, come chiunque altro, deve obbedire «alla Costituzione».

IL PARTITO È LA LEGGE. Poiché qualcuno deve aver davvero frainteso e pensato che il partito fosse pronto ad abbandonare il suo dominio incontrastato, sottoponendosi a un potere più alto, l’altro giorno il Giornale del popolo, megafono del partito comunista, ha pubblicato un articolo molto chiaro a riguardo. Si legge che lo «stato di diritto in Cina» non significa che nessuno deve essere al di sopra della legge, come in Occidente, ma che il sistema legale deve sostenere ancora di più le decisioni del partito. «È sbagliato dire che lo “stato di diritto” contraddice la legge del partito unico perché la legge in Cina è la codificazione delle direttive del partito».

CARATTERISTICHE CINESI. Paradosso dei paradossi, la più grande «garanzia» del rispetto dello «stato di diritto con caratteristiche cinesi» è proprio l’essere al di sopra della legge del partito comunista. Che può, al massimo, autodisciplinarsi. Infatti, quando i cittadini cercano di denunciare la corruzione degli ufficiali, tema che tanto sta a cuore a Xi Jinping, vengono incarcerati. È lo stato di diritto, ma con caratteristiche cinesi.

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1 Commenti

  1. Cristiano Sala scrive:

    Niente di nuovo sotto il sole: il comunismo è proprio questo.

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