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La croce di César gli ha restituito la capacità di amare

maggio 5, 2013 Aldo Trento

aldo-trentoEro in Italia quando un pomeriggio suor Sonia, l’angelo della Clinica San Riccardo Pampuri, mi ha telefonato e con voce piena di commozione mi ha detto che César, un ragazzo di 18 anni, malato di cancro, era morto. Non potevo credere alle sue parole perché i miei malati terminali di solito mi aspettano per morire. Ma come ho sperimentato più volte nella mia vita, il Mistero agisce attraverso l’imprevisto. Per questo motivo ogni giorno, o meglio ogni istante esige dalla mia libertà un’attenzione grande nel vivere le circostanze che Lui stesso mette sulla mia strada. «Signore sia fatta la Tua volontà» è stata la mia unica risposta a suor Sonia prima di chiudere la comunicazione. La stessa risposta che ha dato la mamma di César quando dopo otto mesi di ricovero suo figlio morì. Non si allontanò mai dal letto nel quale César è cambiato, giorno dopo giorno, passando dal rifiuto della madre che vedeva come colpevole della sua malattia all’accettazione amorosa di lei.

César è nato nella città di Arroyos y Esteros, dipartimento di Cordillera. È vissuto lì, fino ai tredici anni, nella casa del suo patrigno, con sua mamma e i suoi fratelli, più tardi è andato a vivere in casa di alcuni parenti a San Lorenzo. Frequentava l’ottavo grado della scuola primaria quando decise di smettere di studiare e cercarsi un lavoro. Ha dovuto lavorare fin da molto giovane perché la sua famiglia ha scarse risorse economiche. Lavorava trasportando sulla schiena grandi pezzi di carne bovina. Un giorno si è accorto che incominciava a crescere una tumefazione sulla spalla sinistra, ha pensato che fosse a causa dell’enorme peso che caricava tutti i giorni e decise di schiacciarla pensando che sarebbe sparita, ma invece è cresciuta ancora di più, fino a raggiungere il volume della sua stessa testa. La sua famiglia e i suoi amici organizzarono iniziative come lotterie e tornei di calcio per sostenere economicamente il trattamento di cui César aveva bisogno. Risultò essere un cancro piuttosto aggressivo con un quadro molto serio. In una delle visite il medico che lo seguiva gli suggerì di operarsi e gli chiese: «Preferisci morire o rimanere senza un braccio e vivere un po’ di più?». César rispose: «Vorrei vivere, mi tagli il braccio». Questa decisione non fu per niente facile, in molte occasioni ci diceva che non avrebbe voluto perdere il braccio, ma se questa era la condizione per continuare a vivere accettava l’umiliazione di rimanere senza. Ha dovuto percorrere una lunga strada per accettare questa menomazione.

Quando entrò nella clinica voleva togliersi la vita, era stufo di tanto dolore del quale non capiva il senso. Tuttavia pian piano, grazie all’affetto che tutti gli hanno dimostrato è maturato fino a tornare ad amare la vita, così come il Mistero gli si stava manifestando. È stata una strada molto lunga di conversione non soltanto per lui ma per tutti, perché una persona davanti a tanto dolore non poteva non sentirsi provocata chiedendosi: su che cosa si fonda la nostra consistenza? Qual è la ragione per la quale viviamo? Quale il senso del cancro che porta César alla morte a soli 18 anni di età? Sono domande che la realtà nella quale vivo mi pone continuamente, costringendomi a gridare “Tu o Cristo mio” o come diceva san Gregorio Nazianzeno: «Se non fossi tuo, Cristo mio, mi sentirei creatura finita». La morte di César è stata per me una grande sfida. Una volta ancora ho sperimentato che l’unica cosa che compete alla mia libertà è quella di dire sì al Mistero che si manifesta con la sua povertà in tutte le circostanze. Vicino a César quel giorno c’erano suor Sonia e l’architetto della Sagrada Familia di Barcellona Jordi Faulí i Oller, venuto per verificare come concludere la nuova clinica, progetto che sta portando a termine in compagnia dello scultore, anche lui della Sagrada Familia, Etsuro Sotoo. Suor Sonia e Jordi ci hanno lasciato una testimonianza che desidero condividere con i lettori.
paldo.trento@gmail.com

