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Cina, il Partito ordina un vescovo contro il volere del Papa e attacca il Vaticano: «Barbari»

luglio 6, 2012 Leone Grotti

Il Partito comunista cinese è andato dritto per la sua strada e nonostante il Vaticano e i cattolici della diocesi non fossero d’accordo, Giuseppe Yue Fusheng è diventato vescovo di Harbin (Heilongjiang). L’ordinazione espiscopale senza mandato pontificio è avvenuta questa mattina nella Cattedrale. La messa è stata presieduta da mons. Johan Fang Xinyao di Linyi (Shandong), presidente nazionale dell’Associazione patriottica, e concelebrata da mons. Pei Junmin di Liaoning, mons. Meng Qinglu of Hohhot (Mongolia Interna), mons. Wang Renlei di Xuzhou (Zhejiang) e mons. Yang Yongqiang di Zhoucun (Shandong). Tutti i vescovi ordinanti erano approvati dalla Santa Sede e rischiano la scomunica, anche se non si sa se la loro partecipazione sia spontanea o frutto di costrizione.

Davanti alla volontà del Partito di ordinare vescovo Giuseppe Yue Fusheng, il Vaticano, che si era opposto ma è rimasto inascoltato, ha diramato una Nota molto dura dove ricorda che «un’ordinazione episcopale, come la presente, senza mandato pontificio si oppone direttamente all’Ufficio, concesso dal Signore a Pietro e ai suoi Successori in quanto Capi del Collegio dei Vescovi, Vicari di Cristo e Pastori della Chiesa universale, e danneggia l’unità della Chiesa e tutta l’opera di evangelizzazione». E aggiunge, citando le parole di Benedetto XVI, «che la nomina dei Vescovi tocca il cuore stesso della vita della Chiesa in quanto la nomina dei Vescovi da parte del Papa è garanzia dell’unità della Chiesa e della comunione gerarchica».

«La nomina – continua la Nota – è una questione non politica, ma religiosa. (…) Se si vuole che la Chiesa in Cina sia cattolica, non si deve procedere a ordinazioni episcopali che non abbiano la previa approvazione del Santo Padre». E ricorda le sanzioni in cui incorre il nuovo vescovo e coloro che l’hanno ordinato: «Il Rev. Yue Fusheng è stato informato da tempo che non ha l’approvazione pontificia: la sua ordinazione sarà illegittima; egli sarà privo dell’autorità di governare la comunità cattolica diocesana, e la Santa Sede non lo riconoscerà come il Vescovo di Harbin. Per la sua eventuale ordinazione illegittima restano fermi, pertanto, anche per lui gli effetti della sanzione in cui si incorre per la violazione della norma del canone 1382 del Codice di Diritto Canonico. I Vescovi consacranti si espongono anch’essi alle gravi sanzioni canoniche, previste dalla legge della Chiesa (in particolare dal canone 1382 del Codice di Diritto Canonico)». Ovvero la scomunica.

Al duro ammonimento del Vaticano, rivela AsiaNews, la Cina ha risposto attraverso un comunicato dell’Ufficio degli affari religiosi (Asar), che giudica l’atteggiamento vaticano «scandaloso, scioccante, pieno di minacce, barbaro e irrazionale». Per l’Asar è il Vaticano «con le sue accuse e interferenze» a creare «restrizioni alla libertà e intolleranza, minando un sano sviluppo della Chiesa cattolica in Cina e non portando alcun beneficio alla Chiesa universale». Pertanto, la Cina comunica che continuerà a «nominare» e «ordinare» vescovi in autonomia da Roma.

È dai tempi di Mao che il Partito comunista cinese vuole controllare e dominare ogni aspetto della vita del singolo, anche la sua fede. Per questo nel 1957 è stata fondata l’Associazione patriottica, ente legato al Partito che offre un surrogato della Chiesa cattolica. La cosiddetta Chiesa ufficiale organizza messe, catechismo, ordinazioni episcopali come se fosse la Santa Sede e pretende di essere indipendente da Roma e dal Papa. In questo modo il Partito comunista rivela di avere paura della libertà di pensiero dei cattolici e delle loro guide, i vescovi, tanto da voler controllare la loro nomina.

Dopo l’ordinazione di Yue, rivela ancora AsiaNews, si è risolta la scomparsa di p. Giuseppe Zhao Hongchun, amministratore apostolico di Harbin, riconosciuto dalla Santa Sede e scomparso insieme al suo viceparroco il 4 luglio, sequestrato dalla pubblica sicurezza. Fonti locali hanno dichiarato che è tornato in libertà.

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