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Fa caldo, dite. Ma non sapete cos’era l’estate

luglio 4, 2016 Marina Corradi

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Pubblichiamo la rubrica di Marina Corradi contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Milano, 23 giugno. Fa caldo, dite. Ma voi ragazzi affannati sui libri della maturità non sapete cos’era l’estate, quando non c’erano i condizionatori. (O forse negli anni Settanta c’erano già, ma li si guardava con diffidenza: roba americana, nociva alla salute).

Dunque, c’era una volta l’estate nella pianura padana, in un orizzonte torrido e piatto. Nel cuore della pianura, Milano: coi suoi cementi e i suoi asfalti, inerte crogiuolo di vapori. L’afa a luglio si incollava sulle case come un manto denso e molle, e non un alito di vento a muovere le tende dei caffè. L’asfalto morbido sotto ai tacchi delle donne, e nei bar il lento girare del ghiaccio giallo e verde, nei distributori di granite. Nelle case, la sera, le finestre spalancate a “far corrente”: ma, niente, le tendine rigide nell’aria immota. L’afa, come una dama grassa e invadente, non si muoveva.

Certe notti erano un tormento. Si tardava ad andare a dormire, affacciati in canottiera, in sottoveste, ai balconi sui cortili: immaginando che, la sera scendendo, un po’ di fresco dovesse venire. Infine, a letto: ben sapendosi insonni fra le lenzuola calde, e il sibilo ostile di una zanzara. Già, nemmeno i fornelletti del Vape c’erano, che io ricordi. Con le zanzare si conduceva una lotta aperta e dura. Ogni tanto, dalla camera accanto, il tonfo secco di un giornale brandito a spappolarne una sul muro. Ma le zanzare non erano mai sole. C’era chi si faceva un mantello delle lenzuola. La zanzara aspettava, maligna e paziente, che la vittima si affacciasse a respirare.

Erano notti inquiete, percorse dal ronzio di piccoli inutili ventilatori, e dai passi quasi sonnambuli di quelli di casa. Chi si rigirava nel letto, in un cigolio nervoso di molle; chi invece, disperato in quell’aria bollente, si alzava e ciabattando puntava verso il frigo. Lo apriva e se ne sostava lì davanti un momento, forse godendo della zaffata di fresco, forse contemplandone inappetente il contenuto; poi afferrava una bottiglia d’acqua, e se ne versava una bicchierata abbondante.

Acqua, acqua, acqua, cosa la si sarebbe pagata in quelle notti, dell’acqua gelata. Si andava al lavandino in bagno e la si faceva scorrere finché non veniva fresca; e allora si immergeva la faccia nei palmi colmi, o si allungavano i polsi sotto al getto, nella illusione di raffreddare il sangue nelle vene.

Soltanto il sollievo di un istante. Mesto ciabattìo di ritorno in camera. Fuori, da qualche finestra illuminata intravedevi vicini ugualmente sfatti, discinti, seduti al tavolo della cucina davanti a un bicchiere, come pugili suonati.

Finalmente, all’alba, un refolo d’aria. Ci si addormentava sfiniti, un’ora prima della sveglia. Al mattino, al bar, ci si ripeteva la temperatura della notte, come in un bollettino di guerra: 33 gradi, ci si diceva, fiacchi, eppure fieri come di una battaglia. E in fondo veramente erano notti epiche: ci si sentiva, in quelle ore insonni, combattenti insieme in una trincea – ogni mattina, insieme, una nuova medaglia.

Foto ventilatore da Shutterstock

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