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Anche i malati di Sla si ubriacano (di spumante e di felicità)

maggio 14, 2012 Susanna Campus

Cari amici, vi voglio raccontare della mia “vacanza” di tre mesi in rianimazione, dopo che ho avuto l’arresto respiratorio nel 2004. I medici, dopo avermi salvato tirandomi per i capelli, mi ricoverarono in stanza 15 (me lo ricordo ancora). Il reparto era strapieno di malati e la mia stanzetta era la prima appena entrati in rianimazione. Il giorno stesso ebbi due arresti cardiaci e i medici si fecero in quattro per salvarmi. Inizialmente mi misero la maschera, una vera tortura. Non la volevo per nessuna ragione, dava un fastidio enorme e sembravo un pit bull con la museruola.

Così iniziò la mia “vacanza forzata”. I primi due, tre giorni non ero molto “vigile”, perché –  credetemi – la “batosta” era stata bella tosta. Quando mi resi conto della situazione caddi un po’ in “depressione”, perché sembravo una centrale elettrica, tanti erano i fili che avevo attaccati.

Insomma, non ero esattamente in splendida forma e continuavo a ripetermi: «Devo essere forte, ce la devo fare». Per fortuna, intanto, iniziai a conoscere i medici e gli infermieri – delle persone splendide – che cercavano di incoraggiarmi, ma io ero molto giù, perché potevo vedere mia sorella e mia madre solo per poco tempo. La faccenda mi deprimeva molto, ma era così, e dovevo sottostare alle regole.

Dopo una settimana, i medici mi chiesero il permesso di fare la tracheostomia e, naturalmente, cosa risposi? «Sì!». I giorni precedenti l’operazione mi misero un tubo nel naso che mi faceva assomigliare a un trombone, ma in compenso, in quei giorni, tutti i medici e gli infermieri mi viziarono come non ero mai stata viziata in vita mia. Siccome ho sempre amato guardare la tv fino a tardi, avevano imparato a svegliarmi la mattina per ultima. Quindi, prima facevano il bagno agli altri malati, e mi lasciavano per ultima. Voglio dire di più – e questo è anche un buon consiglio a medici e infermieri -, i miei angeli custodi non solo svolgevano con professionalità e cura i loro compiti, ma ci mettevano anche un “di più” di simpatia umana. Per rendere gradevole al massimo la mia permanenza, ridevano e scherzavano in mia presenza. Ricordo soprattutto Giuseppe – un gran burlone – che si divertiva la mattina a svegliarmi alzando al massimo il volume del televisore che sparava per tutto l’ospedale le note dei canti sardi. È stato allora che ho conosciuto il dottor Demetrio Vidili (il mio “babbo”, come lo chiamo io), una persona che si dà anima e corpo per i suoi malati, a volte sottraendo tempo prezioso alla sua famiglia. Quante volte l’ho visto arrivare nel cuore della notte per vedere qualche malato grave! Ma il dottor Vidili non è l’unico. Anche gli altri medici dell’ospedale li ho sempre visti agire con grande professionalità e umanità, cercando in ogni modo di alleviare le sofferenze di ogni singolo malato. E non dimentichiamoci della “grande” (si fa per dire, sono in pochi, ma tutti bravissimi) squadra di infermieri, che fanno ogni santo giorno di tutto per i malati.

Ecco, tutta questa schiera di angeli custodi erano al mio cospetto (no, non è che mi credo la Madonna, è solo per rendere l’idea). Entravano nella mia camera sempre sorridenti e mi portavano tutte le novità, mi coinvolgevano nelle loro vite, mi facevano sentire viva. Hanno gioito e pianto con me, consolandomi quando ero a “terra”.

Ora, prendete nota, perché questo è importante: la loro grande professionalità continua tuttora, anche adesso che sono a casa. Perché vi dico di prendere nota? Perché, vedete, è sempre facile “fare i generosi” quando si è trascinati dall’emotività del momento. Invece, è difficile che tale incantevole generosità duri nel tempo. Ebbene, vi dirò un segreto: questo amore, questa cura, questa gratuità dura ancora oggi. Io ne sono la prova vivente. Dal 4 ottobre 2004 ho un bel gruppo di angeli che mi permetto perfino di sgridare quando sto un po’ di tempo senza vederli.

Mentre mi abituavo alla tracheo i medici insistevano perché riprendessi a mangiare con la bocca, e con l’aiuto di mia sorella Immacolata ho ricominciato piano piano. All’inizio non riuscivo e mi cadeva tutto, sbrodolandomi come un bambino. Poi ho imparato a mangiare e chiedevo le cose che mi piacevano. Amici, ho dovuto imparare a mangiare, vi rendete conto? Il dottor Vidili, visto che stare con la mia famiglia mi tranquillizzava, ha permesso che rimanessero un po’ di più: primo perché mi portavano da mangiare (manicaretti, evvai!) e, secondo, perché anche loro dovevano imparare ad accudirmi (e devo dire che hanno imparato proprio bene).

Ho trascorso il compleanno in reparto e Immacolata e mamma hanno portato le paste, festeggiandomi con medici e infermieri. Poi è arrivato Natale e mi hanno fatto l’alberello e riempito  di regali. Speravo di tornare per capodanno, ma andò tutto a monte e io ritornai d’umor nero. Ma, ancora una volta, ci pensarono i miei angeli custodi a risollevarmi.

La notte del 31 gli infermieri (soprattutto Giuseppe, e chi sennò?) mi fecero brindare con lo spumante, ma per una mossa maldestra un po’ se ne rovesciò sulle lenzuola. Insomma, puzzavo come un ubriacona e la cosa mi divertiva da morire (soprattutto il giorno dopo, quando, la mattina presto giunsero mamma e Immacolata che annusando l’aria si chiedevano: «Ma chi è che s’è ubriacato?». Hey, ma’, guarda qui: sono io, ieri ho festeggiato fino a tardi).

Finalmente il 4 gennaio 2005 la mia vacanza è terminata e sono tornata a casa. Ero preoccupata, ma gasata. Si apriva un altro “capitolo” della mia vita, dovevo “solo” riorganizzarmi. Come ce l’ho fatta ve lo racconterò la prossima volta. Per ora sappiate che se sono ancora qui a rompervi le scatole è tutta colpa di Immacolata e mamma che mi hanno salvato la vita non so più quante volte in attesa dell’arrivo del medico e dell’infermiere della rianimazione.

Quindi, portate pazienza. E la prossima volta che fate un brindisi, ricordatevi di me, Susanna, la vostra amica ubriacona.

Bacioni,
Susanna

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1 Commenti

  1. Lee Konkol scrive:

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