«Ti voglio bene mamma». Sono state le ultime parole che César ha pronunciato prima di partire verso il Paradiso. Noi che abbiamo convissuto con lui abbiamo toccato con mano la presenza dell’Altissimo, abbiamo visto la gloria del Signore che manifesta la Sua grazia, siamo stati testimoni della grandezza di un miracolo che aumenta la nostra fede e ci sommerge nella certezza abbracciata da sant’Agostino: «Ci hai fatto per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te» (Confessioni I, 1,1). Il cuore di César viveva inquieto. Fin dal suo arrivo alla nostra Casa Divina Provvidenza, lo abbiamo visto combattere una lotta affannosa per trovare risposte ai suoi urgenti punti interrogativi: «Perché a me? Perché il mio braccio? Perché mia mamma? Perché mio papà?».  Non è facile parlare di César, per questo motivo prima di farlo mi sono inginocchiata implorando al Signore e a César la grazia di poter condividere quello che, guardando lui, mi ha aiutato e mi aiuta a innamorarmi sempre più di Cristo. Carrón ci ripete spesso: «Non aspettiamoci un miracolo ma un cammino», e sia César sia sua mamma ci hanno testimoniato un cammino, un cammino che se seguito con fedeltà, essendo seri con l’inquietudine costitutiva del cuore, nel tempo offre i suoi frutti, frutti abbondanti, semi di vita eterna per molti. César portava dentro di sé una ferita che lo allontanava da sua madre, non la voleva vicina perché non riusciva a perdonarla. I primi tempi non la lasciava nemmeno sedersi al suo fianco, lei doveva passare ore fuori dalla stanza pregando, creando braccialetti, portachiavi o aiutando a cucire vestiti per i pazienti, ma le mandava sempre messaggi attraverso il cellulare chiedendole dov’era. Sono stati otto mesi di lotta durante i quali César si rifiutava di accettare la realtà che gli toccava vivere, mentre sua madre stava lì, giorno e notte, soffrendo dolori morali, spirituali e fisici. Lei stava sempre lì, assistendolo in tutte le sue necessità, aiutandolo nei compiti della scuola, partecipando alle catechesi dei parenti, la preghiera del Rosario, la Santa Messa, le processioni e i momenti di adorazione del Santissimo, confessandosi e imparando che Cristo è una presenza che si riconosce e si ama nei dettagli della vita. Sua madre ha fatto un cammino verso la fede che la aiutava a rimanere in piedi vicino alla croce di suo figlio.

Una settimana prima di morire César mi ha detto: «Qui io ho conosciuto Dio, prima non sapevo molto di Lui. Grazie a Lui io sono venuto qui, per un qualche motivo mi sono ammalato ed è successo quello che mi è successo, Dio sa quello che fa». Per me è stato come se in quel momento scorgesse con chiarezza la risposta a tutti i suoi “perché.” I sacramenti, senza dubbio, sono stati un’arma adeguata per raggiungere questa certezza nel tramonto della sua vita. Il primo maggio, giorno dell’anniversario della Clinica, insieme a Gabriel, di 19 anni, aveva ricevuto il sacramento della Cresima. Riceveva la comunione tutti i giorni. Spesso leggeva la Bibbia e recitava il rosario, ma aveva anche al suo fianco una compagnia di amici che condivideva con lui le sue gioie e le sue tristezze. César sorrideva e scherzava con tutti ma a volte, nella solitudine della sua stanza, lo trovavo che piangeva dicendomi che non voleva più continuare a soffrire, che voleva guarire. Chi di noi poteva spiegare il suo dramma? Ricordo una sera che sono salita in clinica e l’ho visto con la testa china seduto sulla sedia della portineria, quando mi sono accorta che stava piangendo gli ho chiesto perché e mi ha detto in un torrente di lacrime: «Non voglio morire, non voglio morire ancora, io voglio che Dio mi conceda un miracolo come ha fatto con Celeste, io voglio vivere ancora, voglio studiare, lavorare, non voglio morire». Siamo rimasti abbracciati a lungo, in silenzio, poi l’ho invitato a mangiare una pizza e siamo scesi in pizzeria. Ho percepito che di fronte ad un dramma così grande che svegliava tutta la mia impotenza ed elevava il mio sguardo verso l’Infinito, l’unica cosa che potevo fare era offrirgli un’amicizia che potesse sostenere il suo grido. Quella sera durante la cena ci confidò tutta la sua storia, un racconto che mi ha spinta a domandarmi piena di commozione: «Chi è lui? Chi sono io? Chi è Cristo per me?».

Alla fine, durante gli ultimi giorni della sua vita la perseveranza della sua mamma ha cominciato a manifestare i suoi frutti, lui la chiamava in ogni momento perché si sedesse al suo fianco, lo accarezzasse così da poter dormire, non voleva che si allontanasse neanche per un minuto. César mi ha chiesto di fargli una foto con lei per metterla sul suo tavolino, fino a che un giorno l’ha sorpresa dicendole con la tenerezza di un figlio grato: «Ti voglio bene mamma». Queste parole tanto semplici hanno la Sua potenza nel miracolo di un cammino di conversione che ha permesso a César di perdonare e di amare fino all’eternità, e a sua madre di credere nella ricompensa dei figli di Dio che dà con abbondanza a quelli che rimangono in Lui. Grazie César, grazie Raquel, perché guardandoli, il mio amore a Cristo vuole essere più profondo e più reale, e il mio cuore inquieto desidera ancora una volta affermare col salmista: «O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne in terra arida, assetata, senz’acqua».
Suor Sonia

 

César dà generosamente la mano.
I suoi occhi,
Il suo ampio viso, esprimono dolcezza,
sono dolcezza,
vogliono e donano affetto,
dal cuore,
hanno Dio.
Sono amore,
vogliono e donano amore
Respirano,
aiutano.
Sono, esistono,
per tutti,
per sempre,
Vivono!
Un nido di passeri appare stamattina alla finestrella del bagno, mangiano e volano, volano,
come lui.
Jordi

45/2012

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